Il mondo capovolto dell’era Trump

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Foto: Kaleva.fi

“La Nato è un’istituzione obsoleta”. Parola di Donald Trump, non del segretario di qualche partito comunista di un Paese europeo occidentale degli anni Settanta. L’erede dell’imperialismo ex sovietico, lo zar Putin, difende il presidente degli Stati Uniti dagli attacchi interni dell’amministrazione uscente, guidata dal “black man in the White house”. Il mercato globale è difeso dal segretario generale del partito comunista più grande del mondo – uno degli ultimi sopravvissuti – nonché presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping che sale alla “montagna incantata” di Davos per dichiarare che “bisogna nuotare nel vasto mare globale”. I valori di apertura, inclusione, tolleranza, diritto, vengono rivendicati dalla Germania. Davvero il mondo sorto dalle ceneri della seconda guerra mondiale è capovolto.

Negli scorsi anni una delle maggiori preoccupazioni di analisti e cittadini era quella della sudditanza della politica all’economia e, a sua volta, della finanza sull’economia reale. La globalizzazione – intesa soprattutto come unificazione del sistema finanziario e quindi industriale e commerciale – sembrava essere una tendenza irresistibile, a prova di qualsiasi scossa. La storia andava in quella direzione. Gli Stati Uniti ne erano i garanti e i principali beneficiari, almeno da Reagan in poi. Globalizzazione basata sul progressivo abbattimento dei dazi doganali, su accordi di libero scambio, su liberalizzazione dei mercati interni ed esterni, sullo sfruttamento esasperato delle risorse, sulla delocalizzazione dove il costo del lavoro è minore. Insomma, sul liberismo economico. E sulla strapotenza militare americana che appunto controllava la situazione.

In tempi non sospetti, intorno al 2000, i movimenti no global volevano mettere in discussione questo schema. Ma venivano giudicati estremisti, fuori dal mondo. La globalizzazione aveva garantito il maggior ciclo di crescita economica dal dopo guerra in poi. La Cina stava per entrare nel WTO e i più ottimisti speravano che fosse l’inizio di un’apertura anche democratica. Ma era un’illusione. Come lo era l’idea che i paesi emergenti – e anche quelli impoveriti – traessero enormi vantaggi da questo processo: tutto il mondo cresceva a livello economico e democratico. Il quadro politico restava instabile ma bene o male l’Unione europea andava avanti, tra USA e Russia si prospettava una fruttuosa collaborazione, persino per il Medio oriente si poteva sognare uno sviluppo meno conflittuale. Turchia, Brasile, India erano in tumultuosa crescita.

In un attimo però la situazione è cambiata. Come data spartiacque naturalmente potrebbe essere preso l’11 settembre 2001. In realtà le braci della crisi covavano da tempo sotto la cenere. Una crisi dovuta a molteplici fattori, scoppiata nel 2007 a causa dei mutui sub prime e del fallimento della Lehman Brothers, poi allargatasi ai debiti sovrani degli Stati e quindi piombata come un macigno sull’economia reale. In contemporanea le conseguenze della guerra scriteriata in Iraq del 2003, la diffusione del terrorismo islamista, l’aborto delle rivolte arabe trasformatisi in devastanti conflitti (vedi Siria) o in regimi peggiori di prima (vedi Egitto), le nuove tensioni tra le super potenze, e altri focolai di crisi (vedi il mar cinese orientale con le isole contese), la perenne emergenza umanitaria in molti paesi dell’Africa, hanno rinfocolato lo scenario internazionale.

Le promesse della globalizzazione non sono state mantenute. Un punto fondamentale ha tradito le speranze: la disuguaglianza è aumentata a sproposito. Su questo punto il mondo è rimasto quello di sempre: poche, pochissime persone, detengono un’immensa ricchezza, come evidenziato dall’ultimo rapporto Oxfam.

Da quasi 10 anni si rincorre l’emergenza. Dopo i salvataggi bancari e l’emissione di enormi dosi di liquidita con l’abbassamento dei tassi d’interesse, l’economia americana è ripartita. Così non si può dire per l’Europa, vittima di un eccessivo rigorismo. Ma neppure il sistema finanziario è al sicuro. Nel 2017 ci potrebbero essere sorprese in tal senso.

Ciò che però non è stato neppure scalfito è il problema dell’impoverimento generalizzato della classe media “occidentale”. E sappiamo che la democrazia vive e si sviluppa dove le sperequazioni sociali sono minori, dove la platea degli “inclusi” comprende la grande maggioranza dei cittadini. Dove gli “esclusi” sono sempre di più, dove ci sono tanti poveri e pochi ricchi, la democrazia è a rischio. Infatti sta accadendo proprio questo. Molti studiosi hanno osservato che con Trump finisce una prima fase della globalizzazione. Cosa accadrà adesso? Difficile da prevedere.

In un certo senso con Trump la politica ritorna in auge rispetto all’economia. Almeno in questo modo si è presentato The Donald: uno strano Robin Hood contro le multinazionali che delocalizzano, contro Wall Street e la Silicon Valley… ma la gente gli ha creduto. Certamente vince una politica segnata da quello che si chiama “populismo”: ricette facili ma inapplicabili che però solleticano i desideri della gente; slogan semplici, comprensibili da tutti, accattivanti, utili in termini elettorali anche se distanti dalle realtà.

Domani Trump entra formalmente in carica. Abbiamo già trattato dell’argomento. La storia insegna che protezionismo significa isolazionismo e che ambedue fanno rima con nazionalismo. Si tratta di rivendicazioni in cui un crudo – e a tratti stupido – realismo nei rapporti internazionali fa dire apertamente: vince il più forte. Le regole sono dettate dagli eserciti: in fondo la Russia è ancora più potente della Cina e quindi è meglio accordarsi con Putin. Esattamente l’equilibrio di potenza che è sfociato nella prima guerra mondiale. Questa è la ricetta della destra per superare la globalizzazione.

Occorre una via alternativa. Che non può essere un nazionalismo “di sinistra” o un populismo che sogna la chiusura e l’autarchia. L’obiettivo non è ritornare all’economia di sussistenza. Ci sono tantissime esperienze innovative dal basso, ma non riescono a creare un movimento di opinione capace di offrire soluzioni veramente concrete basate sul rispetto dei diritti umani che oggi più che mai diventano diritti economici e sociali. Non abbiamo saputo proporre un’alternativa dentro, non fuori alla globalizzazione. E come al solito ci pensa la destra. Sappiamo come è finita negli anni 30. Fin d’ora non occorre soltanto resistere, ma progettare il futuro che continuerà ad esistere, una volta cessata questa burrasca. Speriamo che non faccia troppi danni.  

Piergiorgio Cattani

Nato a Trento il 24 maggio 1976, dove risiede tuttora. Laureato in Lettere Moderne (1999) e poi in Filosofia e linguaggi della modernità (2005) presso l’Università degli studi di Trento, lavora come giornalista e libero professionista. Scrive su quotidiani e riviste locali e nazionali. Fa parte della Fondazione Fontana Onlus dal 2010. Dal 2013 è direttore del portale Unimondo. È attivo nel mondo del volontariato e della cultura come presidente dell’ “Associazione Oscar Romero”. Ha scritto numerosi saggi su tematiche filosofiche, religiose, etiche e politiche ed è autore di libri inerenti ai suoi campi di interesse. 

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