“Quindi mi hanno risparmiata…”

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Le incarcerazioni di massa nella Regione dello Xinjiang, così come le politiche che violano i diritti umani di uiguri e di altre minoranze religiose, hanno sollevato crescenti interrogativi da parte della comunità internazionale che sta cercando di indagare sul destino di molti cittadini residenti nello Xinjiang, una delle regioni autonome della Repubblica Popolare Cinese. Come ripetono da diversi mesi gli osservatori delle Nazioni Unite, infatti, quelli che da Pechino sono chiamati ufficialmente “campi di studio” o “centri di formazione professionale” sono in realtà centri di detenzione extra-giudiziari dove si trovano attualmente almeno un milione di uiguri assieme ad altre minoranze islamiche che per il Governo cinese sembrano essere riconducibili all’estremismo e al separatismo. A quanto pare ai musulmani detenuti sono imputate, tra le altre, anche “trasgressioni” non proprio eversive, come le lunghe barbe, l’utilizzo dei veli, degli abiti e della lingua tradizionale. In particolare agli uiguri, un’etnia di religione musulmana che vive da secoli nello Xinjiang, in nome della “stabilità nazionale” è stato vietato loro di celebrare il Ramadan, di insegnare la propria lingua nelle scuole e dal 2016 sono costretti a fornire il Dna per ottenere il passaporto

Secondo Radio Free Asia (Rfa) la politica della “terra bruciata”, attuata da Pechino contro gli uigiari è peggiorata la scorsa primavera quando l’intera popolazione maschile di Chinibagh e Yengisheher, due villaggi dello Xinjiang, è stata internata in un campo di rieducazione. Secondo un ufficiale di servizio nella locale stazione di polizia, la cui testimonianza è stata rilanciata da Rfa, “Il 40% della popolazione del nostro villaggio è in un campo di rieducazione” e solo i bambini e gli anziani sono rimasti nel villaggio. L’ufficiale ha dichiarato che i suoi fratelli rimasti al villaggio non sono stati arrestati: “Nostro nonno ci aveva insegnato a stare fuori da tutto ciò che ci avrebbe messo nei guai e a dare una buona impressione alle autorità” e così “fin dalla più tenera età abbiamo seguito i dettami del Partito”. Per le autorità cinesi i maschi uiguri nati negli anni ‘80 e ‘90 sono “una generazione inaffidabile” e potenzialmente da rieducare perché “rappresentano un costante pericolo”, per questo si sospetta che provvedimenti simili siano stati applicati in questi mesi anche in altre città dello Xinjiang.

Eppure nonostante le chiare posizioni cinesi, almeno fino all’inizio di quest’anno, il Governo di Xi Jinping non ha mai riconosciuto l’esistenza di “campi di rieducazione” e come abbiamo già ricordato in agosto ha preferito parlare di “campi di studio” e “centri di formazione professionale”. Secondo alcuni membri della Congressional-Executive Commission on China, “non si conosce il numero di detenuti e le loro condizioni”, ma sembra verosimile pensare che siano rinchiusi nello Xinjiang “tra le 500.000 e il milione di persone: la più grande incarcerazione di massa di una minoranza nel mondo contemporaneo”, visto che riguarda il 10-11% della popolazione musulmana adulta di tutta la regione. Tra i detenuti nei campi dello Xinjiang sembra vi siano anche decine di donne che hanno come unica colpa quella di aver sposato uomini mussulmani. Secondo la drammatica testimonianza rilasciata a Rfa e ripresa da Asia news qualche settimana fa da Tursunay Ziyawudun, una donna di 41 anni appartenente alla minoranza uigura della prefettura autonoma Ili Kazakh nello Xinjiang, "quello che sta accadendo alle donne è drammatico"

Stando alla testimonianza di Ziyawudun, che ha trascorso nove mesi in una delle vaste reti di “campi di studio” locali, le autorità cinesi l’hanno portata in un campo di internamento una prima volta l’11 aprile 2017, senza fornire alcuna spiegazione alla famiglia. La donna ha raccontato che tuttavia “la situazione non era così grave, dal momento che avevano appena iniziato ad arrestare le persone e per motivi di salute sono stata rilasciata dopo un mese”. Il 10 marzo 2018 è stata arrestata una seconda volta e la situazione nella Regione era peggiorata. Le decine di donne con cui condivideva gli "alloggi" erano sottoposte ad un trattamento umiliante, compresa la sterilizzazione forzata: “Vi erano donne che erano lì da un anno e durante tutto quel tempo non hanno mai avuto il ciclo mestruale […] le costringevano a prendere medicine" o "le portavano con regolarità in ospedale e le operavano, in modo che non potessero più avere figli”. La stessa Ziyawudun è stata portata in ospedale per un’operazione di sterilizzazione, “ma poiché ho sempre sofferto di un problema ginecologico il medico ha detto che avrei potuto avere complicazioni che includevano anche la morte. Quindi mi hanno risparmiata”. “I loro metodi di tortura erano sempre diversi – ha raccontato Tursunay – ma una pratica comune era legarti su una sedia di metallo durante l'interrogatorio. [...] Eravamo tutte ammanettate, incatenate e spesso chiamate per un interrogatorio. Le urla, le suppliche, i pianti sono ancora nella mia testa”.

Oltre all'indottrinamento politico forzato e a ciò che Tursunay Ziyawuduna chiama il “lavaggio del cervello” anche stupri e altri abusi erano all’ordine del giorno: “Eravamo tutte indifese e incapaci di difenderci e abbiamo subito tutti i tipi di maltrattamenti”. Oltre a quelli fisici non mancavano quelli psicologici con le autorità che spesso informavano le prigioniere che sarebbero state presto condannate al carcere in processi farsa. Ziyawudun ha rivelato che di tutte le donne della sua cella, solo lei e un’anziana signora sono state risparmiate dalle accuse. Secondo la donna, i funzionari avevano paura di trattenerla visto che suo marito è un medico kazako e forse proprio per questo è stata rilasciata dal campo il 25 dicembre 2018. Ziyawudun è riuscita quest’anno ad ottenere il suo passaporto e le è stato permesso di tornare in Kazakhstan per riabbracciare suo marito e suo figlio. Ma molti dei suoi parenti nella contea di Kunes sono ancora nei campi di internamento. “Quasi tutti i miei familiari e amici sono nelle loro mani”, ha concluso “Non riesco ad immaginare che tipo di orrore stiano vivendo”.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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