Inferno Siria: le fiamme chimiche targate Assad

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Foto: enca.com

Nonostante il raggiungimento di un cessate il fuoco rinviato più volte, l'inferno di guerra in cui la Siria e la sua popolazione vive da quasi sette anni è ancora ben lontano dal raffreddarsi. La Ghouta orientale, ampio sobborgo nei pressi di Damasco che rappresenta ad oggi uno dei pochi lembi di territorio ancora controllati dalle opposizioni armate al regime di Bashar al Assad, è ormai allo stremo: una popolazione di quasi 400mila persone è sotto assedio totale da ormai 4 anni, ennesima vittima della strategia dell' "assedio per fame" - che ha avuto in Aleppo solo il caso più eclatante - , l'area è sotto bombardamenti intensivi, in un'escalation che, secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani, ha provocato solo nell'ultima settimana più di 500 morti.

L'accordo che ha portato alla tregua  è stato raggiunto sabato dal Consiglio di Sicurezza ONU dopo diversi rinvii dovuti alla resistenza della Russia, alleata di Assad che, dallo scoppio della rivolta siriana nel 2011, ha opposto il veto a Risoluzioni di condanna verso il regime per ben 11 volte. Al momento in cui scriviamo giungono notizie di nuovi bombardamenti, e si riaffaccia il macabro sospetto dell'uso di armi chimiche contro la popolazione civile. Un tema che in Siria, purtroppo, è amaramente ricorrente, come testimonia un recentissimo studio dell'SNHR - Syrian Network for Human Rights.

IL REPORT - Duecentoundici: tanti sono stati gli attacchi chimici che il regime di Bashar al Assad ha portato a termine in Siria dal 2012 al febbraio del 2018. Il report dell'SNHR è stato pubblicato il 13 febbraio del 2018; un documento inquietante, che prende le mosse dall'attacco a Saraqeb - città del sobborgo orientale di Idlib, una delle poche aree rimaste in mano alle opposizioni anti-Assad - il 4 febbraio scorso.

Lo studio parte quindi dal recente caso di Saraqeb, e a riguardo si avvale delle testimonianze dirette di alcuni sopravvissuti, di componenti del personale medico che ha curato i feriti, e anche di un addetto alla mappatura dei segnali radar provenienti da aerei di guerra, che ha il compito - nel caso frequente di attacchi aerei - di dare per tempo il preallarme ai civili, in modo che possano cercare di mettersi al riparo dai bombardamenti.

L'episodio di Saraqeb è caduto nella stessa settimana dell'altro attacco chimico da parte del regime, quello effettuato a Douma, nella Ghouta orientale, grande sobborgo alle porte della capitale Damasco che, sotto assedio totale dal 2013, in questi giorni sta vivendo un gravissimo dramma umanitario dovuto all'ulteriore escalation di bombardamenti siro-russi.

La doppia offensiva, che ha perciò "coperto" i due principali poli della rimanente opposizione anti-Assad - il versante nordorientale, quello di Saraqeb, e quello più a sud dei sobborghi damasceni della Ghouta - , mette in mostra una volta in più come Assad non abbia alcuna remora ad avvelenare il suo stesso popolo, se questo può essere un mezzo per raggiungere lo scopo di rimanere al potere, qualunque efferatezza questo obiettivo possa comportare.

L'ATTACCO DI SARAQEB - La città, come tutta la provincia di Idlib, è in prevalenza sotto il controllo di Tahrir al-Sham, coalizione di forze di matrice jihadista il cui perno principale è Jabhat Fateh al-Sham - già ramificazione siriana di al Qaeda.  La coalizione jihadista ha guadagnato terreno e assunto il controllo effettivo dell'area da luglio del 2017, quando riuscì ad avere la meglio su altri gruppi della frammentata galassia dell'opposizione armata al regime.

A dicembre del 2017, al momento in cui il regime di Assad (col robusto sostegno dell'alleato russo) diede il via all'inasprimento dei bombardamenti per riprendere Idlib e l'area circostante, il numero di civili che abitavano Saraqeb era di circa 60 mila unità; numero drasticamente calato dall'inizio dell'offensiva, e che ancora di più è diminuito i giorni successivi all'attacco in questione, quello appunto del 4 febbraio.

