Le persone con disabilità al centro dello sviluppo umano

Stampa

Foto: P. Martinelli ®

Dal 19 al 21 settembre scorso si è tenuto a Trento il 6° convegno della rete CUCS (Coordinamento Universitario per la Cooperazione allo Sviluppo, rete che conta 30 atenei italiani), organizzato congiuntamente dall’Università degli Studi di Trento e dal Centro per la Cooperazione Internazionale di Trento.  Come si legge dal sito del Convegno “Il tema di quest'anno trae spunto dalla continua evoluzione ed allargamento del concetto e della pratica della cooperazione allo sviluppo, a partire da uno sguardo che mette al centro la cittadinanza, nelle sue accezioni locale e globale, e la gestione dei beni comuni, questioni antiche che le dinamiche globali attuali e future pongono continuamente come nodi critici ed opportunità dello sviluppo sostenibile”. Infatti il titolo generale si focalizzava su “Cittadinanza e beni comuni. Università e cooperazione per la sicurezza, l’ambiente e la sostenibilità dello sviluppo”.

Una sessione è stata dedicata anche al rapporto tra cooperazione internazionale e disabilità. Il 20 settembre si è tenuto l’incontro dal titolo “Disability mainstreaming: a successful key to leave no one behind” nel quale si sono confrontati progetti sul campo ma anche studi a carattere universitario.  Ha concluso i lavori il direttore di Unimondo Piergiorgio Cattani. Riportiamo qui una sintesi del suo intervento.

"Dagli interventi che si sono succeduti, si è compreso molto bene quanto la disabilità accresca la possibilità di cadere nell’emarginazione sociale. Anzi, per essere chiari e realistici, nei Paesi del sud del mondo quasi sempre le persone con disabilità nascono e vivono ai margini della stessa società. Tutta la vita permangono in questa situazione. Sono i poveri dei poveri. Gli esempi del Niger e anche degli slum di Nairobi sono assolutamente eloquenti. 

Ciò non significa che non possono riuscire a riscattarsi. La sfida è proprio quella di migliorare la qualità della vita a partire dai Paesi più svantaggiati, là dove a volte la disabilità è considerata una colpa oppure una vergogna da nascondere. L’assenza dei servizi minimi alimenta un circolo vizioso in cui i poveri e i vulnerabili, sotto ogni aspetto, diventano sempre più emarginati. Abbiamo capito che è possibile rompere questo circolo vizioso, soprattutto con la consapevolezza che un’altra via è praticabile ed è stata messa in pratica, per esempio dai progetti presentati oggi.

Un punto fondamentale è quello di rendere le persone con disabilità protagoniste anche nella fase di elaborazione dei progetti. Renderle creatrici, organizzatrici. Soggetti attivi. Da questo punto di vista mi sembra davvero stimolante il progetto in Mozambico di ARCO perché si concentra anche sull’inclusione nel mondo del lavoro. Rendere i disabili consapevoli di essere una risorsa. 

Oggi come ieri è il lavoro, inteso nella sua accezione più ampia, a dare dignità. Il lavoro determina spesso il proprio posto nella società. Questo è un elemento che non viene tenuto troppo in conto anche qui in uno Stato cosiddetto “avanzato”. Lo sviluppo umano globale passa attraverso le persone con disabilità. Migliorare le città, l’ambiente, la realtà virtuale delle nuove tecnologie in favore e insieme a queste persone diventa il modo più sicuro per offrire un orizzonte di futuro per ciascun abitante del pianeta, anche se all’apparenza ricco e in salute.

In questo senso non si tratta di fornire aiuto ai disabili ma far sì che un’intera comunità cresca insieme a loro:all’inizio si parte affrontando una problematica specifica per poi avere come obiettivo uno sviluppo globale. Solo attraverso la comunità, come recita lo slogan del Saint Martin che opera in Kenya. Questo modello può essere “importato” anche da noi. 

