Qatar: un calcio ai diritti

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Foto: Unsplash.com

Le violazioni dei diritti civili e umani subite da una parte di brasiliani e di lavoratori russi per onorare quella “festa del pallone” che sono stati i mondiali del 2014 e 2018 non sono bastate a migliorare la macchina organizzativa della Coppa del Mondo che, come sappiamo, il prossimo anno, varianti Covid-19 permettendo, rotolerà fino in QatarNel piccolo emirato, quando il 2 dicembre 2010 la FIFA  ha assegnato il ruolo di Paese ospitante, mancavano stadi, impianti sportivi, alberghi e negozi, ma non mancavano i soldi, grazie alla grande quantità di petrolio e gas dei loro pozzi. Le autorità di Doha, da allora, si sono messe al lavoro assegnando centinaia di appalti a ditte di ogni parte del mondo per riuscire ad accogliere tutte le 32 nazionali e i tifosi che per un mese ne seguiranno le gesta. Il risultato? Oltre al già pronto Khalifa International Stadium, si stanno costruendo altri 7 stadi, di questi 6 completamente nuovi e uno in fase di ampliamento. Tutti gli stadi avranno impianti di raffreddamento a emissioni zero grazie all’utilizzo di tecnologie solari per garantire che la temperatura non superi mai i 27 °C,  assicurando così ottimali condizioni di gioco e un ambiente vivibile per i tifosi. Una nuova rete metropolitana, con una lunghezza totale di 320 km, sarà realizzata per ospitare l’evento e tutti gli stadi saranno collegati da trasporti pubblici dedicati, che partiranno da una città artificiale con decine di nuovi alberghi e dall’HIA City Airport di Doha, già ampliato e riorganizzato per l'occasione "mondiale". Tutto stupendo, se non fosse che nei cantieri “sostenibili” dei mondiali di calcio, sotto gli occhi della famiglia reale Al Thani e quelli distratti del presidente della FIFA Gianni Infantino, si sta consumando da anni una vera e propria strage di lavoratori.

Quando la FIFA decise di assegnare i mondiali di calcio del 2022 al Qatar, avrebbe dovuto sapere che ci sarebbero stati rischi per i diritti umani a causa dello sfruttamento del lavoro migrante che costituisce il 95% della forza lavoro localeSecondo un’inchiesta portata avanti dal The Guardian, noto giornale britannico, e da Amnesty International, dal 2010 al 2020 circa 6.500 migranti sono morti in Qatar. Una media di dodici a settimana. I dati delle morti provengono dalle ambasciate di India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka, i paesi da cui provengono la maggior parte dei migranti in cerca di un lavoro, ma il numero totale potrebbe essere molto più alto, in quanto non si tiene conto di lavoratori provenienti da altre nazioni come Filippine e Kenya, di cui non si conosce il numero di cittadini emigrati nell’emirato. Per questo, lo scorso mese in occasione delle partite di qualificazione per i mondiali di calcio del 2022, Amnesty International ha sollecitato la FIFA ad usare la sua influenza presso le autorità del Qatar per porre fine alle violazioni dei diritti dei lavoratori migranti impegnati nella costruzione delle infrastrutture e degli impianti sportivi. In una lettera inviata il 15 marzo al presidente Infantino, Amnesty ha chiesto “di onorare le proprie responsabilità per prevenire, mitigare e rimediare ai rischi di violazioni dei diritti umani relative ai mondiali di calcio del 2022” e di “usare al massimo la sua influenza” affinché il Qatar rispetti il suo programma di riforme nel campo del lavoro prima del calcio d’inizio del torneo. “In quanto soggetto organizzatore, secondo gli standard internazionali la FIFA ha la responsabilità di mitigare i rischi per i diritti umani derivanti dal torneo assegnato al Qatar. [...] Le partite di qualificazione ci ricordano che il tempo a disposizione perché la FIFA eserciti la sua influenza sulle autorità del Qatar sta terminando. Occorre agire ora perché i mondiali di calcio del 2022 siano un evento di cui essere fieri e non un evento macchiato dallo sfruttamento e dalla violenza sui lavoratori”, ha spiegato Steve Cockburn, direttore del programma Giustizia economica e sociale di Amnesty International.

