Quando le tecnologie digitali creano (per davvero) sviluppo

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Foto: Francesco Vignali Photography ®

Nel 1973, uscito dal suo ufficio nella 6th Avenue di New York, Marty Cooper del team di Motorola ha fatto la prima chiamata della storia con il cellulare e, da quel momento, è cambiato il modo di comunicare. È questa l’essenza dell’innovazione: «Ciò che fa la differenza è il cambiamento di comportamento che la tecnologia comporta, non la tecnologia in sé. L’innovazione sta nell’evoluzione delle possibilità». Così si può riassumere lo speech di Roshan Paul, fondatore di Amani Institute, istituto kenyota che si occupa di formare professionisti dell’innovazione sociale, e presente agli Open Days dell’Innovazione svoltisi a Milano il 6 ed il 7 novembre scorsi. L’appuntamento è stato organizzato da Fondazione Cariplo,  Compagnia di San Paolo,  Fondazione CRT Tech Soup per creare uno spazio di confronto e networking sul tema dell’innovazione e della tecnologia applicate al sociale e alla cooperazione internazionale.

Gli Open Days arrivano al termine di un progetto - “Innovazione per lo Sviluppo” - che le fondazioni bancarie hanno voluto per contribuire in termini di apporto di tecnologia, creatività e innovazione, alle attività di cooperazione internazionale, attraverso quattro filoni tematici: la Fabbricazione Digitale, con il coinvolgimento dei FabLab, officine che offrono servizi e tecnologie adattati alle esigenze locali; i Data for Good e l’uso della “Data Analysis” con l’annuncio della prossima apertura, a Torino, del primo centro europeo dedicato alla ricerca ed analisi dei dati per la filantropia, promosso da CRT e ISI Foundation; altri due filoni sono la Open Innovation ed il Capacity Building, con formazioni per diffondere la cultura dell’innovazione e delle ICT - Information and Communications Technologies - nel mondo della cooperazione internazionale italiana.

Il progetto ha dimostrato che l’innovazione non è una prerogativa della “Silicon Valley”. Nella “due giorni” degli Open Days sono emerse alcune eccellenze nate dal basso nel continente africano, come il FabLab di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. «Credo che i FabLab siano la vera essenza dell'apprendimento all'africana: spazi con accesso libero e gratuito, dove tutti possono imparare ma anche insegnare quello che sanno» afferma il fondatore di OuagaLab, Gildas Guiella, classe 1984. Tra le sue molteplici attività, il OuagaLab è coinvolto nel lavoro con Ong e agricoltori del Burkina Faso per trovare soluzioni tecnologiche alle criticità di due filiere agricole (risicoltura e apicoltura).

A rafforzare la consapevolezza di un continente in movimento, la presentazione del concorso e premio “ICT for Social Good” promosso da Ong 2.0, network di Ong italiane specializzate sui temi della cooperazione allo sviluppo e dell’innovazione: ben 233 proposte sono state inviate da 57 paesi del mondo, di cui il 67% dall’Africa. «Nella nostra esperienza abbiamo verificato che spesso proprio nei paesi poveri c’è un uso molto creativo delle tecnologie digitali per risolvere problemi concreti. – Afferma Silvia Pochettino, coordinatrice di Ong 2.0. – Raramente, però, questi progetti sono realmente considerati nei grandi programmi di cooperazione internazionale».

Il premio, di 12mila euro, è stato assegnato ad Henri Nyakarundi: ruandese, quarant'anni, è il fondatore dell'impresa sociale Ared - African Renewable Energy Distributor - che in Ruanda ha realizzato un chiosco mobile alimentato ad energia solare, che porta la connettività ad internet e l'accesso a contenuti multimediali tra le persone a bassissimo reddito. Questa tecnologia permette di usufruire anche di altri servizi, come la ricarica dei cellulari, il pagamento delle tasse e l'acquisto di credito telefonico. «800 milioni di persone in Africa hanno un telefono cellulare ed il 30% di queste ha uno smartphone, numero che raddoppia ogni cinque anni. Il continente offre un enorme potenziale in termini di sviluppo digitale ed il chiosco, in quanto unità mobile, può portare connettività diffusa e a basso costo ovunque», spiega Henri Nyakarundi. Attraverso un sistema in franchising, l’iniziativa coniuga il business con la lotta alla povertà: i gestori dei chioschi sono reclutati soprattutto tra le fasce deboli – donne e disabili – che vengono formati e responsabilizzati ad essere micro-imprenditori.

È stato inoltre assegnato il premio speciale ICT for Children, a Elizabeth Kperrun, nigeriana, trentun anni, che spiega «Gli studi dell'UNESCO mostrano come il modo migliore per educare i bambini sia attraverso la lingua natale. Tuttavia, per i sistemi scolastici produrre materiale didattico nelle diverse lingue locali è spesso troppo costoso così, abbiamo cercato una soluzione digitale per abbattere i costi, sviluppando nel 2016 Teseem - First Words, un'app che insegna ai bambini le prime parole in inglese e sviluppa la didattica in alcune delle principali lingue africane, tra cui Hausa, Swahili, Igbo e Yoruba».

L’uso di droni, di applicazioni dell’IoT – Internet of Things e molte ottime esperienze sono state presentate nella due giorni come applicazioni tecnologiche utilizzate nella cooperazione internazionale allo sviluppo. La tecnologia è quindi la soluzione alla povertà nel mondo? L’attenzione viene posta alla necessità di un’accurata conoscenza del contesto. Come sottolinea Italo Rizzi, direttore dell’ong LVIA, relatore agli Open Days: «La tecnologia è un’opportunità importante ed utile se non ci si dimentica che la condizione imprescindibile per il successo dell’iniziativa è mantenere la governance della comunità locale sull’innovazione, quindi non avere una presunzione di conoscenza ma creare processi resilienti facendo leva su capacità locali esistenti e rafforzabili».

Lia Curcio

Sono da sempre interessata alle questioni globali, amo viaggiare e conoscere culture diverse, mi appassionano le persone e le loro storie di vita in Italia e nel mondo. Anche per questo, lavoro nella cooperazione internazionale con il ruolo di comunicazione ed ufficio stampa per una Ong italiana. Parallelamente, mi occupo di progettazione in ambito educativo, interculturale e di sviluppo umano. Credo che i media abbiano una grande responsabilità culturale nel fare informazione e per questo ho scelto Unimondo: mi piacerebbe instillare curiosità, intuizioni e domande oltre il racconto, spesso stereotipato, del mondo di oggi.

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