Il 3 febbraio il Ministero della difesa russo diffonde la notizia dell'abbattimento di un suo aereo da guerra Su-25 ad al-Sawamea - sobborghi orientali del governatorato di Idlib - da parte di un missile antiaereo. La risposta russa non si fa attendere: immediatamente infatti l'area viene bombardata, rimangono sul terreno almeno 30 uomini, definiti poi "terroristi" dai media russi. Non sembra essere casuale, da questo episodio in poi, l'aumento dell'intensità dei bombardamenti, che gli operatori di SNHR imputano principalmente alla sete di vendetta russa, in coordinamento con l'aviazione siriana.

Il 4 febbraio, per tutto il giorno, molteplici bombardamenti siro-russi si susseguono e cadono a pioggia su tutto il governatorato di Idlib. Stando alle testimonianze raccolte nel report, gli attacchi sembrano non avere fine, e, seguendo quella che è ormai stata acclarata come vera e propria prassi nella strategia militare adottata dal regime e dal suo alleato russo, non risparmiano obiettivi civili, scientemente presi di mira: l'ospedale Ma'aret al Numan viene gravemente danneggiato e reso inservibile 30 minuti prima dell'attacco di Saraqeb, e anche la struttura medica Kafranbel Surgical Hospital viene colpita, assieme al suo dispensario.

Alle 21e20 arriva l'attacco a Saraqeb, più precisamente nel quartiere di al Sharki. Un dato di fatto, comprovato dalle foto che SNHR ha potuto reperire da alcuni testimoni, è l'uso delle famigerate barrel bomb: veri e propri barili di metallo imbottiti di esplosivo e frammenti di scarto come bulloni e ferraglia varia, che, schizzando ovunque nel momento della detonazione - che solitamente avviene nel momento stesso in cui il barile tocca terra - , aumentano a dismisura la distruzione che quest'arma rudimentale ma terribile è in grado di provocare.

Le barrel bomb scaricate dagli elicotteri siriani il 4 febbraio sono imbottite anche di altro: le testimonianze raccolte nel report di SNHR, infatti, raccontano l'odore pungente e irritante sentito all'arrivo sul posto, le successive difficoltà respiratorie e motorie, e, in alcuni casi, la perdita di coscienza e lo svenimento. Come riferito da alcuni membri della difesa civile accorsi sul posto e poi ricoverati in ospedale con sintomi compatibili con l'intossicazione da gas - con tutta probabilità, stando ai sintomi riscontrati, cloro - , la mancanza di precauzioni per evitare di respirare le esalazioni tossiche non è stata dovuta ad imprudenza, ma al fatto che lo scarso rumore della detonazione li ha indotti a credere che le barrel bomb non fossero scoppiate.

Il bilancio finale sarà di 11 intossicazioni, tutti civili; le testimonianze raccolte da SNHR riportano che l'attacco è stato messo in atto nelle vicinanze di un magazzino agricolo, dato che, messo in relazione ai gravi danneggiamenti delle strutture sanitarie visti pocanzi e alla distanza della città dalla linea del fronte più vicina (circa 40 km di distanza), mette in luce una volta in più come l'obiettivo non era altro che colpire i civili.

I PRECEDENTI: DIVERSA GEOGRAFIA, STESSA FIRMA - In questi anni la popolazione siriana ha subìto più volte sulla sua pelle l'infame pratica degli attacchi chimici. Il documento pubblicato da SNHR ne riporta la terribile contabilità: 211 volte, nell'arco di sei anni, il regime siriano ha scientemente avvelenato la popolazione, incurante delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ONU e dell'adesione alla Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche, avvenuta solo ad ottobre del 2013 e più volte ignorata.

