Tessere la pace

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Campana dei caduti a Rovereto - Foto: albanianews.it

Multilateralismo contro unilateralismo. Queste due parole, tipiche del lessico della politica internazionale, possono significare ben poco per un cittadino comune. Apparire lontane, astratte. Eppure, se chiarite nei loro risvolti, determinano ampiamente la nostra vita quotidiana. A volte siamo troppo abituati alla relativa pace e sicurezza di cui godiamo da 75 anni per capire che esse sono il frutto di una particolare visione dei rapporti tra gli Stati. 

Multilateralismo vuol dire che le controversie tra Paesi si risolvono attraverso il diritto internazionale e gli organismi preposti al rispetto di tale diritto, a cominciare dalle Nazioni Unite. Ogni Stato, anche il più potente, non può dettare le regole da solo, non può ergersi a padrone del mondo. Esiste una “comunità internazionale” di nazioni che si legittimano a vicenda e che cercano ambiti comuni di cooperazione, può nascere una visione cosmopolita. Consci della loro interdipendenza e che è possibile costruire un assetto in cui non ci sono perdenti, formano organismi regionali come nel caso dell’Unione Europea. Per reggere questa struttura occorre, come abbiamo detto, un diritto; servono luoghi, istituzioni; sono necessarie persone. Ecco che il ruolo dei diplomatici diventa fondamentale: essi possono essere per davvero costruttori di pace. 

Unilateralismo significa invece che conta soltanto la legge del più forte. Comanda il più potente militarmente ed economicamente. “Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione” diceva Carl Schmitt, le cui teorie furono anche utilizzate dagli autoritarismi di stampo fascista. Trump può violare la sovranità di altri Stati, può eseguire quando e come vuole omicidi mirati. Come avvenuto con l’uccisione del Generale iraniano Qassem Soleimani. Perché lui è il più forte e può fare quello che vuole. Questo clima da conflitto permanente non sfocia (ancora) in una guerra globale perché si regge su un delicato “equilibrio di potenza”. A livello internazionale esiste una gerarchia: se i sottoposti si comportano bene, se accettano le briciole, tutto bene, altrimenti sale la tensione.

Il mondo di Trump è una giungla ma anche un “mercato delle vacche” come era nel Far west. Ci si può anche accordare, tanto tutto è in vendita. Va da sé che in questo contesto ogni accordo multilaterale va stracciato (a cominciare dall’accordo sul clima di Parigi), ogni intesa va rinegoziata a due, gli organismi internazionali sono luoghi delle chiacchiere e dello spreco di denaro, i diplomatici diventano gli agenti degli affari e degli interessi dello Stato di appartenenza. 

Questa descrizione è ovviamente schematica, in mezzo c’è il convulso disordine mondiale. Tuttavia occorre sottolineare che dal dopoguerra in poi, con sbandate, contraddizioni, eccessi, i rapporti internazionali si sono retti sul multilateralismo. E anche la contrapposizione USA – URSS era basata sul reciproco riconoscimento, sullo stile diplomatico che alternava facce feroci con strette di mano. Il telefono rosso era sempre collegato. 

Oggi tutto questo è saltato. I diplomatici “di mestiere” vengono irrisi. Hanno portato alla “pace perpetua”? No, allora vadano a casa. Ma le strade verso la pace si costruiscono soltanto attraverso uomini e donne che mettono in gioco la propria esistenza per intraprendere percorsi di giustizia e di riconciliazione.

Uno di questi è Staffan de Mistura, che i lettori di Unimondo conoscono bene. Oggi e domani il diplomatico sarà in Trentino, in compagnia di Roberto Savio (altro nostro punto di riferimento), per ricevere il premio “Testimone di pace”, voluto da IPSIA del Trentino, alla sua edizione inaugurale. La cerimonia avverrà sotto la Campana dei caduti a Rovereto: tra le tante bandiere che sventolano sulla “piccola ONU del Trentino” verrà issata la bandiera double face (Unione Europea e Nazioni Unite) mentre verrà suonato l'inno alla gioia.

Il tutto nel 75° anniversario dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki e della nascita delle Nazioni Unite. Oggi più di ieri, di fronte all’emergere di uomini forti e a un progressivo e pericolosissimo riarmo, occorre avere resistenza e pazienza per incamminarsi (o restare) sul cammino della pace.

Piergiorgio Cattani

Nato a Trento il 24 maggio 1976, dove risiede tuttora. Laureato in Lettere Moderne (1999) e poi in Filosofia e linguaggi della modernità (2005) presso l’Università degli studi di Trento, lavora come giornalista e libero professionista. Scrive su quotidiani e riviste locali e nazionali. Fa parte della Fondazione Fontana Onlus dal 2010. Dal 2013 è direttore del portale Unimondo. È attivo nel mondo del volontariato e della cultura come presidente dell’ “Associazione Oscar Romero”. Ha scritto numerosi saggi su tematiche filosofiche, religiose, etiche e politiche ed è autore di libri inerenti ai suoi campi di interesse. 

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