Il lavoro della guerra

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La guerra e il conflitto sociale distruggono il lavoro. E altrettanto spesso la guerra diventa l’unico lavoro possibile. Partendo da questi assunti il dossier mette in relazione le situazioni di tre Paesi: Siria, Venezuela e Ucraina. In tutti e tre i casi gli anni di guerra, di crisi sociale, politica e, non ultima, economica hanno distrutto il tessuto sociale pre-esistente, consegnando alla povertà, alla fuga, alla morte i cittadini e i lavoratori. Rintracciare dati certi e sicuri sui livelli occupazionali pre-conflitto e attuali non è semplice. Di seguito si cercato di fornire una panoramica generale per sottolineare, ancora una volta, come la guerra e il conflitto siano sempre scelte sbagliate. Scelte che vanno a discapito dei diritti.

Siria: un'economia distrutta

Tutto è cambiato in Siria dall’inizio del conflitto. Lavoro e diritti, ovviamente, compresi. Prima della guerra l’economia siriana stava attraversando un buon periodo. Dal 2005 al 2010 l’industria turistica era cresciuta da 2 miliardi di dollari a 6 miliardi di dollari, tanto che nel 2010 aveva accolto più turisti dell’Australia. Con l’inizio del conflitto, però, tutto è cambiato: il numero delle persone indigenti è cresciuto esponenzialmente e l’accesso alle cure è diventato sempre più difficile. Molti ospedali e centri sanitari sono stati danneggiati dal conflitto e circa i due terzi del personale sanitario hanno lasciato il Paese o sono rimasti vittime della guerra. In un rapporto l’Unhcr ha sottolineato che tra coloro che sono rimasti in patria, “circa il 69 per cento lotta per la sopravvivenza in condizioni di indigenza estrema. Il 90 per cento della popolazione spende inoltre più della metà dei propri redditi per nutrirsi e i prezzi delle derrate alimentari sono in media otto volte più alti di prima della guerra. Circa 5,6 milioni di persone, inoltre, vivono in condizioni di scarsa sicurezza o in contesti in cui i diritti umani non sono garantiti”.

Secondo i report realizzati dal Syrian Centre for Policy Research e da World Vision la disoccupazione era sotto il 10 per cento, il Pil pro capite in crescita e il debito pubblico non era preoccupante. Con la guerra tutti i settori sono stati danneggiati: l’agricoltura ha subito la mancanza di semi e di fertilizzanti, il carburante è stato destinato principalmente alla guerra, nel settore manifatturiero la produzione è crollata. Più del 90 per cento delle aziende che componevano il distretto industriale di Alsheck Najjar a Nord di Aleppo è stato costretto a chiudere.

Una conseguenza di tutto questo è stata la crescita della disoccupazione di circa il 627 per cento nel quinquennio 2010-2015 e una riduzione senza precedenti del Pil siriano. In un altro rapporto del luglio 2017, la Banca mondiale aveva stimato il costo delle perdite dovute alla guerra a 226 miliardi di dollari (183 miliardi di euro), ovvero quattro volte il valore del Pil della Siria prima del conflitto. 538mila i posti di lavoro persi. Secondo la World Bank, il calo medio del Pil è stato attorno al 15,7 per cento all’anno nel periodo 2011-2014. Oltre a tutto questo in Siria, si è registrata un’inflazione complessiva del 300 per cento nei primi cinque anni del conflitto.

Ucraina: lavoro (e non solo) a pezzi

Anche in Ucraina la guerra ha distrutto l’economiaL’inizio del conflitto e l’annessione della Crimea ha provocato forti riduzioni del Pil del Paese causato un aumento della disoccupazione. Prima della crisi, la Russia era il principale partner di importazione e esportazione dell’Ucraina. Anche per questa ragione il Paese ha accumulato un debito ingente con il Fondo monetario internazionale che sta cercando di ridurre con politiche di iperausterità e tagli alla spesa pubblica. Tra questi tagli gli assegni di disoccupazione e invalidità fa parte di questi tagli. 

E non solo. Gli aumenti delle tariffe voluti pretesi dal Fondo Monetario Internazionale per l’accesso ai prestiti, ha costretto circa un milione di ucraini a patire il gelo. A causa del problema energetico in cui si trova l’Ucraina, il Fondo Monetario Internazionale prevede dunque un’ulteriore crescita dell’inflazione, dovuta all’impatto degli aumenti del prezzo del gas. 

Nell’ottobre 2018 il primo ministro russo Dmitry Medvedev ha approvato un pacchetto di controsanzioni economiche contro Kiev che sono andate a colpire 68 aziende e circa 320 cittadini ucraini. Questa deindustrializzazione ha portato, nel solo 2017, oltre un milione di ucraini ad espatriare. Negli ultimi mesi del 2018 si sono svolte molte proteste di minatori e dipendenti pubblici a causa di enormi ritardi nei pagamenti degli stipendi. In tutte questi segni meno però non svetta la spesa militare, passata (secondo i dati del Sipri) dai 2,6 miliardi del 2013 ai 3,6 del 2017.

Alice Pistolesi da Atlanteguerre.it

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