Calano gli arrivi ma non le partenze e i morti. E cresce il flusso dai Balcani

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Foto: Vita.it

Mentre la Sea Watch 3 è ferma ormai da giorni a largo di Lampedusa, nelle ultime settimane si sono ripetuti episodi di imbarcazioni in difficoltà, segnalate dalle ong, che hanno dovuto attendere ore prima di essere salvate in mare. Nonostante, infatti, il calo degli arrivi in Italia, e la riduzione drastica di navi civili di salvataggio, le partenze dalla Libia non si sono azzerate. Le persone continua a partire, spesso stipate in piccoli gommoni, in assenza di alternative sicure. Ma oggi il Mediterraneo centrale è la rotta più pericolosa per i migranti, come testimoniano i dati e gli allarmi delle organizzazioni internazionali.

Stando ai dati diffusi dal Viminale sono 2.144 le persone arrivate in Italia dal 1 gennaio al 10 giugno 2019, l’85 per cento in meno rispetto al 2018, il 96 per cento rispetto al 2017. Uno dei numeri più bassi degli ultimi anni e frutto di una serie di eventi correlati: innanzitutto la linea dura del governo giallo-verde, che ha apertamente contrastato gli sbarchi, da un anno a questa parte. Ma a ridurre gli arrivi in Italia ha contribuito anche l’attività della cosiddetta Guardia costiera libica, che dall’inizio dell’anno ha riportato indietro a Tripoli 2.747 persone (dati Unhcr aggiornati al 10 giugno) tra cui circa 270 bambini. Nei fatti, sono ad oggi di più le persone costrette a tornare nel paese da cui cercano di fuggire, e dove sono in corso violenti scontri, nonostante tutte le organizzazioni internazionali abbiamo ormai formalmente dichiarato che la Libia non può essere considerato un porto sicuro. Infine, da almeno due anni, si è intensificato l’impegno del nostro paese per bloccare i flussi nei paesi di origine e transito dei migranti. Come testimonia il report “Sicurezza e migrazione”. Il documento analizza il capitolo italiano ed europeo dei fondi sulla sicurezza sia aumentato vorticosamente ed abbia sempre più interessato la gestione delle frontiere all’interno e all’esterno dello spazio europeo: impegnate nel controllo delle frontiere dalla Libia al Niger, con il rafforzamento del ruolo dell’Agenzia Frontex nelle operazioni di rimpatrio e di meccanismi di interoperabilità dei sistemi di identificazione. «A farne le spese sono i migranti», spiega Sara Prestianni di Arci nazionale, curatrice del rapporto, «obbligati a rotte sempre più pericolose e lunghe, a beneficio di imprese nazionali, che del mercato della sicurezza hanno fatto un vero e proprio business, e di politici che sull’immaginario dell’invasione basano i loro successi elettorali».

Gli sbarchi fantasma e le partenze dalla Libia

Come spiega Matteo Villa, ricercatore di Ispi (Istituto per gli studi politici internazionali), tra il 1 maggio e il 7 giugno sono partite dalla Libia almeno 3.092 persone. 379 sono partite quando le ong erano al largo delle coste libiche, 2.713 invece, hanno preso il largo nonostante non ci fosse nessun assetto europeo (pubblicamente) in mare a fare ricerca e soccorso. Sulla stessa scia anche Carlotta Sami, portavoce di Unhcr, che in un tweet del 7 giungo scorso scrive: “700 persone alla deriva in 24 ore nel Mediterraneo. Non parliamo per decenza di pull factor. Nessuna ong può essere presente. E ancor peggio nessun sistema di soccorso. Stiamo perdendo vite umane e l’esperienza preziosa di anni di salvataggio che rendevano onore a chi li faceva”. Inoltre, le cronache registrano una serie di arrivi con micro imbarcazioni, non solo sulle coste della Sicilia, ma anche della Calabria e della Puglia. Sono i cosiddetti sbarchi fantasmi, così chiamati perché non intercettati dalle autorità marittime.

