Le custodi dell’Amazzonia

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Sviluppo umano e conservazione ambientale possono coesistere? 

È la domanda che stimola e sostiene il lavoro di Fundación Chankuap, realtà vivace e variegata impegnata per la difesa e la valorizzazione della biodiversità in costante collaborazione con gli indigeni che abitano la foresta nell’est dell’Ecuador, tra la cordigliera andina e la frontiera con il Perù. Qui vivono Shuar e Achuar, comunità dove ancora si pratica la poligamia, ma nelle quali stanno germogliando semi di cambiamento sia sul terreno delle generazioni più giovani, sia grazie al contributo prezioso di chi da anni si batte per lo sviluppo locale. Propulsori sono i progetti di empowerment e conservazione di cui sono protagonisti, oltre a Fundación Chankuap, anche Mandacarù Onlus Altromercato: il futuro qui, grazie ai progetti di cooperazione internazionale, profuma di oli essenziali e arachidi, divenuti strumento importante per l’emancipazione, soprattutto delle ragazze. I proventi, amministrati dalle donne il cui coraggio ha innescato il cambiamento, vengono reinvestiti nell’istruzione dei più piccoli.Sono gesti importanti soprattutto per le bambine, che riescono a proseguire gli studi oltre la scuola primaria, cominciando fin dai primi anni a guardare il mondo che le circonda con una diversa prospettiva. Le narrazioni cambiano, e raccontano di sfide e orizzonti non certo scontati, ma decisamente più interessanti rispetto alla skyline della città, fino a pochi anni fa la meta di migrazioni inevitabili verso un futuro migliore. 

Sembra però che ora, il futuro migliore, possa essere anche qui nella foresta: e lo racconta la mostra fotografica “Amazzonia. Le custodi della biodversità”, realizzata e curata da Beatrice De Blasi, responsabile educazione per Mandacarù Onlus. 90 immagini che accompagnano con delicatezza e discrezione un viaggio in punta di piedi tra le comunità Achuar e Shuar, ritraendole nel quotidiano e indaffarato respiro che le sintonizza alla selva. Fotografie dall’età media molto bassa, che pure trasudano un patrimonio di tradizioni impossibile da trascurare: se da un lato permangono ancora abitudini radicate nel passato come il matrimonio in età precoce, esse convivono con visioni lungimiranti sul mondo e sulla salute, come ad esempio le connessioni diagnostiche tra mente e malattia o la solidarietà oltre i legami familiari.

Negli impenetrabili sentieri della foresta, tra caoba (alberi mastodontici dal pregiato legname) e palme ungurahua (da cui si ricava sia il legname per le canoe che un olio per la cura dei capelli), ci si fa strada con il machete anche in età prescolare, liberando lo spazio agli spostamenti a piedi, ma anche a temi urgenti e attuali: lo sviluppo umano, la salvaguardia della biodiversità – in un ettaro di amazzonia si trovano oltre 200 specie di alberi e fino a 72 specie di formiche su un unico albero! –, i nuovi mercati economici relativi all’etnocosmesi.

In effetti uno degli aspetti interessanti dei progetti attivati è proprio questo: la produzione di oli essenziali e materie prime biologiche certificate utilizzate per la produzione di cosmetici equi e solidali. Sono prodotti estratti e trasformati in foresta con lo scopo, da un lato, di formare professionalità in locoe, dall’altro, di abbattere i costi di una filiera che altrimenti dovrebbe essere completamente trasferita altrove, peggiorando la qualità sia dei prodotti sia dello stesso sistema di produzione. Risultato: cosmetici di ottima qualità, certificati #natrue.

Inaugurata lo scorso 9 marzo alla presenza, oltre che dell’autrice, anche di Valeria Calamaro, responsabile Altromercato e ideatrice della linea di cosmetici Natyr, la mostra sarà visitabile a Trento, anche con visite guidate dedicate alle scuole, fino al 22 aprile 2019 presso lo Spazio Archeologico Sotterraneo del Sas, che di per sé vale la pena ma che in quest’occasione è arricchito da un allestimento caldo e suggestivo. Come lo sono ancora – e ci auguriamo non per poco! – l’87% dei boschi tropicali e primari dell’Amazzonia ecuariana, dove solo il 13% dell’area è utilizzato per coltivazioni e pastorizia. È dunque evidente il valore incommensurabile di iniziative e progetti che puntano con ostinazione alla salvaguardia di questo patrimonio che abbiamo in prestito e che siamo chiamati a custodire, anche se spesso ci riesce piuttosto male. 

Mi hija debe tener una voz más fuerte y clara que la mía” canta la canzone riportata dalla curatrice nel libretto disponibile per la visita alla mostra. È il sogno di ogni madre, che nelle trame intricate della vita nella selva ha un’eco forte e risoluta: le case, da queste parti, saranno anche senza pareti, ma forse nell’umido della foresta e dei nostri pensieri addormentati su un mondo che poco riusciamo a rispettare… è una strofa da tenere nel cuore, per fare un po’ di giro d’aria anche nelle nostre teste.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

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