La Patagonia cilena tra parchi naturali, popoli indigeni e allevamenti...

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A fine gennaio l’uscente presidenta del Chile, Michelle Bachelet, ha firmato i decreti che creano ufficialmente la Red de Parques Nacionales de la Patagonia. Il progetto coinvolge otto aree che coprono un totale di circa 4milioni 500mila ettari di territorio, una superficie paragonabile a quella della Svizzera. Parte di questo territorio ora protetto proviene da privati che hanno donato terre di loro proprietà. Tra di essi spicca la donazione della fondazione ambientalista Tompkins Conservation, eredità del defunto multimilionario statunitense Douglas Tompkins, pari a 400.000 ettari (4.000 km quadrati) di territorio. Con questo provvedimento i parchi nazionali di quest’area aumenteranno la loro superficie del 38,5% e andranno a costituire l’81% del totale delle aree protette in Cile.

Tale imponente ampliamento delle aree protette in Cile riveste un’importanza cruciale dal punto di vista ambientale, come é evidente, visto che permetterà di valorizzare e potenziare la ricchezza naturale della Patagonia cilena, come ha affermato la presidenta nel suo discorso ufficiale, ma anche di aumentare il richiamo turistico della zona. Secondo varie indagini infatti il 78% dei turisti di lunga distanza afferma che l’ambiente naturale é una delle principali ragioni per cui visitano il Cile. Vari mezzi di informazione cileni hanno riportato poi con un certo inaspettato orgoglio la notizia del New York Times che ha indicato quest’area del Cile come una delle destinazioni turistiche imperdibili per il 2018. Questa parte di Patagonia é preziosa dal punto di vista della biodiversità, e la creazione del sistema integrato di parchi nazionali permetterà tra le altre cose la protezione di specie animali e vegetali in pericolo, come il larice, il huemul (una specie di cervo endemico) e la volpe delle Ande.

Bachelet ha sottolineato nel suo discorso l’importanza del lavoro svolto da Tompkins per la conservazione delle aree naturali e ha sottolineato il ruolo cruciale dello Stato nella conservazione dell’ambiente patagonico, impegno che si auspica possa essere mantenuto anche dal governo di Piñera, che si insedierà l’11 marzo.

Il provvedimento, però, non é privo di aspetti controversi. Una delle contraddizioni emerse riguarda le comunità indigene Kawésqar, che abitano la regione di Magallanes, nell’estremo sud del paese, area che arriva fino allo stretto di Magellano. Questi popoli lamentano infatti la mancata estensione dello status di zona protetta alla parte costiera e marina del loro territorio. Queste comunità indigene, di cui sono stati rinvenute testimonianze che rimontano a 6 mila anni fa, sono da sempre costruttori e utilizzatori di canoe ed hanno una strettissima relazione con il mare, a cui é legata inscindibilmente la loro cosmovisione. “Se non c’é un mare protetto per i Kawésqar, non ci sarà un futuro per il nostro popolo, e saremo stati partecipi e complici attivi o passivi di un auto genocidio”, ha affermato Leticia Caro, portavoce della comunità di famiglie Kawésqar Nómades del Mar. In particolare le comunità denunciano la mancata ratificazione dell’accordo precedentemente preso con lo Stato cileno di creare un’Area Marina Costiera Protetta (AMCP-MU) nelle acque adiacenti al neo creato Parco Nazionale Kawésqar. La conservazione dell’arcipelago patagonico occidentale é infatti un obiettivo strategico per queste comunità australi, dato che assicura la protezione delle loro risorse materiali, della loro identità culturale e delle attività vincolate alla pesca, caccia e raccolta. L’accesso e utilizzo delle risorse che appartengono al loro mare sono dunque evidentemente di cruciale importanza per la loro sopravvivenza tanto a livello materiale quanto identitario.

Il 17 dicembre 2017, a solo due giorni dalle elezioni presidenziali, c’é stata un’assunzione pubblica di impegno da parte della presidenza della Repubblica, dopo che un documento consegnato allo Stato da parte di 12 comunità Kawésqar era stato valutato positivamente. Il documento era frutto di un processo di consultazione indigena (diritto garantito dalla Convenzione dell’ILO 169 che é legalmente vincolante) terminata il 1 di ottobre. I quattro mesi posteriori alla consultazione indigena sono stati caratterizzati da varie dilazioni e dalla negazione da parte dei ministeri dei Beni Nazionali e dell’Ambiente di consegnare le informazioni e la cartografia sollecitata dalle comunità. La mancanza di volontà politica é sottolineata dal fatto che il segretariato ministeriale dell’ambiente della regione di Magallanes non ha mai convocato le comunità interessate per lavorare congiuntamente ad un testo che avrebbe dato inizio alla creazione ufficiale della citata Area Marina Protetta.

Il punto principale della questione é che, come quasi sempre accade, gli interessi economici legati ad attività di saccheggio indiscriminato delle risorse naturali sono posti molto al di sopra rispetto alla possibilità dei popoli indigeni di vedersi garantiti diritti sanciti da trattati e costituzioni, oltre che al fatto stesso di esistere e di avere abitato in determinati territori per centinaia o migliaia, come in questo caso, di anni. Di fatto il Cile sta lasciando una delle zone marine più pure e incontaminate del pianeta a completa disposizione delle imprese che gestiscono la salmonicoultura e mitilicoltura industriale. Attualmente la Subsecretaría de Pesca, organismo che dipende dal Ministero dell’Economia, sta gestendo 251 richieste di concessioni per l’allevamento di salmoni nella regione di Magallanes. Di queste circa 50 sono state già concesse nelle aree marine circostanti i parchi nazionali, altre 20 stanno per essere concesse, mentre tre nuovi centri di allevamento cominceranno ad operare quest’anno. Si viene a creare cosí una situazione piuttosto paradossale, dove la parte terrestre dell’area godrà del massimo grado di protezione ambientale possibile, mentre le acque marine adiacenti saranno zona di sfruttamento di allevamenti ittici industriali altamente inquinanti, sia dal punto di vista chimico (antibiotici, antiparassitari, fungicidi) che organico (feci di salmone e mangimi non consumati che ricadono sul fondo marino). L’area costiera con la più alta biodiversitá del Cile in termini di mammiferi e uccelli marini si troverà cosí a convivere con un’industria produttrice di specie importate dall’emisfero settentrionale (salmone dell’Atlantico, salmone Coho e trota arcobaleno) e una produzione che é destinata per il 98% ai mercati internazionali.

Michela Giovannini

Dottoressa di ricerca in sviluppo locale, è appassionata di America Latina, popoli indigeni, autogestione, lotte e resistenze politiche e sociali. Ha trascorso periodi di studio e ricerca sul campo in vari paesi. Messico e Cile sono i principali contesti in cui si sono svolte le sue ricerche, dedicate principalmente a varie tipologie di organizzazioni dell'economia sociale e solidale.

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