La scuola baluardo contro la cultura fast food

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Foto: Slowfood.it

Sono passati quasi vent’anni da quando Eric Schlosser ha pubblicato Fast Food Nation, il suo brillante scritto sui tragici costi umani e ambientali dei fast food. Purtroppo, in seguito alla diffusione globale della cultura fast food, la produzione industriale di cibo oggi è anche peggiore di allora. Sorprendentemente però la maggior parte delle persone non se ne rende conto. In particolare, quello che la gente non comprende è che il mondo dei fast food non è connesso solo al cibo, ma è qualcosa di più ampio, che riguarda la cultura. La cultura fast food è l’invisibile struttura morale che regola le nostre esistenze e ci guida in modo inconscio influenzando tutte le nostre azioni: il modo in cui organizziamo le nostre abitazioni, le scuole e le politiche e di certo anche la nostra salute.

Come tutte le culture, anche quella fast food ha una serie di valori distintivi che diventano parte di noi, proprio come il cibo che consumiamo. In questo modo, cambiano la mentalità, le necessità, gli standard morali e le aspettative delle persone. Ogni cosa è disponibile, il tempo è denaro, le risorse naturali sono senza limiti, l’omologazione e la bassa qualità dei prodotti dovrebbero essere apprezzati sopra ogni cosa, il lavoro è fatica. I valori di questa cultura ripetono il motto per cui “più è meglio”. L’epidemia di obesità negli Stati Uniti e in alcune altre nazioni del mondo è strettamente legata a quest’ultimo principio; ne è la manifestazione fisica.

Per fortuna, c’è qualcuno che a tutto questo si oppone e ovviamente si tratta della cultura Slow Food, anch’essa con i propri valori: sostenibilità, uguaglianza, pazienza, giustizia. Insiti nella natura umana, questi valori sono stati sopraffatti dalla cultura fast food. Bisogna dunque attivarsi per risvegliarli nella vita di tutti i giorni e, più in generale, a livello culturale.

Credo che le scuole siano il luogo migliore dove introdurre e insegnare alle nuove generazioni questo modo di alimentarsi. Le scuole pubbliche sono davvero la nostra ultima istituzione egualitaria. Si tratta infatti di uno spazio comune nella nostra cultura in cui possiamo raggiungere tutti gli studenti in un momento in cui sono aperti e pronti a imparare. Si potrebbe instaurare una benefica relazione reciproca tra scuole e contadini, quella che io chiamo agricoltura supportata dalla scuola. Quando le scuole acquistano prodotti direttamente da contadini biologici, pescatori e allevatori locali, finanziano chi si prende cura del Pianeta. E, ancora più importante, i valori di questi coltivatori che producono cibo buono, pulito e giusto sono introdotti nelle scuole e assimilati dai bambini senza fatica e piacevolmente.

Rendere possibile tale connessione dovrebbe essere il progetto in cui riporre le speranze del nostro tempo. D’altra parte, perché il nostro sistema scolastico deve finanziare, col denaro pubblico, l’industria fast food? E che cosa accadrebbe se questi soldi venissero usati per sostenere l’agricoltura rigenerativa? Da un giorno all’altro le economie locali rurali sarebbero trasformate. E i giovani sarebbero incoraggiati a diventare agricoltori.

Se prepariamo un pranzo scolastico libero e sostenibile, con i bambini che mangiano seduti attorno al tavolo, questo potrebbe aiutarci a ritrovare il senso autentico delle cose. I bambini potrebbero capire in maniera autentica i valori della nutrizione, dell’amministrazione e della comunità. Questo potrebbe portare a una reale simbiosi tra fattorie e scuole, relazione che è alla base della nostra salute. In tutte le culture e in tutti i continenti abbiamo sempre fatto ricorso alla natura per guarirci e nutrirci. È tempo di ricreare questa condizione. Per riprendere le parole del gastronomo francese Brillat-Savarin, «il destino delle nazioni dipende dal modo in cui esse si nutrono».

Alice Waters da Slowfood.it

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