La disabilità coniugata all’attivo

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Foto: facebook.com

È stato partecipato più delle aspettative il seminario tenutosi a Trento il 26 marzo scorso.La giornata di lavoro verteva principalmente sul rapporto tra la disabilità e la cooperazione internazionale: non è un caso che l’evento, dal titolo “Diversamente altri. Riconoscersi risorsa nel mondo”, sia stato organizzato dal Centro per la Cooperazione Internazionale in collaborazione  con Fondazione Fontana onlusCUAMM Medici con l’AfricaGTV Gruppo Trentino di Volontariato e Cooperativa la RETE. Mettere insieme locale e globale, questa la sfida che giungeva al termine del progetto "Educare alla cittadinanza e alla salute globale " co-finanziato da AICS e del progetto "Disabilità e diversità per l'inclusione di tutti dalla Convenzione ONU alle pratiche locali", realizzato con il contributo della Provincia autonoma di Trento.

Sotto la regia di Elisa Rapetti, coordinatrice dell’evento, i lavori sono cominciati con le relazioni introduttive degli ospiti presenti. L’intervento della professoressa Bernardini (che avevamo intervistato in un articolo precedente), tra i numerosissimi spunti offerti, ha cercato di coniugare due parole: vulnerabilità e autonomia, attraverso il concetto di “autonomia relazionale”. “L’autonomia non è un attributo del soggetto – ha sottolineato Bernardini – una caratteristica o qualità personale, ma delle azioni: le reti di interdipendenze possono facilitare o inibire l’esercizio di azioni autonome. L’autonomia è una questione di grado. Il soggetto di riferimento situato, «precario», dipendente, esposto alla ferita e al danno, e nel proprio processo deliberativo lascia spazio alle emozioni oltreché unicamente alla razionalità. Quest’ultima, peraltro, deve essere intesa in senso minimalista (a livello giuridico, sembra corrispondere alla capacità di discernimento). L’incapacità di seguire processi deliberativi complessi e il fatto che, ai fini della formazione delle proprie scelte o del compimento delle azioni, siano necessarie forme di supporto, non sono condizioni “eccezionali”, ma parte dell’esperienza umana”.

Giampiero Griffo, componente del Consiglio Mondiale di DPI (Disabled Peoples’ International), presidente di DPI Italia, coordinatore del Comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità, ha cercato di dare uno sguardo globale sulla situazione dei disabili. “La Convenzione sui diritti delle persone con disabilità nel mondo è stata una rivoluzione – ha affermato – introducendo l’idea che io, persona con disabilità, debba essere titolare di diritti umani. Le persone con disabilità aiutano la società ad essere più ricca e più attenta ai bisogni delle persone”. “La disabilità non è soltanto un fattore che riguarda il soggetto ma si definisce attraverso l’interazione fra le mie caratteristiche e l’ambiente. Se quell’ambiente e quelle attitudini sociali rispettano i miei diritti, io la mia disabilità la vado a perdere”.

In questo senso le differenze della condizione dei disabili tra i Paesi del mondo se vogliamo non riguardano tanto i problemi fisici ma il contesto: un disabile affetto dalla stessa patologia faticherà molto di più laddove mancherà un ambiente sociale adeguato. Occorre dunque un grande lavoro culturale. 

Infine Fabio Corsi, pedagogista e ricercatore all’Università di Verona, si è soffermato sui due titoli dei successivi gruppi di lavoro, “approccio comunitario” e “autodeterminazione e empowerment”. Corsi è partito dalla definizione di “bisogni educativi speciali”: “uno svantaggio di tipo sociale, culturale o dello stato di salute, di tipo permanente o transitorio, che pertanto determina la necessità di una attenzione speciale”. In pratica tutti più o meno siamo diversamente altri perché quasi inevitabilmente abbiamo qualche tipo di svantaggio dal punto di vista sociale, culturale e fisico. Per rispondere a questi bisogni, secondo lo spirito della Convenzione ONU, occorre un intervento “sociale” mediante un approccio comunitario. Così “Il portatore di Bisogni Speciali non è più disabile, ma cittadino con sue caratteristiche proprie. Non esistono più solamente gli educatori specializzati: ogni cittadino titolare di diritti e destinatario di doveri ha un ruolo educativo, in termini di risposta ai BES degli altri cittadini”. Le istituzioni educative si intrecciano così alla società nel suo insieme che appunto diventa “comunità educante”. 

