A casa loro in Mali…

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Non trova pace il Mali, dove nelle scorse settimane le uccisioni di 19 nomadi Tuareg disarmati hanno rischiato di deteriorare ulteriormente il clima nella regione settentrionale del paese africano, dove comuni delinquenti, terroristi e fondamentalisti islamici continuano a seminare violenza e tensione. L’impressione è che fino a quando il Governo maliano non si assumerà le proprie responsabilità, attuando finalmente l’accordo di pace firmato nel 2015 con la popolazione Tuareg in tutti i suoi punti, la spirale di violenza in Mali rischierà di aggravarsi ulteriormente. Il 25 settembre un gruppo di motociclisti ha attaccato due accampamenti di nomadi Tuareg del gruppo degli Ibogholitane, a circa 45 km dalla città di Menaka, nel nordest del paese. Gli aggressori hanno ucciso a colpi di arma da fuoco 17 civili, tra cui diversi adolescenti. Solo pochi giorni prima, il 22 settembre, nella città di Kidal, due capi clan dei Tuareg Saida Ould Cheik Cheick Mohamed Ag Eljamet sono stati circondati e uccisi in strada da motociclisti armati esponenti di un gruppo radical-islamico.

Lo stesso giorno, il 22 settembre, il neo-eletto presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keita aveva annunciato che il ripristino della sicurezza nel paese costituisce il primo e più importante punto del suo programma. Sembra però che né le truppe di pace Onu della missione Minusmané le truppe anti-terrorismo francesi stazionate nella regione, né tanto meno l’esercito del Mali siano in grado di garantire la sicurezza della popolazione civile. Per riuscire ad interrompere l'escalation di violenza ed evitare che questi ultimi assassinii vadano ad alimentare ulteriormente la pericolosa spirale di aggressioni mortali, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha chiesto “l’immediato avvio di un'indagine indipendente in grado di far incriminare i responsabili degli agguati”. Per l’APM, inoltre, le autorità competenti, nazionali ed internazionali, dovrebbero mettere in campo da subito delle strategie per una reale tutela della popolazione civile: “Il primo passo in tal senso dovrebbe essere l’effettiva attuazione dell’accordo di pace con la popolazione Tuareg che il Governo ha finora attuato solo parzialmente e in modo molto lento dando l'impressione di non volersene in realtà occupare”.  

Secondo l’APM, attualmente il Governo di Bamoko “è uno dei principali responsabili del clima di insicurezza, ma soprattutto del vuoto legislativo che si è creato nella regione, e che a sua volta lascia liberi comuni criminali ed estremisti di agire impunemente”. L’esigenza di ristabilire la legge e disinnescare l’odio etnico in Mali non è certo un’emergenza degli ultimi mesi. A pochi giorni dal ballottaggio per le elezioni presidenziali di agosto si era registrata un’escalation di violenza tra la popolazione appartenente ai gruppi etnici dei Peul e dei Dogon nel cuore del paese. Il 9 agosto erano stati trovati i corpi senza vita di 14 Peul rapiti due giorni prima da un gruppo di miliziani. In molti hanno accusato del crimine un gruppo di Dogon, che già in passato aveva fatto parlare di sé per attacchi condotti contro persone appartenenti ai Peul. Il conflitto tra Peul e Dogon ha causato dall’inizio dell’anno ad oggi almeno 317 morti, vittime soprattutto della mancanza di politiche di sviluppo che alimentano l'odio etnico nella regione del Mali centrale.  

Il malcontento e la rabbia tra la popolazione Dogon nasce dall’accusa generalizzata e spesso infondata a tutta l'etnia Peul di sostenere gruppi islamici radicali. Le cause del conflitto tra Peul e Dogon in realtà sono molteplici e risiedono principalmente nelle diverse economie di sussistenza dei due gruppi: mentre i Peul sono tradizionalmente pastori nomadi, i Dogon sono agricoltori stanziali. Il cambiamento climatico e la conseguente minor disponibilità di terre adatte alla pastorizia e all'attività agricola ha innescato forti tensioni tra i due gruppi, rese ancora più forti a causa della generale povertà e della crescita demografica. Ad oggi sembra che, come nel più globalizzato dei copioni, la mancanza di risorse e di sicurezza finisca per avvantaggiare proprio i gruppi più radicalizzati. Sempre andando a ritroso nel tempo, lo scorso 24 luglio, a Koumaga sono stati trovati i corpi di 17 Peul disarmati e a fine giugno 2018 sono stati uccisi altri 42 Peul. In entrambi i casi molti hanno pensato che i responsabili delle violenze potessero essere gruppi di miliziani Dogon.

Per il momento l'assenza di politiche coraggiose e programmi di sviluppo delle aree rurali contribuisce a far crescere quel malcontento che lascia campo libero alle milizie islamiche, che approfittano della situazione per reclutare nuovi combattenti in particolare tra i Peul. Dopo il ballottaggio del 12 agosto scorso, che ha confermato alla guida del paese il presidente uscente Keita, la situazione non sembra essere migliorata. Per l’APM adesso “occorre agire velocemente e seriamente sulla situazione delle regioni centrali del paese, se non si vuole che le attuali violenze si trasformino in veri e propri conflitti armati permanenti”. Se così non fosse da casa loro, in Mali, partiranno nei prossimi mesi un numero ben superiore ai 140mila profughi che già hanno lasciato il paese in questi mesi.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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