Da fantasmi a cadaveri: le sparizioni forzate nella Siria di Assad

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Foto: albawaba.com

Scomparsi nel nulla. Spariti nei meandri dei centri detentivi. E come non bastasse la disperazione di non vedere più le facce dei propri cari, come non fosse già abbastanza rassegnarsi alla consapevolezza che di quelle facce rimarrà solo il ricordo, dopo anni venire a sapere che, da fantasmi, quelle persone sono diventate numeri: dichiarati morti dal regime che li teneva in custodia.

In un report pubblicato a luglio, che si avvale di diverse testimonianze di prima mano dei familiari delle vittime, il Syrian Network for Human Rights ha messo in luce gli inquietanti numeri legati alle sparizioni forzate e ai sequestri di cittadini siriani da parte del regime di Assad: dal marzo del 2011 - inizio ufficiale della rivolta siriana - al luglio del 2018, 95mila sono le persone sparite nel nulla, tra queste circa 82mila di cui si è persa ogni traccia dopo la presa in custodia nei centri detentivi siriani.

Almeno 13mila di questi sono stati dichiarati morti dal governo siriano, con tutta probabilità torturati e poi uccisi in carceri ufficiali o segrete; e la beffa ulteriore in questa tragedia nella tragedia è che nella maggior parte dei casi i familiari delle vittime sono venuti a sapere della morte dei propri cari per caso, recandosi agli uffici di registro civile e lì rendendosi conto che i soggetti in questione erano stati dichiarati deceduti senza che di questo fosse stato avvertito alcuno tra i suoi parenti.

IL METODO: SEQUESTRO, OBLIO, REALTA' - Molti sono i lavori che hanno messo in luce come la pratica delle sparizioni forzate, seppur ben presente in Siria sin dai tempi di Hafez al Assad - padre di Bashar - , abbia registrato un'accelerazione notevole a partire dal marzo del 2011, l'inizio simbolico della rivolta siriana. Lo stesso SNHR in più di un'occasione non ha mancato di dimostrare con i dati quanto questa infame pratica sia diffusa nel Paese, sia stata e sia tuttora largamente utilizzata soprattutto dal regime di Assad ma anche da molte delle fazioni armate - in molti casi di ispirazione salafita - che imperversano in Siria. Altrettanto numerosi sono gli studi che hanno documentato la pratica delle torture nelle carceri siriane, tra questi pregevole il lavoro di Amnesty sulla terribile realtà di Saydnaya, centro detentivo a 30 km da Damasco in cui, dal 2011 al 2017, almeno 13 mila detenuti sono stati impiccati spesso dopo varie torture.

Questo report di SNHR, tuttavia, è il primo in cui vengono documentati i casi in cui le morti dei detenuti spariti nel nulla dopo l'arresto, e dei quali spesso anche il regime negava la presa in custodia, sono state registrate ufficialmente all'insaputa dei familiari, che dunque sono venuti a sapere della realtà solo accidentalmente. Grazie alla testimonianza di parenti e amici di alcune tra le vittime, l'SNHR è stata in grado di documentare 161 casi di questo genere, circoscritti nell'arco di tempo che va da maggio a luglio 2018 e geograficamente distribuiti nei governatorati di Homs, Latakia, Hama, Damasco e Hasaka.In un'escalation sempre più netta che ha visto il mese di giugno registrare il più alto numero di morti per tortura (89 vittime, di cui 84 per mano del regime), il report mette in luce quale sia stato - e sia tuttora - il modus operandi utilizzato per neutralizzare gli oppositori prima, farli cadere nel dimenticatoio poi, e, infine, registrarne il decesso senza alcun riguardo per la dignità della vittima e dei familiari.

Il metodo è essenzialmente sempre quello: prima l'arresto, spesso durante manifestazioni di protesta anti governative o, altrettanto frequentemente, sul posto di lavoro; dopodiché la scomparsa di ogni notizia riguardo l'individuo, e la perdita di ogni tipo di contatto con la propria famiglia, che rimane all'oscuro del destino della persona per anni; infine, come abbiamo visto, la silente registrazione della morte in seguito ad una sentenza esecutiva stabilita ed eseguita in maniera completamente arbitraria e spesso frutto di corti segrete, senza alcun previo documento che ne attesti le modalità, senza informare alcuno dei familiari, e, se non bastasse, senza fornire alcun dettaglio sulle circostanze di morte - una volta che di quella morte se n'è ottenuta accidentalmente coscienza - né il diritto di avere indietro il corpo della vittima per concedergli perlomeno una degna sepoltura.

LE VITTIME: I CASI ANALIZZATI - Dopo mesi di voci riguardo presunte manomissioni delle procedure di registrazione civile da parte del regime di Assad, l'SNHR ha potuto verificare le informazioni nel maggio del 2018, quando è riuscita ad entrare in contatto con alcuni dei familiari delle vittime. Le testimonianze raccolte, se si eccettua l'identità degli individui coinvolti, vertono sulla stessa concatenazione di eventi: famiglie che si recano agli uffici di registrazione civile del proprio governatorato perché convocate o più spesso per svolgere delle pratiche ordinarie (ottenere dichiarazioni di famiglia, ad esempio) e che, una volta sul posto, si sentono dire con sgomento che i nomi dei propri parenti sono stati catalogati tra i casi di morte, sebbene nessuno li avesse avvertiti di nulla e nonostante si trattasse di individui che, prima di scomparire nel nulla, erano stati arrestati dal regime. Quelle che variano, leggendo i racconti dei familiari, sono soprattutto le circostanze in cui le vittime sono state arrestate e i pretesti per farlo, oltre che l'arco di tempo passato dall'ultima volta che l'individuo è stato visto dai familiari fino alla presa di coscienza della sua morte.

