Anch’io a Bukavu

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Adagiata sul lago – Foto: Unimondo

Bukavu si estende delicatamente come una mano a sud del lago Kivu. Le dita estese e leggermente allargate vanno a posarsi sull’acqua. Poi colline che salgono dolci come il dorso di una mano e su su fino alla montagna. Il polso esteso. C’est Bukavu la belle.

Dall’inizio della guerra, 20 anni fa, le case sorte sulle cinque affilate dita sono state affittate, a peso d’oro, alla missione Onu (Monusco) ed alle organizzazioni internazionali non governative. Ville, filo spinato, guardiole e torrette ovunque. Le case dei congolesi hanno spesso la porta aperta mentre i soldati congolesi (50 $ al mese di stipendio) dormono in miserevoli tende: da lì dovrebbero difendere il loro paese. C’est la guerre.

Ma nonostante l’accoglienza le persone locali non riescono a legare con le asettiche organizzazioni di aiuto umanitario che lavorano molto nell’interno del paese ma che non vivono la città se non per rifornimento di cose ed energie. Si. Certo. Qualche salario va anche a qualche persona locale assunta a tempo determinato. Dipende. Se fortunati anche 2 o 3 anni di contratto.

Dal ‘94 Bukavu, soprannominata nei primi anni d’indipendenza “la belle” per la sua impareggiabile dislocazione sul lago ha visto un andirivieni impressionante di organismi umanitari. Chi mi ospitò nel 1996 contò 48 fuoristrada di diversi organismi in soli 15 minuti nella piazza principale. Erano gli anni in cui infuriava la guerra per destituire Mobutu (filo francese) ed intronare Laurent-Désiré Kabila (filo Usa). Fu l’inizio della guerra mondiale africana che causò milioni di morti e che, purtroppo, continua ancora in questi giorni; i giovani che hanno da sempre conosciuto solo guerra non riescono nemmeno ad immaginarsi un futuro di pace. Metà dei criminali ricercati africani dal Tribunale Internazionale si trovano nel Kivu. Sono rei di massacri, stupri, rapine e violazione del diritto internazionale.

È paradossale. Se da un lato la guerra getta in miseria moltissimi dall’altro diventa la fortuna dei commercianti locali: acqua in bottiglia, scatolame, detersivi, frutta, verdura e sesso a pagamento. Le organizzazioni umanitarie sono disposte ad acquistare di tutto nei mercati rionali. Di giorno e di notte. Ma non la carne. Il contingente Onu, infatti, la fa arrivare direttamente dall’Argentina. Questioni di convenzioni.

Una di queste convenzioni permise ad una fabbrica di lasagne di svuotare a prezzo sostenuto i propri magazzini in Italia. Bene. Lasagne per tutti. Il problema è che alcuno sapeva come cucinarle (avessero avuto pure il gas ed il forno) e molti tentarono di rivenderle ai pochi italiani presenti.

Ma il vero business lo fanno non solo i “signori della guerra” internazionali ma anche quelli locali che alimentano il mercato neo di oro, tungsteno, stagno e, soprattutto, coltan....per i cellulari. Qui ci si può davvero arricchire. E questi signori si stanno costruendo ville da 3-4 piani con tetti nordici del tutto disarmoniche rispetto al paesaggio. Fiumi di denari tra i fiordi di Bukavu. Inutile dire che i manovali sono quasi tutti minorenni affamati.

Visitando Bukavu si possono notare come i soldati dell’Onu occupino con i loro mezzi nuovi fiammanti e con gli elicotteri le piazze principali situate all’altezza delle nocche che congiungono le dita al dorso della mano. Trattasi di esercitazioni necessarie. Si. Certo, qualche loro azione nella foresta nei confronti dei ribelli dell’M23 ha avuto successo. Un paio di alti criminali è stato assicurato alla giustizia, compresi alcuni trafficanti d’armi europei ma non si capisce perché si debbano fare tutte queste esercitazioni in città tra massaie, studenti e commercianti.

Recentemente il teatrino della politica internazionale ci ha mostrato una segretaria di Stato Usa a muso duro contro l’alleato di sempre Paul Kagame (presidente del Rwanda), reo di passare le armi ai ribelli dell’M23. Cosa ha fatto l’Onu? Ha chiuso le frontiere tra i due paesi. Bene. Peccato che il flusso di armi passi lo stesso via montagna. Le donne più povere con cesti che sembrano stracarichi di frutta ma che invece contengono non solo ananas ma anche granate, peraltro somiglianti; oppure uomini con biciclette porta sacchi di carbone. All’interno vi sono fucili.....Entrambi fanno fuoco. (humor congolese...d’altronde per sopravvivere a 20 anni di guerra non si può che sorridere della banalità del male). Entrambi donne e uomini lo fanno in cambio di un pugno di riso suscitando le ire di chi non cede al ricatto: “portate dentro le armi che uccidono i nostri figli”. È una contraddizione certo ma che risponde esattamente alla domanda che ogni donna si pone al mattino: “che cosa darò oggi da mangiare ai miei bambini?” Se fare il corriere per il traffico d’armi mi permette un pugno di riso o poco più ho risposto alla domanda d’oggi. Domani? Si vedrà. Il resto è morale da benpensanti con lo stomaco pieno.

Ma se la comunità internazionale è impotente davanti al caos, può qualcosa la polizia locale? No. E la magistratura? Vive di corruzione. Pagando ci si può garantire l’immunità. I grandi processi come l’uccisione dell’Arcivescovo di Bukavu, il gesuita Christophe Munzihirwa oppure Serge Maheshe, giornalista della Radio Okapi, rei di parlare sin troppo forte e chiaro anche contro le connivenze con il Rwanda, l’inerzia dell’Onu ed il circo umanitario, sono ancora da celebrare.

La gente non ha più nessuno che la difende. Allora si difende da sé. Uccide facilmente, seduta stante, il ladro che ruba al mercato come il secondino uccide il carcerato che tenta la fuga.

I giovani organizzano pattuglie a difesa del proprio quartiere per diversi mesi e diverse notti....ma non traendovi guadagnano si stancano dopo 3-4 mesi di volontariato.

La chiesa in questi vent’anni è sempre stata vicina alla gente ed ha maggior credito. Non a caso è stata chiamata a presiedere l’assemblea costituente della Repubblica Democratica del Congo. Bukavu la belle è diventata con la guerra Bukavu la poubelle (la pattumiera) con un’infinità di rifiuti in ogni dove. Ebbene questa disgraziata pattumiera è riuscita ad accogliere un milione di rifugiati durante il genocidio nel vicino Rwanda. Un milione. Le porte di tutte le case si sono spalancate. C’è sempre posto per l’ospite.

Fabio Pipinato, inviato di Unimondo in Kivu

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