I due attacchi chimici più terribili, in questo senso, sono certamente stati quelli sulla Ghouta orientale e meridionale (regione di Damasco) di agosto 2013 e quello di Khan Sheikhoun (provincia di Idlib) di aprile 2017. Il 21 agosto del 2013 circa 1300 furono le vittime di uno spietato attacco portato avanti nella Ghouta; 350 i litri di gas sarin scaricati sulla popolazione tramite razzi terra-terra, come accertato dal rapporto stilato dalla commissione di esperti ONU incaricati, pochi giorni dopo la carneficina, di individuare le circostanze dell'eccidio. La commissione accertò l'uso del gas sarin, ritrovato in ingenti quantità sia nel terreno che sui cadaveri, senza tuttavia individuare la paternità dell'attacco.

La mattina del  4 aprile 2017 diversi bombardamenti colpirono Khan Sheikhoun, tra cui alcuni con un agente chimico che poi si rivelerà essere, anche stavolta, il gas nervino sarin. Le vittime furono quasi 90, oltre ai feriti gravi e alle pesanti intossicazioni dovute alla potenza di questo gas, molto più deleterio e corrosivo del cloro.

Analizzando a fondo modalità, metodologia e soprattutto i materiali usati, risulta chiaro che il colpevole di entrambe le carneficine è il regime di Assad: nel caso della Ghouta, come ha scritto più volte Eliot Higgins - ricercatore britannico che, dall'inizio della rivolta siriana, si è occupato delle armi usate nel conflitto - molti dei razzi utilizzati (di produzione sovietica, M14 da 140 mm) erano in dotazione solo al regime; in secondo luogo, la varietà e soprattutto l'ampiezza dell'attacco portato a termine in quell'agosto, che vide più di 10 siti attaccati a stretto giro, fa dubitare che "il manico" possa essere stato quello dei ribelli, non certo in grado di coordinare un'offensiva così pesante quasi contemporaneamente; infine, come ha riportato Alberto Savioli, altra prova della colpevolezza di Assad è la presenza di esammina rilevata sul terreno, agente che può essere utilizzato come riduttore acido del sarin, e che era certamente a disposizione del regime.

Anche nel caso di Khan Sheikhoun, sia le modalità che le circostanze non sembrano lasciare spazio a molti dubbi. I ribelli siriani, innanzitutto, non possiedono aviazione, dunque risulta difficile capire come possano aver effettuato bombardamenti con aerei militari; in più, e questo è il dato più importante, la preparazione, lo stoccaggio e la messa in opera di sostanze chimiche sono operazioni delicate e costose, economicamente improbe per un'organizzazione come quella dei ribelli: e anche se fosse, come spiegato in un bel pezzo di Lorenzo Declich che analizza nel dettaglio le modalità dell'attacco e la debolezza delle argomentazioni di discolpa del regime, bombardare un deposito di sarin non provoca automaticamente un esplosione, dato che la miscela esplosiva va preparata poco prima dell'uso.

Recentissimi test effettuati dall'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche hanno rilevato una sostanziale identità di composizione fra alcuni campioni rilevati dal terreno della Ghouta orientale (agosto 2013) e altri presi da Khan Sheikhoun (2017) e Khan al Assal (2013). Quella che sembra essere un ulteriore prova della brutalità di un regime che, per preservare il proprio potere, non esita ad avvelenare il proprio popolo.

Michele Focaroli

Classe 1988, Roma, nato, cresciuto e allevato in mezzo ai giornali, che - insieme al caffè - a casa non sono mancati mai, nemmeno per un giorno. Ho studiato Relazioni Internazionali, unendo così la passione per lo studio a quello per la scrittura, che pratico con continuità da qualche anno. Da tempo mi occupo prevalentemente di Medio Oriente, cercando di far emergere, oltre al quadro geopolitico, il contesto sociale e le istanze delle popolazioni locali. Essenziale, in questo senso, è stato l'anno di Servizio Civile in FOCSIV, che mi ha insegnato a coniugare la professionalità con la passione, e a non perdere mai d'occhio la centralità delle persone. Mi piace approfondire, problematizzare, mettermi alla prova; cerco di ascoltare e di capire prima di parlare e di scrivere. Appena posso mi piace viaggiare, e, più di tutto, amo la musica, che riempie la mia testa e le mie mani ogni giorno: la ascolto, provo a scriverla, poi con la chitarra cerco di darle una forma.

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