Già nel novembre 2020 gli uffici di Amnesty International di 27 stati – tra cui l’Italia – hanno scritto alle federazioni calcistiche nazionali sollecitandole a svolgere un ruolo attivo per assicurare che i diritti dei lavoratori migranti in Qatar siano rispettati. La sensibilità nelle tifoserie per la situazione dei diritti umani in Qatar sta crescendo al punto tale che in alcuni paesi si chiede apertamente il boicottaggio. Per Amnesty “La FIFA deve prendere sul serio le preoccupazioni della comunità calcistica e assumere iniziative concrete: ha la possibilità di contribuire a rendere il Qatar un luogo migliore per i lavoratori migranti, ma le lancette dell’orologio stanno andando avanti [...] adottare un robusto piano d’azione per assicurare che i lavoratori migranti impegnati in tutti i settori relativi ai mondiali di calcio siano pagati adeguatamente, trattati equamente e al riparo da comportamenti violenti dei datori di lavoro è ancora possibile”, ha concluso Cockburn. Negli ultimi anni, la FIFA ha fatto passi avanti nell’assunzione delle proprie responsabilità: nel 2017 ha adottato una sua “Politica sui diritti umani” e nel 2019 ha varato la “Strategia congiunta di sostenibilità sui mondiali di calcio del 2022 in Qatar”, ma le attuali e continue violazioni dei diritti dei lavoratori migranti mostrano che c’è ancora molto da fare. Se è vero, infatti, che negli ultimi anni il Qatar ha adottato alcune positive riforme, troppo spesso la loro attuazione è risultata insufficiente col risultato che migliaia di migranti continuano a essere sottoposti a violenza e sfruttamento

Alla base di queste condizioni di lavoro disumane, fino al settembre del 2020, in Qatar vi era la “kafala“, un sistema già denunciato da varie organizzazioni internazionali e comparato a una moderna forma di schiavitù. Questa regolamentazione garantiva al datore di lavoro forti tutele legali per controllare i lavoratori migranti e permetteva di sequestrare i documenti dei lavoratori, rendendoli dei clandestini e costringendoli ad accettare qualunque tipo di abuso per riaverli indietro. Solo dopo una serie di indagini e ripetute denunce da parte dell’Organizzazione mondiale del lavoro (ILO), il Qatar ha abolito la "kafala" e ha anche approvato una riforma del lavoro. Il 20 marzo, infatti, è entrato in vigore il salario minimo obbligatorio e non discriminatorio, cioè applicato e applicabile a tutti i lavoratori, qatarioti e stranieri, impiegati in ogni settore, incluso quello dell’aiuto domestico, una prima assoluta nell’area del Golfo. La monarchia qatariota, però, si è assolta per quanto riguarda le 6.500 morti degli operai migranti e ha respinto qualsiasi forma di accusa senza mai smentire le cifre riportate dalle varie ambasciate e diffuse in tutto il mondo dal “The Guardian”, dichiarando che il numero di morti è proporzionato al numero di migranti che lavorano nel paese. Peccato che circa il 70% di questi decessi sono stati registrati come dovuti a cause naturali, senza predisporre un’autopsia che verifichi le reali cause del decesso. I dati forniti dal comitato organizzatore di Qatar 2022 dicono che oggi  sono solo 37 i morti tra i lavoratori direttamente legati alla costruzione degli stadi della Coppa del Mondo e di questi ben 34 sono morti in incidenti “non legati al lavoro”.  La FIFA, a quanto pare, si è allineata su questa posizione a differenza di alcune nazionali, come Norvegia, Olanda, Germania e Danimarca che in occasione delle prime partite di qualificazione al mondiale di Qatar 2022 hanno mostrato delle magliette a sostegno dei lavoratori e dei loro diritti, facendo diventare quest’inchiesta di dominio pubblico. E mentre la Fifa si fida ancora del Comitato supremo, l’organismo governativo che supervisiona i mondiali di calcio del 2022 in Qatar, che ha permesso, tra le altre, che i lavoratori migranti impegnati nella costruzione dello stadio al Bayt  (valore: 770 milioni di euro) non ricevessero per mesi il salario, l’idea di boicottare un mondiale fatto sul sangue di 6.500 lavoratori, per quanto complicata, prende sempre più forma e sostanza. 

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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