Quest’approccio comunitario stimola e favorisce l’autodeterminazione intesa come “diritto di scelta del soggetto che, in quanto tale, non è più inserito, incluso, integrato, accompagnato (tutti verbi in forma passiva!) ma diventa cittadino attivo e titolare delle proprie scelte, secondo le sue possibilità”, cioè secondo la definizione della Convenzione ONU, di avere la possibilità di “agire come agente causale primario nella propria vita, compiere delle scelte e prendere decisioni riguardanti la propria qualità di vita, libere da indebite influenze esterne o da interferenze”. L’empowerment diventa dunque una conseguenza quasi automatica in quanto “l’individuo diventa consapevole dei propri aspetti di forza e dei propri limiti, della propria disabilità e della necessità di chiedere aiuto e supporto, sapendo come attivarsi e partecipare al proprio contesto di vita mettendo in atto le sue potenzialità”. 

Nella seconda parte della mattinata le e i partecipanti hanno lavorato in due gruppi di lavoro “approccio comunitario” e “autodeterminazione ed empowerment” e hanno avuto l’occasione di scambiare le proprie esperienze, pratiche e saperi. 

Un gruppo ha quindi approfondito e condiviso alcune riflessioni sull’approccio comunitario, considerato nella sua valenza strategica tesa alla promozione di quel cambiamento culturale di cui parlava il professor Corsi. Un ruolo cruciale hanno le attività di comunicazione, sensibilizzazione e formazione, non solo degli operatori, sui temi dei diritti, della diversità e dell’uguaglianza.Di pari importanza è la presenza di persone volontarie che si prendono “cura” creando relazionali e processi d’inclusione. L’obiettivo diventa quindi costruire comunità responsabili che sanno valorizzare le differenze presenti al loro interno e trasformarle in risorse per tutte e tutti.

È quindi la “comunità” – comunque definita – che deve essere potenziata con la formazione e l’esperienza diretta perché possa individuare le risorse personali, sociali, educative ed anche economiche che possono farla crescere e quindi aumentare la sua capacità di includere le persone con una qualsiasi forma di svantaggio.

Si è portato l’esempio del Saint Martin CSAuna organizzazione kenyana partner di Fondazione Fontana Onlus.Una delle caratteristiche principali di questa buona pratica è lo spostamento del focus dalla persona in difficoltà al “contesto”. Un approccio simile è quello de “La Rete” in Trentino: le differenze sostanziali della realtà africana e di quella italiana (e trentina) hanno generato alcune domande. La grande disponibilità di servizi favorisce o rallenta il potenziamento della comunità e la sua capacità di inclusione delle persone con esigenze diverse? Come coniugare il diritto ad avere dei servizi che colmino almeno in parte il gap di possibilità con la ricchezza della crescita di una comunità che diventa essa stessa “servizio”?

Il gruppo che si è concentrato sui concetti di autodeterminazione ed empowermentè partito dall’ascolto di testimonianze di persone che vivono condizioni tradizionalmente considerate di disabilità: la relazione tra disabilità e diversità è sempre problematica in quanto vittima di stereotipi. Si è poi concentrata l’attenzione sui processi di visibilizzazione e invisibilizzazione della disabilità e sulle conseguenze che questi hanno sui soggetti e sui contesti organizzativi e sociali, proponendo il processo di consapevolezza come fondamentale per saper comprendere, sceglie e costruire relazioni basate sulla reciprocità. Ripensare la disabilità, le relazioni e cosa significa la piena inclusione e partecipazione per una cittadinanza attiva ha come significato ripensare l’organizzazione dei servizi rivolti alle persone con disabilità e alle loro famiglie. 

Concludiamo con le parole di Pierino Martinelli, direttore di Fondazione Fontana Onlus: “Il riconoscimento dell’importanza del potenziamento della comunità si scontra anche con l’indirizzo corrente delle politiche a questo dedicate, che fanno fatica a comprendere il potenziale moltiplicativo delle risorse economiche investite nella “comunità”, preferendo sovvenzionare servizi più facilmente gestibili e misurabili nei loro effetti”. 

Il convegno è stato un punto di inizio. Il lavoro non si è concluso, i partecipanti hanno potuto raccogliere spunti e domande, nella consapevolezza dell’unicità di questa occasione di incontro fra modalità di impegno così diverse come il “sociale trentino” e la “cooperazione internazionale” e della opportunità di continuare questo dialogo.

Piergiorgio Cattani

Nato a Trento il 24 maggio 1976, dove risiede tuttora. Laureato in Lettere Moderne (1999) e poi in Filosofia e linguaggi della modernità (2005) presso l’Università degli studi di Trento, lavora come giornalista e libero professionista. Scrive su quotidiani e riviste locali e nazionali. Fa parte della Fondazione Fontana Onlus dal 2010. Dal 2013 è direttore del portale Unimondo. È attivo nel mondo del volontariato e della cultura come presidente dell’ “Associazione Oscar Romero”. Ha scritto numerosi saggi su tematiche filosofiche, religiose, etiche e politiche ed è autore di libri inerenti ai suoi campi di interesse. 

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