Istruzione essenziale come il cibo: parte la campagna #EmergencyLessons

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Alla presentazione di #EmergencyLessons - Foto: A. Toro ®

Jovana Kuzman ha 19 anni. Nata in Serbia nel pieno della guerra in Kosovo, a soli due anni è dovuta fuggire con la sua famiglia trovando rifugio in Italia, dove ha potuto cominciare una nuova vita e soprattutto studiare. “Nella mia città le case e le scuole erano state distrutte – racconta durante la campagna di presentazione di #EmergencyLessons, lanciata dall’Unicef e dall’Unione Europea proprio per sensibilizzare l’opinione pubblica sull'importanza dell’accesso all'istruzione nelle tante zone di crisi – Spesso in Italia diamo la scuola per scontata ma è un diritto che non tutti hanno”.

Secondo i dati dell’Unicef, infatti, sui 462 milioni di bambini in età scolare, 1 su 4 vive oggi in uno dei 35 paesi colpiti da crisi e conflitti. Di questi, circa 16 milioni sono rifugiati. Ed è proprio dalle dure esperienze di vita di questi ragazzi che la campagna prende le mosse: veicolata attraverso i social media, #EmergencyLessons ha l’obiettivo di raggiungere 20 milioni di persone in Europa, in particolar modo i giovani under 25 in Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Slovenia, Slovacchia e Regno Unito, e ispirarli a supportare milioni di bambini e adolescenti che hanno interrotto il loro percorso scolastico a causa delle emergenze.

Ma come funziona? Promossa soprattutto nelle scuole e nei licei, la campagna propone ai giovani studenti di condividere su Twitter, Facebook, Snapchat o Instagram una o più foto legate a un loro bel ricordo della scuola, accompagnate da una frase e, naturalmente, dall’hashtag #EmergencyLessons. Non solo: nei prossimi 7 mesi, saranno pubblicati sette video accompagnati da testimonianze, infografiche e altro materiale, ognuno dei quali racconta una storia di giovani e bambini che, nonostante le difficoltà, non rinunciano allo studio. Come la storia di Yaroslav e Nastya, due dei 580.000 bambini direttamente colpiti dal conflitto nell’Ucraina orientale, una guerra che va avanti dal 2014. Il video spiega come i bambini che vivono nelle zone più colpite debbano perdere mesi di scuola o attraversare pericolosi checkpoint per recarsi alle lezioni. Ben il 40% di loro ha assistito a combattimenti. Nonostante questi problemi, circa 70.000 bambini sfollati sono stati accolti in nuove scuole, dove hanno potuto ritrovare una parvenza di una vita normale. Anche in questo caso, l’obiettivo è condividere questi video e storie il più possibile, affinché le testimonianze diventino virali. “In Italia vorremmo raggiungere 4 milioni di persone” spiega Jovana, che proprio partendo dalla sua esperienza personale ha abbracciato la causa diventando ambasciatrice Unicef per questa campagna.

Gli ostacoli, però, non mancano. “Spesso viene data la priorità al cibo, alla salute, a ciò che sembra più urgente, dimenticando l’istruzione” ha commentato ad esempio Marilena Viviani, direttore Ufficio Liaison UNICEF di Ginevra. Eppure proprio le scuole possono fungere da rifugio sicuro e protetto, soprattutto in queste zone a rischio in cui i bambini in età scolare sono più vulnerabili agli abusi, allo sfruttamento e al reclutamento da parte delle forze armate, mentre le bambine sono spesso vittime di violenze e discriminazioni di genere, con la concreta possibilità di andare incontro a matrimoni e gravidanze precoci.

E se l’Unione Europea da una parte è alle prese con numerose questioni irrisolte – l’immigrazione in primis – sul fronte finanziamenti all’istruzione qualcosa si è mosso: ad aprile, infatti, la Commissione Ue ha annunciato un pacchetto di aiuti umanitari da 52 milioni di euro da destinare a progetti educativi per i bambini in situazioni di emergenza. I finanziamenti andranno a sostenere più di 2 milioni e 300mila bambini in 42 Paesi di tutto il mondo, soprattutto nelle zone a più elevato rischio di esclusione scolastica e di interruzione degli studi: Siria e Iraq, Africa orientale, centrale e occidentale, Asia, Ucraina, America centrale e Colombia. Il bilancio degli aiuti destinato a questi fronti è così passato dall’1% del 2015 al 4% nel 2016. “Investire ora nell’istruzione dei bambini che vivono in zone di conflitto e in altre situazioni di emergenza significa investire contro il rischio di una generazione perduta e investire per il futuro” ha dichiarato in un comunicato il commissario europeo per gli aiuti umanitari e la gestione delle crisi Christos Stylianides. 

Insieme all’Unicef, però, l’Ue chiede anche ai ragazzi nati in paesi più fortunati di attivarsi per conoscere queste situazioni difficili e magari iniziare a donare un po’ del proprio tempo e competenze attraverso strumenti come il volontariato o il servizio civile. Come spesso capita in questi casi, la campagna si è servita di tanti i testimonial importanti, tra i quali l’attore Tom Hiddleston (il Loki degli Avengers, particolarmente amato dai giovani), e in Italia l’astronauta Samantha Cristoforetti, anche lei presente al lancio italiano della campagna. Nella sua tuta spaziale blu che ormai la contraddistingue, ha raccontato ai ragazzi l’importanza di coltivare i propri sogni e di raggiungerli, e di come la scuola e gli strumenti intellettuali in questo siano fondamentali. “Bisogna vivere in questo pianeta con la consapevolezza di essere come l’equipaggio di un’astronave: per sopravvivere e farla funzionare bisogna lavorare insieme, prendersi cura gli uni degli altri. Quando però le sofferenze sono lontane e l’empatia è astratta, diventa più difficile. Per questo anche per i ragazzi italiani questa campagna è un’occasione di crescita in tutti i sensi”.

“La campagna #EmergencyLessons parla dell’importanza dell’istruzione in paesi lontanissimi da noi – ha continuato Paolo Rozera, Direttore generale dell’UNICEF Italia, rivolgendosi anche lui agli studenti – ma nello stesso tempo abbiamo parlato di voi. Questo è un effetto importante della fantomatica globalizzazione, questi problemi li vediamo tutti i giorni, ad esempio con la questione dei migranti. Parlando dei problemi dei giovani della vostra età in altre parti del mondo non facciamo altro che parlare dei problemi che voi incontrate qui. Ecco perché non possiamo più chiudere gli occhi e mettere la testa sotto la sabbia”.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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