Nel Mediterraneo muore una persona su 6

Stando ai dati sono 543 le persone morte nel tentativo di raggiungere l’Europa, di queste 343 solo nel Mediterraneo centrale. La percentuale di persone morte in mare è passata da 1 su 29 dell’anno scorso a 1 ogni 6 di quest’anno. Come si evince dal report dell'Oim Sono almeno 1.151 le persone, uomini, donne e bambini, morte in mare in un anno: lo scrivono Medici Senza Frontiere e Sos Mediterranée. E un anno è proprio il periodo passato dall'annuncio del governo italiano di chiudere i propri porti alle navi umanitarie. Per le due organizzazioni, che ricordano anche che oltre 10.000 persone sono state riportate forzatamente in Libia ed esposte ad ulteriori ed inutili sofferenze Federico Fossi, uno dei portavoce di Unhcr Italia, «Le ong erano arrivate a soccorrere il 40 per cento di persone in mare, avevano cioè un ruolo fondamentale. Oggi che dalla Libia si continua a partire, non ci sono più. Le persone fuggono da un paese che non è più quello di qualche anno fa, le persone sono bloccate nei centri di detenzione, nelle zone in cui imperversano i combattimenti, come la parte sud di Tripoli», aggiunge Fossi, «Altre persone riescono a volte a fuggire dai centri di detenzione ma poi sono abbandonate a loro stesse, senza la possibilità di tornare indietro. Altri sono bloccati tra i combattimenti: mai come adesso la traversata in mare rappresenta l’unica via di uscita. Quindi le persone partono ancora ma rischiando ancora di più. Per noi è fondamentale che vengano fatti tutti gli sforzi possibili per soccorrere le persone in mare e per evitare che vengono riportate indietro , perché già qualche mese fa abbiamo chiaramente detto che la Libia non è un porto sicuro». In queste ultime settimane l’Unhcr ha operato diverse evacuazioni dai centri di detenzione libici. «Queste operazioni fanno parte del percorso di vie legali e sicure per far ottenere protezione ai rifugiati in Europa», aggiunge, «Operiamo in collaborazione con le autorità italiani e libiche, dal dicembre 2017 ci sono state 6 evacuazioni: le persone sono arrivate direttamente in Italia da Tripoli o passando per il nostro centro di transito in Niger, per un totale di quasi 1000 persone solo nel 2019”. In tutto, negli ultimi due anni sono 3.856 le persone evacuate dal paese. Mentre sono 1.223 i richiedenti asilo e rifugiati rilasciati dai centri di detenzione libici. «È importante che queste operazioni continuino, non solo verso l’Italia ma anche verso altri paesi europei. È un appello che rivolgiamo agli Stati», conclude il portavoce Unhcr. «Le vie legali sono importanti per le persone in pericolo, ma sappiamo bene che fintanto che la possibilità di mettersi in salvo in maniera sicura non sarà possibile le persone continueranno a cercare quella sicurezza, purtroppo come avvenuto in tutti questi anni, prendendo il mare, in una situazione sempre peggiore perché non c’è nessuno a soccorrerli. L’attraversamento è diventato pericolossissimo. La rotta del Mediterraneo è quella che ormai miete più vittime».

La rotta invisibile e Trieste

Intanto però nel 2018, e nel corso del 2019, sono aumentati gli arrivi di migranti e richiedenti asilo a Trieste, dalla rotta via terra dei Balcani. Un flusso che continua, invisibile e meno raccontato, con una media di presenze mensili che si attesta intorno ai 1000/1200. E che sta creando una situazione non certo emergenziale, ma di rilevante pressione sul locale sistema di accoglienza, dovuta al sottodimensionamento per ciò che riguarda la prima accoglienza. A fotografare la situazione è il report sull’accoglienza a Trieste, presentato da Ics e Caritas italiana. A mancare, spiega il rapporto, sono posti immediatamente disponibili seppure per brevi periodi. «Abbiamo sempre più persone di quanti sono i posti disponibili in accoglienza. Ciò è dovuto al forte aumento di arrivi verificati nel corso del 2018, confermati nei primi mesi del 2019» - sottolinea Gianfranco Schiavone, presidente di Ics, «Se un aumento c’è, però, non siamo in una situazione emergenziale. Per questo motivo non vogliamo aumentare i posti 'ordinari' dell’accoglienza, anche perché non si riuscirebbe a garantire l’inclusione sociale degli accolti. C’è invece bisogno di un’attenzione maggiore per garantire la prima accoglienza e i trasferimenti verso altre città meno esposte agli arrivi». I migranti che arrivano dalla rotta balcanica, e che provengono soprattutto da Afghanistan, Pakistan e Iraq, sono giovani: una popolazione, composta per un terzo da nuclei familiari: «È un’enorme ricchezza sociale», continua Schiavone, «specie per un Paese che invecchia rapidamente e nel quale la forbice tra popolazione attiva e non attiva sta diventando drammatica».

Da Vita.it

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