Le elezioni in Polonia e il trionfo dell’estrema destra in Europa

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Ha ragione Bernard Guetta quando dalle pagine di Internazionale parla di un’estrema destra come soggetto politico stabile in Europa.

In Polonia le elezioni legislative dello scorso 25 ottobre hanno conferito la maggioranza assoluta alla destra radicale di Diritto e Giustizia (PiS), con quasi il 38% delle preferenze. Un tracollo per l’alleanza dei partiti di Sinistra, formazioni post-comuniste che dal 1989 avevano sempre mantenuto una rappresentanza in parlamento, e una sconfitta che attesta inoltre il declino di Piattaforma Civica (PO), il partito di centrodestra al governo dal 2007, che ha ottenuto appena il 24% dei voti. Un risultato del tutto preannunciato dalle elezioni presidenziali del maggio scorso, che avevano visto il candidato del PiS, Andrzej Duda, superare il presidente in carica di Piattaforma Civica, Bronislaw Komorowski, e proclamare l’avvio di un profondo cambiamento nel Paese. In quale direzione sono ancora in molti a chiederselo.

È stata l’alternativa al governo in carica a far inclinare il piatto della bilancia a favore del PiS: le misure di austerity adottate negli ultimi anni, fra cui la privatizzazione di industrie statali e di parte del sistema sanitario, l’innalzamento dell’età pensionabile, la deregolamentazione del mercato del lavoro, gli attacchi al sistema scolastico pubblico, hanno determinato un aumento della disoccupazione e delle disuguaglianze sociali, oltre alle forti conseguenze nell’accesso al welfare. L’opposizione dunque a questa impostazione dell’azione di governo ha contribuito maggiormente alla vittoria del PiS; il mix tra forte nazionalismo e ostilità all’integrazione europea ha poi coadiuvato il successo elettorale, unendo in un unico calderone la lotta alle ingiustizie sociali, il tradizionalismo storico-culturale-religioso polacco, e il forte statalismo.

Le frustrazioni diffuse nella società polacca sono state accolte e sanate con una serie di proposte che vanno dall’incremento dei sussidi alle famiglie con figli, all’assistenza sanitaria gratuita per gli anziani, all’abbassamento dell’età pensionabile, nonché all’aumento dello stipendio minimo. La credibilità della candidata Beata Szydło e l’affidabilità del partito per l’elettorato moderato, con la rinuncia ai messaggi xenofobi più radicali con cui il partito si è fatto conoscere al pubblico, sono state promosse attivamente dal clero polacco, “impero mediatico” nel Paese, come lo ha definito il Guardian. In quest’ottica, la critica all’UE è senza se e senza ma: la contrarietà all’adozione della moneta unica europea (uno step messo invece nell’agenda politica di Piattaforma Civica) e all’accoglienza di flussi di migranti e profughi (ritenuti “un pericolo per la sicurezza, per l’identità e per la salute dei polacchi”) rappresentano due tasselli inequivocabili di quella salsa xenofoba spalmata sopra programmi politici populisti, che hanno fatto ben mostra anche in altri Paesi dell’UE.

L’Ungheria di Victor Orban, con le sue restrizione alle libertà dei media e ai diritti civili dei cittadini e con le affermazioni politiche di nazionalismo esasperato; la Repubblica Ceca, altro “falco” in materia di immigrazione, strenua oppositrice all’assegnazione europea di quote di migranti. Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, primi tre entusiastici Paesi dell’Europa centro-orientale aderenti al progetto europeo all’indomani del crollo del muro di Berlino e del disfacimento dell’Urss, hanno compiuto un sostanziale passaggio da una sorta di “euro-entusiasmo” alla crescita esponenziale di posizioni euroscettiche, che non solo impediscono un ulteriore avanzamento delle politiche di integrazione dell’UE ma anche la loro applicazione e il pieno rispetto di alcuni principi fondativi. L’assenza di un’adesione dei tre Paesi all’unione monetaria, ossia all’adozione dell’euro, e i rapporti non più così tesi degli stessi verso l’ex superpotenza sovietica, ora Russia, al contrario di quanto sta avvenendo nelle posizioni tra Mosca e l’UE, rendono estremamente delicato questo risultato elettorale, che trascende le frontiere polacche. Temere che esse rivolgano la loro attenzione al gigante russo è fuori luogo ma non lo è affatto la paura del risorgere nell’Europa centro-orientale di antichi revanscismi nazionalisti, che proprio la creazione dell’UE sembrava aver detonato sotto l’avvio di politiche volte allo sviluppo dell’economia e della pace.

Quanto il peso della Polonia e dei suoi 38 milioni di abitanti inciderà sui rapporti di forza in Europa è presto dirlo. Di sicuro, internamente, la credibilità della proposta del partito Diritto e Giustizia alternativa all’Europa viene dalla risposta dell’economia, in forte crescita ma estremamente fragile, basata sulle rimesse dei molti emigrati, sui fondi comunitari e sulle commesse delle industrie europee (in particolare tedesche), e dalle sue conseguenze sociali. La chiusura alle richieste di Bruxelles, ma non ai suoi fondi strutturali, ai profughi, ma non agli operai specializzati a basso costo per le industrie, non fanno che alimentare una visione miope e che sembra farsi beffa di quegli stessi valori su cui la stessa Unione Europea è stata fondata

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è presidente della cooperativa EDU-care e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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