Belo Monte: belo monstro

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Foto: Newshopper

Siamo in Brasile, stato del Parà, fiume Xingu un affluente del Rio delle Amazzoni, nel cuore della foresta amazzonica. Non siamo qui per celebrare il 2011 quale anno internazionale delle foreste voluto dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite o per riproporre nel paese della neo presidente Dilma Rousseff la felice campagna “Un fan un albero” promossa da Unimondo per la riforestazione del Kenya. Siamo in Brasile perché Belo Monte è un progetto che se realizzato cancellerebbe con una diga almeno 400.000 acri di foresta pluviale, cacciando 40.000 indigeni e distruggendo l'habitat inestimabile di numerosissime specie uniche al mondo: tutto questo per creare energia che potrebbe essere generata da investimenti nell'efficienza energetica.

La storia della diga di Belo Monte inizia negli anni ’90, con un progetto faraonico che dopo decenni di battaglie legali, a fine agosto scorso, ha portato l’ex presidente brasiliano Lula alla firma dell'assegno da 16 miliardi di dollari che ha dato il via libera alla Norte Energia perché cominci la costruzione di una nuova centrale idroelettrica da 11.000 magawatt e di un’imponente diga, la terza al mondo per grandezza.


La scelta è stata presa tra le proteste di un’ampia rappresentanza della società civile che fin da principio ha criticato aspramente il progetto e oggi per voce del Movimento Xingu Vivo Para Sempre, un gruppo di circa 150 Ong e organizzazioni indigene, rilancia la petizione internazionale per fermare i lavori (arrivata ormai a 346.000 firmatari) “contro una diga che non risolverà definitivamente i problemi energetici del Brasile e inoltre causerà un enorme danno ambientale”.

Gli esperti ambientali, i leader degli indigeni e la società civile riuniti nel Movimento Xingu Vivo Para Sempre sono tutti d'accordo nel sostenere che Belo Monte “sarebbe una profonda cicatrice ambientale nel cuore dell'Amazzonia perché inonderebbe 400.000 acri di foresta tropicale, inciderebbe su centinaia di chilometri del fiume Xingu e caccerebbe dalla loro terra 40.000 persone, incluse le comunità indigene di 18 gruppi etnici differenti che dipendono dallo Xingu per la loro sopravvivenza”.

Per Antonia Melo leader e portavoce del Movimento Xingu Vivo “l’impianto produrrà sì energia rinnovabile, ma anche grandi quantità di gas metano, modificando il clima”, inoltre “se dovesse realizzarsi la centrale idroelettrica di Belo Monte - continua l’Associazione Popoli Minacciati (Apm) - gli indigeni perderebbero irrimediabilmente la loro base vitale grazie ad un progetto che viola contemporaneamente la Costituzione brasiliana, la Convenzione ILO 169 e la Dichiarazione ONU sui Diritti dei Popoli Indigeni”.

I sostenitori della diga ritengono invece che essa sia un’irrinunciabile risposta alla domanda crescente di energia del Brasile. Ma un rifornimento di energia di gran lunga più sostenibile ed economico per Avaaz è già a disposizione con l'efficienza energetica. “Uno studio del WWF (.pdf) rivela che il miglioramento dell'efficienza energetica da sola potrebbe salvare l'equivalente di 14 dighe” e i benefici di un approccio veramente sostenibile sarebbero distribuiti a tutti, “anziché solo ad un potente manipolo di imprese”. Inoltre nonostante i 16 miliardi d'investimento governativo la diga sarebbe una delle meno efficienti del Brasile, operando al 10% della sua capacità nei mesi secchi da luglio a ottobre.

In questi giorni la pressione sulla Presidente Dilma contro la diga sta crescendo “il Presidente dell'agenzia per l'ambiente del Brasile si è appena dimesso - sottolinea il network Avaaz impegnato nella raccolta delle firme internazionale contro il progetto - rifiutandosi di autorizzare la costruzione di Belo Monte e sfidando così la forte pressione politica che vuole andare avanti con questo progetto disastroso”. Ma Abelardo Bayma Azevedo non è il primo a dimettersi a causa delle forti pressioni per autorizzare Belo Monte, “il suo predecessore ha lasciato l'incarico per la stessa ragione lo scorso anno, come ha fatto anche il Ministro per l'ambiente brasiliano [...]. Ora sta a noi - puntualizza il team di Avaaz - far sì che queste dimissioni, e decenni di proteste in Brasile, non siano vane”.

La costruzione di Belo Monte, tuttavia, potrebbe cominciare già a febbraio. Il Ministro per l'energia e le miniere del Brasile, Edson Lobão, ha detto che la prossima autorizzazione sarà presto ufficializzata, “per questo - conclude Avaaz - dobbiamo fermare Belo Monte prima che arrivino i bulldozer. Diamo il benvenuto alla presidenza di Dilma con un enorme appello per fare la cosa giusta: fermare Belo Monte! [...] Il Brasile può rappresentare oggi la speranza più grande del mondo per il progresso contro il cambiamento climatico e per portare i paesi del Nord e del Sud del mondo su un terreno comune di dialogo”.

Forse per questo oltre alle 150 organizzazioni, movimenti, tecnici ed esperti, brasiliani e internazionali impegnati a rivendicare quotidianamente la pericolosità e la non-necessità per il Brasile di spendere così tanti soldi in un’attività così poco proficua, la denuncia ha coinvolto anche alcune star internazionali. E dopo Sting, fondatore dal 1989 della Rainforest Foundation in difesa degli indiani dell’Amazzonia, anche James Cameron, in una recente visita sullo Xingu, ha affermato: “questo [progetto] è come il mondo civilizzato si spinge lentamente nella foresta portando via ciò che era”. Pensieri, parole riproposte come sfondo del colosso Avatar. La speranza adesso, per i popoli e la foresta del Parà, è lo stesso lieto fine della celebre pellicola.

Alessandro Graziadei

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