L’accessibilità è un termine chiave che fa rima con comunità. Meglio, “cultura dell’accessibilità” come è stato specificato nell’intervento della direttrice dell’Accademia della montagna. Potrei dire che non basta lo sbarrieramento da gradini o da ostacoli. Bisogna sbarrierare la mente. Di qui si capisce quanto siano fondamentali gli studi e le analisi accademiche. Studiando le variazioni di comportamento a seguito di campagne per lo sviluppo, come ha fatto l’Università di Urbino; allargando le ricerche oltre il settore umanistico e socioassistenziale, come accaduto presso l’Università di Macerata in collaborazione con ONG, associazioni o reti di associazioni. 

Il cosiddetto “approccio delle capacità” credo che unifichi il discorso che stiamo facendo. La persona con disabilità è una risorsa, possiede capacità, anche se a prima vista sembrerebbero inesistenti. I diritti umani e civili, almeno sulla carta, sono sanciti ormai da documenti fondamentali come la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità. Occorre concretizzarli rendendo in questo modo i disabili “capaci” non solo di sentirsi pienamente nella società ma di dare qualcosa di originale alla società. 

Concludo con un pensiero che mi sembra decisivo e che si potrebbe definire come “realismo critico”. Sappiamo che il concetto di disabilità ha subito un’evoluzione oscillando tra due poli: essa è legata soprattutto a una menomazione o una malattia oppure è il prodotto della società? Dipende dalla “natura” o dalla “cultura”? La via di mezzo sta nel coniugare insieme, come del resto fa l’Organizzazione mondiale della sanità, il deficit presente con le condizioni sociali, ambientali, culturali, politiche, sanitarie che possono aumentare o diminuire lo svantaggio generato da vari tipi di cause (menomazioni, malattie…). Dunque l’inclusione o meno, le possibilità offerte o negate, la garanzia di veder valorizzate le proprie capacità, la cura o l’incuria dell’ambiente esterno, incidono profondamente sulla qualità della vita – e quindi anche della salute “fisica” – della persona con disabilità. 

Da questo punto di vista, slegando quel nodo che legava indissolubilmente disabilità con malattia, si capisce come queste persone possono diventare una vera risorsa per la società. Si conclude così la fase assistenzialistica dell’approccio alla disabilità. Scoprendosi tutti un po’ vulnerabili, si comprenderà anche come tutti possono trovare il proprio ruolo nella comunità. Diventa allora fondamentale squarciare il velo degli stereotipi, immaginando soluzioni nuove e impensate". 

A cura della redazione di Unimondo 

Ultime su questo tema

Sahel, il nuovo Califfato

19 Novembre 2019
Numerosi segnali indicano che, dopo la morte in Siria dello storico leader al-Baghdadi, il nuovo centro del potere dello Stato Islamico potrebbe rinascere nel Sahel. Ed estendere la sua influenza a...

Cile: e la allegria?

15 Novembre 2019
Possiamo solo essere grati al popolo cileno per dimostrarci che sí se puede. (Michela Giovannini)

Lula contro l’estrema destra

13 Novembre 2019
Una volta scarcerato, l’ex presidente annunzia una battaglia politica per sconfiggere il presidente Jair Bolsonaro. A 74 anni, il suo futuro è ancora tutto da scrivere ed anche quello della nazione...

Somalia, i cambiamenti climatici aiutano Al-Shabaab

12 Novembre 2019
Uno studio del SIPRI sull’impatto del climate change nel paese mette in guardia la comunità internazionale, invitandola a considerare come le attuali emergenze siano sempre più destinate ad aliment...

“Conflict Plantations”

12 Novembre 2019
Un nuovo rapporto dell’Environmental Paper Network rivela che l’Asia Pulp & Paper è coinvolta in centinaia di conflitti sociali con le comunità locali. (Alessandro Graziadei)

Video

2010 - Anno europeo della lotta alla povertà e all'esclusione sociale