Meno sorrisi e più fatti, per il futuro del nostro Paese e del pianeta

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Foto: Slowfood.it

In Italia siamo bravi a fare bella figura quando sediamo ai tavoli internazionali. Vestiti bene, sorridenti per nascondere un inglese spesso stentato. Annuiamo e firmiamo splendidi accordi per il futuro del Pianeta. Soprattutto quelli di alto profilo, come quello degli obiettivi di Aichi delle Nazioni Unite che impegna i governi mondiali a proteggere il 20% del territorio e il 10% dei nostri mari. O il protocollo di Nagoya per la difesa delle specie e dello sfruttamento delle risorse genetiche. Siamo stati in prima fila anche il 25 settembre del 2015, con la firma dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Quella che impegna quasi 200 Paesi del mondo a fermare i cambiamenti climatici.

Ci siamo impegnati a contenere il riscaldamento globale entro 1,5°C. Se non lo faremo quasi un miliardo di persone in più rispetto ad oggi soffriranno la fame per raccolti mancati a causa della scarsità di acqua. Un quarto della popolazione mondiale sarà esposto a bombe di calore. Una specie selvatica di vertebrati su 10 rischierà di estinguersi. Sono temi cruciali ai quali un paese avanzato come il nostro non dovrebbe sottrarsi, e invece, dopo la firma dell’accordo e strette di mano, torniamo a casa e ricadiamo nelle solite beghe quotidiane, fatte di promesse non mantenute. Non va bene, cominciamo a diventare ridicoli in Europa e nel mondo. Dobbiamo iniziare a lavorare seriamente.

In Italia, e purtroppo anche in altri importanti paesi del mondo, non è stato ancora fatto quel salto di mentalità necessario per fare le scelte giuste, in modo che entro il 2030 si possano raggiungere i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals). Al 2030 mancano soltanto 12 anni, e mancano gli investimenti necessari per sviluppare le energie rinnovabili o per la lotta all’inquinamento e all’uso indiscriminato della plastica mentre aumentano l’insicurezza alimentare, le disuguaglianze, e peggiora la qualità degli ecosistemi.

Nonostante l’Unione Europea sia l’area del mondo più avanzata in termini di benessere socio-economico-ambientale e dove vigono le regole più avanzate per la protezione dell’ambiente e dei lavoratori, un quarto della sua popolazione è a rischio di povertà ed esclusione sociale, le disuguaglianze non accennano a ridursi e la disoccupazione e la sottoccupazione sono molto diffuse, soprattutto in alcuni Paesi.

In Italia i ritardi della politica sono particolarmente pronunciati, pur in presenza di una significativa mobilitazione del mondo delle imprese, delle istituzioni culturali ed educative, e della società civile. Gli indicatori elaborati dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), nell’ultimo rapporto dal titolo “L’Italia e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile”, indicano per la prima volta la condizione di non sostenibilità del nostro Paese da tutti i punti di vista, economico, sociale e ambientale.

In realtà, i dati disponibili indicano che l’Italia sta migliorando in otto aree: alimentazione e agricoltura sostenibile, salute, educazione, uguaglianza di genere, innovazione, modelli sostenibili di produzione e di consumo, lotta al cambiamento climatico, cooperazione internazionalePer cinque aree, invece, la situazione peggiora sensibilmente: povertà, condizione economica e occupazionale, disuguaglianze, condizioni delle città ed ecosistema terrestre, mentre per le restanti quattro (acqua e strutture igienico-sanitarie, sistema energetico, condizione dei mari e qualità della governance, pace, giustizia e istituzioni solide) la condizione appare sostanzialmente invariata.

Mancano ancora provvedimenti volti a ridurre il consumo del suolo, migliorare la qualità dell’acqua, il commercio equo e la finanza etica e sostenibile. Ma ciò che continua a mancare in Italia è una visione integrata e prospettica delle politiche di sviluppo che faccia del nostro Paese un esempio di sostenibilità ambientale. Le azioni da intraprendere per uno sviluppo sostenibile del nostro Paese riguardano: 1) cambiamento climatico ed energia; 2) povertà e disuguaglianze; 3) economia circolare, innovazione e lavoro; 4) capitale umano, salute ed educazione; 5) capitale naturale e qualità dell’ambiente; 6) città, infrastrutture e capitale social e 7) cooperazione internazionale.

Ad oggi mancano le azioni concrete capaci di segnare quel cambio di passo indispensabile che potrebbe consentire all’Italia di recuperare il terreno perduto e allinearsi alle migliori pratiche internazionali. In ogni legge di bilancio del futuro dovremo considerare i 12 indicatori di Benessere Equo e Sostenibile (BES). Ma per fare le cose per bene, dobbiamo adottare una Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile e rispettare gli impegni presi.Oppure smettiamola di ingannare ed ingannarci. E non firmiamo più nulla, almeno non facciamo la figura dei soliti italiani che con sorrisi e strette di mano sottoscrivono accordi e fanno promesse ma poi non le mantengono.

Roberto Danovaro da Slowfood.it

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