La lunga marcia di Zhou. «La mia Cina diventerà ambientalista»

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Zhou Jinfeng  - Foto: Corriere.it

È ancora possibile salvare il pianeta? Per Zhou Jinfeng possiamo farcela solo se la Cina metterà in cima alle sue priorità la protezione ambientale e la transizione energetica verso le fonti rinnovabili. Jinfeng, segretario generale della potente Fondazione cinese per la tutela della biodiversità e per lo sviluppo verde, è uno dei creatori del famoso programma cinese Guangcai che ha integrato esperienza e sforzi di governo, ong e società private nella creazione di imprese sostenibili nelle aree più povere della Cina. Primo esponente cinese entrato nel comitato esecutivo del Club of Rome, Jinfeng combatte da anni per affermare i principi della salvaguardia delle risorse in Cina. E in tempi recenti ha iniziato a raccogliere i primi frutti, se non altro perché stanno crescendo le pressioni della popolazione sul governo di Pechino contro il pesante inquinamento derivato da decenni di sfrenata crescita industriale.

Si vede una luce in fondo al tunnel? 

«È ancora lontana, ma si vede».  

Quali settori rispondono meglio? 

«In materia di produzione energetica, il governo si sta sforzando di fermare l’uso del carbone e di stimolare il più possibile la generazione elettrica da fonti rinnovabili».

La Cina intende rispettare l’Accordo di Parigi sul clima? 

«Non solo vogliamo rispettarlo ma abbiamo già raggiunto, con tre anni d’anticipo, il primo obiettivo di riduzione della CO2 a cui ci eravamo impegnati a Parigi. Nel 2017 abbiamo tagliato del 46 per cento rispetto al 2005 la quantità di anidride carbonica rilasciata nell’atmosfera per unità di Pil: un traguardo previsto per il 2020. Non a caso l’anno scorso abbiamo montato oltre la metà di tutta la nuova potenza fotovoltaica installata nel mondo». 

Quali sono i punti più dolenti? 

«La distruzione della natura e della biodiversità è terrificante in Cina. Le industrie inquinano i fiumi, l’agricoltura distrugge gli ambienti naturali dove vivevano gli animali selvatici e le città continuano ad allargarsi». 

Cosa si può fare?

«Dal 2015 abbiamo una nuova legge sulla protezione della natura e la Fondazione ha messo in piedi, insieme alle popolazioni locali, decine di cause. Su alcune la magistratura ci ha già dato ragione. Questo dimostra che sta crescendo la sensibilità nei confronti dell’ambiente, anche nei tribunali». 

Qualche esempio? 

«Abbiamo vinto sul caso degli antichi alberi di giuggiole nello Henan, dove per far posto ai centri abitati sono stati sradicati ben 1.870 alberi protetti per ripiantarli altrove, salvo che oltre metà sono morti. Il tribunale di Zhengzhou ci ha dato ragione e ha inflitto una multa di 500mila dollari alle due municipalità coinvolte. Il caso della morte del deserto di Tengger è ancora più tremenda: si tratta di una zona nel Nord Ovest, quasi al confine con la Mongolia e non lontana dal Fiume Giallo, dove le industrie locali hanno scaricato per anni fanghi molto inquinanti, fino a distruggere completamente tutte le zone umide presenti nel deserto, facendo morire la fauna locale e rischiando anche un grave inquinamento del fiume. Ora a queste industrie è stata comminata una multa di 86 milioni di dollari ed è stato loro imposto di ripulire tutto e ripristinare il più possibile l’ambiente naturale com’era prima dell’inquinamento». 

Qual è il problema più grave di cui vi state occupando? 

«Il bracconaggio è un problema terribile in Cina. I pangolini cinesi, simili ai formichieri ma coperti di squame, sono una specie protetta ma hanno un alto valore per la medicina cinese in tutto il mondo, per cui vengono cacciati di frodo e ormai sono quasi estinti. Nel 2017 le dogane di Shanghai e Shenzhen hanno sequestrato 15 tonnellate di squame di pangolino, ma non siamo ancora riusciti a localizzarne la provenienza. Dall’anno scorso abbiamo formato squadre in tutte le regioni rilevanti per mettere le mani sui cacciatori di frodo e denunciarli. Non permetteremo che anche questa specie si estingua».

Elena Comelli da Corriere.it

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