Scommettiamo che sul cibo non vince nessuno?

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2008. 2011. Cosa ci viene in mente se pensiamo a queste date? Molte cose, ne sono certa, e forse i picchi raggiunti in questi anni nelle carestie mondiali non saranno in cima alle nostre liste. Anche se dovrebbero occupare perlomeno i primi posti, dato che in oltre 30 Paesi del mondo ci sono state rivolte per il cibo e più di 115 milioni di persone sono scivolate nella povertà estrema. Ma di questo si sa sempre troppo poco, come si sa poco del fatto che tra il 2006 e il 2008 l’indice dei prezzi del cibo della Fao ha registrato un aumento del 71% per tutti gli alimenti essenziali e un incremento del 126% per riso e grano. Ça va sans dire che le persone più colpite da queste oscillazioni che fanno imbizzarrire i grafici sono quelle che vivono nei Paesi emergenti o nei Paesi in via di sviluppo che, in questo come in molti altri casi, sarebbe più che opportuno definire impoveriti.

Facciamo un esempio: una famiglia che vive in un Paese industrializzato spende in cibo in media il 10-20%; una famiglia che vive in un Paese impoverito arriva al 60-80%. Ciò significa che gli aumenti vertiginosi dei prezzi delle commodities (beni primari) hanno un effetto devastante su alcuni più che su altri: basti pensare che la spesa aggiuntiva che deve sostenere la prima famiglia è del 10%, la seconda del 50%. Paesi impoveriti, appunto.

Se vogliamo approfondire le ragioni di questi aumenti, le prime che troviamo ci parlano di incremento della domanda, calo del dollaro, abbandono dell’agricoltura, restrizioni dell’export in importanti Paesi produttori, produzione di biocarburanti, alti prezzi di petrolio e fertilizzanti, cattivi raccolti. Ma sono sufficienti questi motivi a spiegare realmente la questione? Crediamo di no. E così credono in molti quando parlano, invece e soprattutto, di speculazione sul mercato delle materie prime.

Funziona così: il cibo non viene solo venduto e comprato direttamente, ma è anche soggetto ad acquisti anticipati, un processo mediante il quale viene commercializzato il raccolto futuro. Nella formula più semplice il contadino fa un contratto con il mugnaio che determina il prezzo e la data di consegna della merce; nella formula più complessa, un contadino che non conosce il valore futuro del suo raccolto si può proteggere dalle fluttuazioni del prezzo sul mercato dei futures. Si tratta di contratti che stabiliscono tra un compratore e un venditore la cessione di un quantitativo di una materia prima a un certo prezzo e in una determinata data, originariamente utilizzati come strumento di tutela e forza stabilizzante del mercato, ma successivamente divenuti strumenti finanziari alla portata di tutti per speculazioni selvagge. Questi contratti infatti sono spesso stracciati prima della scadenza: in pratica i contraenti non si scambiano la merce, ma solo la differenza di prezzo fra valore indicato nel future e valore attuale. Ma quali sono le cause che modificano in maniera radicale la funzione di queste trattative?

Fattore 1): le leggi sono diventate sempre più permissive. Pensiamo agli USA, dove è stato permesso a banche e fondi di agire sempre più sul mercato dei futures.

Fattore 2): il mercato immobiliare è collassato, e molti degli speculatori che prima si muovevano in quelle fila sono stati attratti dal trasferire le stesse dinamiche in agricoltura.

Un afflusso di speculatori che permette loro di giocare un ruolo fondamentale, tanto che la correlazione tra futures e produzione fisica è cambiata totalmente. Nel 2002 la quantità di futures era 11 volte maggiore, nel 2004 lo era 16, nel 2007 30 volte. In parole semplici? Sempre più contratti stipulati non hanno nulla a che fare con l’economia reale e il mercato dei beni primari viene manipolato al solo scopo di ottenere profitti, facendo sì che minime oscillazioni di prezzo diventino tendenze significative, per il mercato in termini di enorme instabilità, per gli speculatori in termini di ingenti benefici, per le persone reali in termini di incremento della povertà e diminuzione vertiginosa del potere d’acquisto.

La società civile, anche in questo caso, gioca però un ruolo fondamentale: in prima fila la campagna Sulla fame non si specula, nata a Milano (non a caso una delle piazze finanziarie più importanti del mondo) per riportare forte la voce sul diritto al cibo come superiore a qualsiasi profitto e per agire con e a favore di enti locali e istituzioni, in modo che sottoscrivano un codice di condotta e si impegnino a non investire in titoli legati a beni alimentari. Non solo, la campagna continua a promuovere iniziative di informazione e sensibilizzazione rivolte anche ai singoli cittadini, fornendo materiale di supporto di facile consultazione e invitando i singoli a riflettere sulle conseguenze delle proprie decisioni: pensiamo ad esempio alla sottoscrizione dei fondi pensione… sempre più persone investono per il loro futuro, ma sono davvero consapevoli per quali trattative i loro risparmi possono essere utilizzati?

La questione di una più severa regolamentazione degli investimenti è passata anche sui tavoli dell’Unione Europea, ed è proprio Emanuela Citterio, giornalista e referente per la campagna Sulla fame non si specula, ad aver condiviso non molto tempo fa la buona notizia di uno sforzo europeo in questa direzione. Qualcosa si muove ma la speculazione finanziaria minaccia di creare altre bolle. Per questa ragione non possiamo smettere di mantenere alta la guardia e dobbiamo continuare, anche in vista di un evento di portata mondiale come quello di Milano 2015, che non a caso titola “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, a chiedere norme più stringenti e maggiore trasparenza.

Anna Molinari

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