Come si affronta la malattia

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La morte a soli 40 anni di Nadia Toffa, conduttrice della trasmissione televisiva “Le Iene”, ha avuto un’eco vastissima in Italia vista la popolarità della giovane giornalista.

Il modo in cui Toffa ha accettato la sua malattia – un tumore al cervello – è stato motivo di un unanime e accorato elogio per la tensione emotiva e la capacità empatica che la giornalista ha saputo irradiare all’esterno. Non le è mancato quel coraggio con cui si lanciava nelle sue inchieste: in un certo modo ha vissuto gli ultimi mesi facendo quasi un’inchiesta su se stessa. Forse questo è l’unico modo per convivere, senza esserne travolti, con una situazione limite, in grado di distruggere oltre che il fisico anche l’intimità più profonda del proprio animo. Scrivere un libro, come Toffa ha fatto, è un potente farmaco utile alla mente e forse anche al corpo – pur nella consapevolezza che soltanto la radio e la chemioterapia avrebbero potuto guarirla. La giornalista è dunque un esempio per tutti i malati, per non perdere la speranza e per accettare infine con serenità la propria condizione irreversibile.

Tuttavia, a livello mediatico, è stata maggiormente sottolineata una frase in cui Toffa si era presentata come una “guerriera” contro il cancro. Questo linguaggio “bellico”, utilizzato anche nelle righe a lei dedicate dalla famiglia per altro rilanciato allo sfinimento da una certa pubblicistica truculenta e imprudente, fa sicuramente pensare ed è tipico di quella che si chiama comunemente “battaglia contro il tumore”. Una visione che sembra contrastare o almeno giustapporsi viaggiando in parallelo con i contenuti del libro in cui Toffa parlava della malattia come un “dono” o meglio un’occasione di crescita interiore. Questa positività, questo attaccamento gioioso alla vita, è piaciuto soprattutto al mondo cattolico, ormai a corto di riferimenti, incerto e afasico su questi argomenti.

La malattia – ed altri tipi di sventure – non è mai una cosa positiva. Sarebbe meglio che non ci fosse. Questa è la realtà da cui dobbiamo partire. Ovviamente ogni caso fa storia a sé, come ogni persona è insostituibile. Lo studioso della disabilità e disabile anch’egli, Tom Shakespeare, dà una definizione originale di malattia come una “situazione spiacevole”. Né tragedia né positività. La situazione spiacevole esiste, non puoi scansarla. Eppure non finisce tutto lì.

Evidentemente il circuito mediatico tende ad accentuare tutto come se, chi non fosse sotto i riflettori e non fosse in grado di scrivere libri, vivesse la propria condizione difficile cadendo nella depressione, lasciandosi andare. Non è così, benché la normalità – forse come ovvio – non faccia notizia. Come se migliaia di persone ogni giorno rinuncino a lottare per la guarigione.

D’altra parte i progressi tecnologici e medici ci hanno portato a un’altra fase della storia. La vita può essere protratta artificialmente sempre più a lungo. La morte “naturale” esiste ancora ma, se così si può dire, si sposta “più in là”. In certe condizioni la morte di un paziente viene “decisa” da una scelta umana. Ciò ci può spaventare, indignare. Ma è la realtà di tutti i giorni negli ospedali e nelle strutture sanitarie. Nessuna legge potrà esonerarci da tale situazione. Il medico, o chi per lui, sarà chiamato a valutare se lasciar morire una persona o assecondarne la morte o addirittura agevolarla e accelerarla. L’accettazione del limite diventa sempre più fondamentale.

Chiunque percorra rotte a rischio di naufragio sa che affrontare con risolutezza e tenacia il viaggio, qualunque sia l’esito, sarà un’esperienza capace di gettare luce sul resto dell’esistenza. Potrà essere motivo di consolazione, occasione di amore e tenerezza. Per se stessi e per gli altri. Potrà cambiare la percezione della vita.

L’unica via – stretta, dissestata, oscura – resta quella di una condivisa accettazione del limite. Toffa ci insegna una strada luminosa, altri non resistono e finiscono nelle tenebre. Di ambedue occorre avere compassione.

Articolo apparso parzialmente sul quotidiano “Trentino”

Piergiorgio Cattani

Nato a Trento il 24 maggio 1976, dove risiede tuttora. Laureato in Lettere Moderne (1999) e poi in Filosofia e linguaggi della modernità (2005) presso l’Università degli studi di Trento, lavora come giornalista e libero professionista. Scrive su quotidiani e riviste locali e nazionali. Fa parte della Fondazione Fontana Onlus dal 2010. Dal 2013 è direttore del portale Unimondo. È attivo nel mondo del volontariato e della cultura come presidente dell’ “Associazione Oscar Romero”. Ha scritto numerosi saggi su tematiche filosofiche, religiose, etiche e politiche ed è autore di libri inerenti ai suoi campi di interesse. 

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