Libero scambio, schiavi noi

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Immagine: Albertoalemanno.eu

TTIP, oppure ALS. Il mondo va avanti per abbreviazioni, siamo così abituati a parlare per contrazioni che usiamo codici di cui non rintracciamo più il significato e ci siamo assuefatti a sigle che, proprio come queste, se pochi di noi hanno sentito, la maggior parte invece non ha nemmeno il piacere (se di piacere si tratta) di sapere che cosa riassumano.

A partire da TAFTA/TTIP appunto, Transatlantic Free Trade Area / Transatlantic Trade and Investment Partnership, in italiano accuratamente traslato in un altrettanto trasparente PTCI/ALS, Partenariato Transatlantico di Commercio e Investimento / Accordi di Libero Scambio. Per i più audaci c’è anche il rebus del CETA / ACGS, analogo accordo previsto con il Canada di Comprehesive Economic and Trade Agreement, altrimenti detto Accordo economico e commerciale globale. Accordi ancora in fase di negoziazione, certo, ma una negoziazione che procede a rapidi passi (si veda questo articolo de L’Espresso) e che ci tiene all’oscuro delle conseguenze.

Quale modello di scambio propongono? Un modello che ci cade addosso dall’alto del capitalismo, rivolto ad un’agricoltura industrializzata e finanziaria: esattamente il contrario di quelle buone prassi che i movimenti dal basso premono per diffondere, votate alla produzione locale e familiare, alla tracciabilità, all’abolizione delle speculazioni sui beni primari. Potremmo chiudere anche qui, ma manca ancora qualche riflessione, prima tra tutte quella sulle conseguenze di questo patto: un transito incessante di prodotti tra Stati Uniti, Canada ed Europa, con l’effetto di invischiarci ancora di più nelle agro-esportazioni a base di mais-soia OGM, le cui nefaste ricadute su ambiente, alimentazione e salute, lavoro e sistemi economico-sanitari dei Paesi impoveriti ci porterebbero sempre più lontani dalla tanto agognata sovranità alimentare. Ricadute che non tarderebbero a mostrarsi in tutta la loro gravità anche per quanto riguarda l’economia Europea, che con la sua grande varietà ambientale e la sua ricchezza di manodopera contadina e competente, di certo non potrebbe competere con il territorio del nord America e con i suoi sconfinati spazi per gli allevamenti e le produzioni intensive. Se fossimo davvero sintetici, potremmo dire semplicemente industrie vs. fattorie, imprenditori vs. agricoltori, punto. Ma non si tratta solo di questo. Il lato oscuro di questo accordo sta nel silenzio che lo circonda, che aleggia misterioso sulla discussione democratica che dovrebbe accompagnarlo, negando per l’ennesima volta uno spazio pubblico di condivisione e consapevolezza. La macchia di questo modus operandi è se vogliamo - e se possibile - ancora più profonda in questo caso perché pur non coinvolgendo direttamente noi cittadini nell’esercizio delle nostre nostre libertà collettive, influenzerà pesantemente le nostre vite, dalla qualità dell’alimentazione alla vitalità dei nostri territori.

In Canada, Stati Uniti ed Europa le proteste si stanno allargando, ma dovranno farlo a macchia d’olio e a velocità esponenziale per riuscire in qualche modo a intervenire sulla ratifica di questi accordi, così come è successo per proposte analoghe emerse in passato e fortunatamente arenatesi grazie al freno imposto dalla mobilitazione popolare (vedi ad esempio il MAI/AMI, Accordo Multilaterale sull’Investimento, oppure l’ACTA, Accordo Commerciale Anti-Contraffazione). A queste insurrezioni l’Europa reagisce negoziando accordi bilaterali molto ampi, nel tentativo di assoggettare al liberalismo agricoltura e alimentazione (risucchiate all’indietro allo stato (brado) di merce di scambio) e presentando tali accordi come opportunità per affrontare la crisi (senza peraltro supportare tali affermazioni con studi adeguati e senza menzionare accordi affini con conseguenze ben lontane da quelle incantate prospettate, un nome su tutti il NAFTA/ALENA).

In realtà dietro questi accordi si nascondono - e mai parola fu più azzeccata, considerando il segreto che li copre - nuove leggi a beneficio dei monopoli industriali, che avranno strumenti e garanzie per sovrastare ogni norma, regolamento o espressione della collettività. In poche pesantissime parole: indebolimento delle regolamentazioni attuali sugli OGM e delle regole sanitarie nella produzione della carne, che includerebbero l’uso di antibiotici e ormoni, ad oggi in Europa proibiti ma permessi invece oltreoceano; forzato livellamento verso il basso della tolleranza dei trattamenti chimici e degli interferenti endocrini; abbattimento dei diritti doganali; allentamento progressivo delle norme su etichettatura e tracciabilità; modifiche ai diritti di proprietà (id est, brevetti sulle sementi); perdita di credibilità per le denominazioni di origine e le certificazioni di qualità. Unico scopo (di lucro) il profitto, per una concorrenza (sleale) che supererà il diritto sociale e per un impatto nefasto dalle inevitabili ricadute mondiali.

Di fronte a tutto ciò l’Europa tace, mostrandosi in tutte le sue debolezze e connivenze (l’accordo con il Canada ha già ottenuto una prima approvazione dalla Commissione) e perdendo sempre più quelle credibilità e popolarità che forse, un tempo, poteva vantare.

E l’Italia? Il Primo Ministro Renzi tesse en passant le lodi del TTIP, adducendo ragioni evidentemente ben lontane dalla posizioni della cittadinanza che dice di rappresentare e invece molto più vicine a quelle degli industriali, che l’accordo lo benedicono. Ma sappiamo che alle parole dei politici possiamo credere meno che a quelle dei maghi.

La libertà che ci resta, per ora, è ancora sufficiente per spingerci a informarci, esigere trasparenza e chiarezza e, soprattutto, farci prima di ogni altra cosa una domanda: è questa l’agricoltura (e quindi l’alimentazione) che vogliamo accettare?

Anna Molinari

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