Grandi povertà, piccole fattorie

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Famiglia, biodiversità e sicurezza alimentare – foto: regionieambiente.it

Anno 2014, International Year of Family Farming (IYFF), ovvero un anno a cui le Nazioni Unite hanno scelto di affidare un obiettivo ben preciso: riflettere su un diverso orientamento agricolo e, come spesso accade, rivalutare in una nuova ottica pratiche che sembravano superate nell’euforia della “post-pseudo-modernità” delle grandi industrie multinazionali. Nello specifico, leggasi “direzionare radicalmente le politiche agricole a favore delle piccole fattorie contadine a conduzione familiare”.

In realtà, già fin dal 1993 La Via Campesina ha assunto l’impegno di una quotidiana difesa dei piccoli nuclei di agricoltori, promuovendo la sovranità alimentare attraverso quelle aziende di piccola scala che costituiscono la spina dorsale economica – ma anche sociale – dell’agricoltura europea, che viaggia su una media di 14 ettari ad azienda agricola, ma dove oltre il 69% delle aziende coltiva meno di 5 ettari e solo il 2,7% dispone di più di 100 ettari (fonte: Associazione Rurale Italiana).

Quali sono dunque le ragioni per una scelta a favore delle comunità locali? Prima di tutto, come anticipato, la loro posizione economico-sociale: sono piccole aziende imperniate intorno ad abilità specifiche e non sul capitale, che lavorano per vivere e non vivono per speculare. In secondo luogo, sono le migliori soluzioni possibili per “relocalizzare” e gestire le differenze naturali, economiche e sociali delle realtà in cui si trovano. In terza battuta, garantiscono la sicurezza e la diversità alimentare, fornendo un modello di sostenibilità sotto molteplici punti di vi(s)ta, dalla possibilità di reinventarsi nuovi lavori per nuove generazioni all’occasione di “svecchiare” la formula dell’agricoltura “classica” seguendo le evoluzioni del nucleo-famiglia (lontano da gerarchie patriarcali e discriminazioni). Una riflessione che include quindi anche la promozione di un nuovo modello di sviluppo per le comunità e le cooperative agricole, salvaguardando la biodiversità e soprattutto assicurando una distribuzione dei prodotti più equa, integrata nei mercati locali e di “corto-circuito”. I tavoli locali dei comitati per l’IYFF sottolineano la necessità impellente di ragionare su tre aspetti fondamentali, ovvero:

1)      Incentivare una comunicazione fondata sulla sensibilizzazione dei consumatori per quanto riguarda la responsabilità nelle scelte e negli acquisti, le conseguenze sulla salute delle persone e dell’ambiente, la riaffermazione e riappropriazione del diritto a definire le proprie abitudini alimentari;

2)      Semplificare la burocrazia in modo tale che anche le piccole aziende a conduzione familiare diventino parte integrante della cornice legislativa; fornire assistenza tecnica e adottare politiche a supporto della produttività, rendendo più accessibili tecnologie appropriate, risorse idriche, credito e mercati, e creando un ambiente favorevole per ulteriori investimenti;

3)      Potenziare la raccolta dati, fondamentali per l’implementazione di nuove politiche (un esempio su tutti: la mappatura delle terre un tempo coltivate e ora abbandonate in previsione di una loro redistribuzione a giovani agricoltori)

Senza contare l’urgenza di una revisione dei regolamenti in materia di igiene e di sementi, i primi per essere riadattati alle realtà dell’agricoltura familiare, i secondi per non favorire l’industria sementiera a scapito delle piccole realtà che spesso difendono varietà antiche e semi biologici.

Il 2014 come Anno Internazionale dell’Agricoltura Familiare, soprattutto in attesa del tanto discusso Expo 2015 a Milano, riconosce quindi il ruolo imprescindibile dell’agricoltura di piccola scala e offre a ciascuno (individui, organizzazioni, istituzioni) l’opportunità di avviare, partendo da una dimensione decisamente locale, una serie di azioni per la lotta alla fame e alla povertà, contemporaneamente realizzando un modello di sviluppo sostenibile. Basti ricordare che in moltissime zone ad alto tasso di povertà (oltre il 70% zone rurali di Africa, Asia e America Latina) le realtà a conduzione familiare rappresentano l’80% del totale delle aziende agricole e contribuiscono a sfamare miliardi di persone. Proprio a questo proposito è d’obbligo ricordare una volta ancora il prezioso impegno di advocacy assunto da campagne come Sulla fame non si specula, che lavorano ai fianchi dei governi e delle grandi istituzioni finanziarie proprio per reclamare una stabilizzazione dei prezzi dei beni primari che tanto pesano nel rafforzamento della sicurezza alimentare.

Non a caso proprio le Nazioni Unite hanno scelto, già nel lontano settembre del 2000, di dare massimo rilievo alla necessità di sradicare la fame e la povertà estrema, facendone il primo degli 8 Obiettivi di Sviluppo del Millennio. Sarà proprio su questo tema quindi che la World Social Agenda, percorso di riflessione su temi di carattere sociale promosso da Fondazione Fontana Onlus, lavorerà nel prossimo futuro per facilitare una discussione a tutti i livelli della cittadinanza, che prenda in considerazione quanto siano indissolubilmente – e concretamente – legate al nostro vivere (e al nostro mangiare) quotidiano parole come sovranità alimentare, qualità del cibo, sostenibilità e diritto alla terra.

Anna Molinari

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