E se domani diventassimo tutti vegetariani?

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Foto: Unimondo.org

Li abbiamo fatti tante volte, non è una novità. Da bambini, quando ci si divertiva a inventarsi un futuro così lontano e così reale che lo si poteva toccare con mano. E anche da adulti, quando ci hanno fatto provare a fare esperienza di un giorno senza immigrati, oppure quando ci hanno ricordato, e per fortuna c’è chi continua a farlo, cosa succederebbe se le api d’un tratto sparissero. Sto parlando di quei what if, quei giochi dell’“e se domani...”, che tanto giochi non sono quando ci prospettano scenari improvvisamente opposti, e forse però meno improbabili di quanto appaiano, alla situazione in cui ci troviamo (a volte invischiati).

Oggi allora ve ne propongo una versione “alimentare”: e se da domani nessuno mangiasse più carne? La domanda si impone all’orizzonte di uno scenario politico, economico e sociale che, a livello mondiale, si interroga su quello tra i bisogni primari che occupa il primo posto, e non solo secondo le Nazioni Unite: il cibo. La popolazione globale ha ormai superato la soglia dei 7 miliardi e diventa sempre più urgente chiedersi cosa mangeremo nel prossimo secolo. Secondo i dati rilevati dalla FAO in un report dello scorso anno l’industria della carne è una delle più grandi minacce per l’ambiente, occupando con un corposo 14,5% la percentuale di emissioni di gas serra riconducibili ad azioni messe in campo dall’uomo. Un dato che non potrà che aumentare se consideriamo quanto i Paesi in via di sviluppo stiano investendo sulla crescita e su sistemi economici che aumentano le opportunità di inserire nelle proprie diete sempre più carne.

Gli sporadici tentativi di attrarre gli amanti della carne al consumo di prodotti che non ne contengono (nonostante quei ”trucchetti” che li rendono verosimili quanto basta) e di convincere gli amanti dei latticini ad assumere prodotti che non siano a base di latte sono tutti volti a ridurre lo sfruttamento dei terreni, l’inquinamento ambientale e la produzione di scarti non riassorbibili quando derivanti da produzioni intensive ma… I consumatori di prodotti di derivazione animale non sembrano lasciarsi convincere così facilmente da ragioni che non riguardano solamente l’ambiente, ma anche l’etica e la salute.

Ecco allora che arriva il momento di quell’ “e se…”. Cosa succederebbe se domani tutti gli abitanti della Terra si convincessero a rinunciare alla carne per sempre? Come sarebbe il mondo se tutti adottassero una dieta veg? E se qualche anno fa qualcuno si è davvero posto questa domanda, e ha provato a immaginare un mondo completamente vegetariano, sono gli studi pubblicati da ricercatori olandesi della Environmental Assessment Agency a fornirci qualche elemento interessante al riguardo: se da domani nessuno mangiasse più carne, nel 2050 le emissioni di carbonio dovute alle attività delle produzioni intensive sarebbero ridotte del 17%, quelle di metano del 24% e quelle di ossidi di azoto del 21%. Naturalmente riduzioni simili sarebbero rilevabili anche per quanto riguarda l’emissione di gas serra, senza contare che questi risultati verrebbero raggiunti con costi di gran lunga inferiori rispetto all’utilizzo di strategie come quelle attualmente messe in atto, che impongono tassazioni elevate sulle emissioni di carbonio e incoraggiano l’implementazione di sistemi di energie pulite e rinnovabili. Non solo dunque un’inversione di rotta che favorirebbe il rallentamento del riscaldamento globale, ma anche una generale operazione di mitigazione del cambiamento climatico.

E che dire di tutte quelle problematiche relative alle infezioni resistenti agli antibiotici che ora invece, proprio per la quantità e le condizioni dei C.A.F.O. (Concentrated Animal Feeding Operations) sono uno dei più significativi crucci dell’industria degli allevamenti intensivi e che, senza più pasti a base di carne, verrebbero drasticamente circoscritte? Da notare che proprio negli Stati Uniti, dove questi allevamenti trovano il loro spazio più ampio, è lo stesso Centro di Prevenzione e Controllo delle Malattie ad affermare che “gran parte degli antibiotici utilizzati non sono necessari e anzi sono inappropriati, abbassando il livello di sicurezza”.

Spesso però, come accade quando si prospettano soluzioni estreme che non tengono conto delle numerose variabili implicate, si rischia di perdere di vista una parte significativa della questione che, volenti o nolenti, ne è parte costituente: sono gli stessi ricercatori ad ammettere di non aver considerato, nei loro studi, il peso economico e sociale dell’improvvisa variazione nella dieta degli abitanti del pianeta che hanno provato a prospettare. Da un lato lo studio ha omesso di immaginare il futuro di un’enorme quantità di animali/prodotto per cui non ci sarebbe più domanda, dall’altro ha tralasciato di indagare i costi di transizione da un sistema all’altro, e l’impatto che questo passaggio avrebbe sui costi delle terre e sul destino di chi oggi lavora nella produzione della carne (i dati delle Nazioni Unite ci parlano di 1,3 miliardi di persone, di cui 987 milioni con redditi di fascia bassa). Senza contare che, per soddisfare le esigenze di una domanda di varietà alla quale ormai ci siamo abituati e alla quale difficilmente saremo in grado di rinunciare, anche procurare ortaggi e prodotti vegetali non di stagione trasportandoli da una parte all’altra del mondo non tarderebbe a mostrare pesanti conseguenze in termini di inquinamento.

Come sempre, non esistono facili soluzioni a problemi che procedure e ragionamenti complessi hanno reso intricati nella loro rete di cause ed effetti. Sarebbe decisamente naïf immaginare realisticamente che 7 miliardi di vegetariani nuovi di zecca potessero vivere, dall’oggi al domani, non solo con la pancia piena ma anche felici e soddisfatti. Quello che ci sentiamo di poter dire è che la strada per raggiungere una soluzione che migliori la vita di quei 7 miliardi di persone (destinate a diventare 9 miliardi nel 2050) si percorre a piccoli passi: uno dei primi potrebbe essere quello di rintracciare per i nostri acquisti produttori locali e fattorie a conduzione familiare che rispettino i tempi e i cicli della natura, dove il trattamento riservato agli animali sia, rubando le parole di Michael Pollan, “un’estensione della mia visione del mondo”. Un altro gesto che potremmo mettere in pratica potrebbe essere quello di cominciare a ridurre in maniera significativa la presenza di carne e derivati all’interno delle nostre diete che, anche nel caso di una scelta dettata da ragioni esclusivamente egoistiche, rappresenterebbe comunque un bene per la nostra salute.

Anna Molinari

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