C'è il caso dei quattro autisti  - trasportavano verdure -  arrestati nel novembre del 2012 all'Hal Market di Damasco: spariti nel nulla, i familiari solo a maggio sono venuti a conoscenza, recandosi all'ufficio di registrazione civile di Hama, che la morte dei quattro era risalente al gennaio del 2015, in un centro detentivo siriano. Data di arresto e data di morte coincidono, il che, nonostante sia stato negato qualsiasi ulteriore dettaglio, fa pensare che la sentenza di morte sia stata la stessa, spiccata probabilmente da una corte segreta. C'è il caso del ragazzo Ali Omar Shamma, anch'esso delle vicinanze di Hama, arrestato a Salamiya City nel 2011 dopo che gli era stata estorta una dichiarazione di "atti di terrorismo"; pochi giorni dopo viene arrestato anche suo padre, e anche di loro si riavranno notizie solo a maggio scorso, quando un parente, tramite un amico, verrà a sapere che entrambi sono stati torturati e uccisi nel carcere dove erano stati rinchiusi, senza ricevere nessun altra informazione sulle circostanze dell'episodio.

Di Hama era anche Saed Mohammad Balawat, giornalista, prelevato dalle forze siriane direttamente sul posto di lavoro a giugno del 2011: non se ne avrà più notizia fino a giugno scorso, quando il fratello Ahmad verrà al corrente della morte di Saed,a seguito di ripetute torture patite nel famigerato centro detentivo di Saidnaya. Era invece diLatakia il ragazzo, detenuto dalla Sicurezza Militare dal 2013, il cui atroce destino è stato scoperto dalla madre che si era recata all'Ufficio di registrazione per ottenere una dichiarazione di stato famigliare. La recluta Abdul Mu'inGhazwan Fahd, infine, era di Homs, anche se si trovava a Damasco quando fu arrestato nel 2013. Avvistato per l'ultima volta nel 2014 per poi sparire nel nulla, la sua famiglia ha appreso della sua morte - avvenuta a novembre di quattro anni fa - solo quando, pochi mesi fa, è stata convocata all'Ufficio di Registrazione Civile.

IL QUADRO: LE VIOLAZIONI GIURIDICHE E QUELLE MORALI - La legge siriana sullo status personale stabilisce che le morti occorse a prigionieri, detenuti o degenti negli ospedali devono essere catalogate, tramite emissione di certificato redatto dai responsabili della struttura, nel registro civile; inoltre, ogni sentenza di morte deve parimenti essere accompagnata dalla registrazione dell'evento ad opera dei funzionari legali, e anch'essa deve essere destinata al registro civile.

La prima graveviolazione del regime siriano è dunque segnatamente giuridica, in quanto ha lasciato deliberatamente senza tracce le procedure svolte all'interno dei centri detentivi, e in molti casi predisponendo sentenze in maniera arbitrari in luoghi e circostanze tenuti segreti. Il governo siriano è responsabile, a monte, della caduta nell'oblio di persone arrestate e conseguentemente scomparse nel nulla, il cui destino è rimasto oscuro per anni ai familiari; ed è responsabile, a valle, della morte per torturadi molte di queste vittime, che dunque si sono viste privare dei diritti minimi di dignità personale che anche e soprattutto sotto regime di detenzione devono essere assicurati.

Negare ogni tipo di notizia di un individuo ai familiari, poi, si è accompagnato, una volta resa nota la dichiarazione di morte, alla negazione di ulteriori dettagli sulle circostanze e, ciò che è ancora peggio dal punto di vista anche morale, al rifiuto di restituire il corpo delle vittime; negando così anche il diritto di potersi occupare degnamente dei resti dei propri cari.

La pratica infame delle sparizioni forzate in Siria ha fatto nascere il movimento Families For Freedom, che, nello spirito delle Madri di Plaza de Mayo in Argentina o delle Women in Black in Serbia, è formato da donne che hanno perso ogni traccia dei propri familiari, arrestati o semplicemente spariti un giorno, e da quel giorno scomparsi nel nulla. Come ha raccontato Sara Manisera in un bel pezzo per The Nation, l'associazione non ha né vuole avere un profilo politico, ponendosi come unico scopo quello di fare rete tra i parenti delle vittime e dare forma ad un'istanza di lotta che, in una logica di attività politica dal basso, possa creare consapevolezza su quella che è una consuetudine nella Siria degli Assad, padre e figlio: reprimere il dissenso facendo sparire gli individui o arrestandoli, catturare persone per renderle prima fantasmi e poi cadaveri.

Michele Focaroli

Classe 1988, Roma, nato, cresciuto e allevato in mezzo ai giornali, che - insieme al caffè - a casa non sono mancati mai, nemmeno per un giorno. Ho studiato Relazioni Internazionali, unendo così la passione per lo studio a quello per la scrittura, che pratico con continuità da qualche anno. Da tempo mi occupo prevalentemente di Medio Oriente, cercando di far emergere, oltre al quadro geopolitico, il contesto sociale e le istanze delle popolazioni locali. Essenziale, in questo senso, è stato l'anno di Servizio Civile in FOCSIV, che mi ha insegnato a coniugare la professionalità con la passione, e a non perdere mai d'occhio la centralità delle persone. Mi piace approfondire, problematizzare, mettermi alla prova; cerco di ascoltare e di capire prima di parlare e di scrivere. Appena posso mi piace viaggiare, e, più di tutto, amo la musica, che riempie la mia testa e le mie mani ogni giorno: la ascolto, provo a scriverla, poi con la chitarra cerco di darle una forma.

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