La delusione delle biomasse…

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Non è la prima volta che cerchiamo di capire qualcosa in più sulla produzione energetica da biomasse, cioè quella realizzata attraverso materiale organico (per lo più forestale) utile a produrre calore e successivamente elettricità con un processo termico, chimico o biochimico. Un mercato in costante crescita, tanto che dopo l’eolico e l’idroelettrico, anche la biomassa ha cominciato ad alimentare un business energetico sostenuto da certificati verdi e incentivi europei che ha sollevato non pochi dubbi attorno ad una fonte energetica che sembra rinnovabile solo sulla carta. Come avevamo già scritto nel 2017, uno dei primi allarmi scientificamente provati porta la firma del Dipartimento di Energia e cambiamenti climatici (DECC) del Regno Unito e risale già al 2014. Secondo il rapporto del DECC nel 2020 “circa il 10% dell’elettricità prodotta nel Regno Unito dovrebbe provenire da biomasse legnose provenienti dal Nord America che rischiano di emettere più carbonio della generazione elettrica a carbone”. Se, infatti, la soglia di 200kg CO2 per megawatt/ora è il criterio di sostenibilità adottato dal Regno Unito per l’energia elettrica da biomasse, l’energia elettrica prodotta con le biomasse provenienti dai boschi del Nord America è compresa tra 1.270 e i 3.988 kg di CO2 per megawatt/ora, ossia più di quella del carbone e ben oltre la soglia tollerata dal Regno Unito.

Dopo il 2014 anche gruppi ambientalisti come l’inglese RSPBGreenpeace e Friends of the Earth hanno più volte criticato la sostenibilità della biomassa del Nord America, indicando un crescente numero di studi scientifici che mettono in guardia dall’impiego di biomasse provenienti da boschi che vengono sempre più spesso abbattuti ad una velocità maggiore del tempo di rigenerazione naturale, producendo così emissioni simili a quelle delle tradizionali tecnologie a combustibili fossili. Il documentario The Burning issue – When bioenergy goes bad, co-prodotto nel febbraio scorso da Birdlife International e da Transport & Environment, sugli abusi, gli illeciti e i paradossi della bioenergia, ci ha raccontato come anche in Europa questo tipo di produzione energetica si sia spesso trasformata in un accaparramento di terre e una scusa per la deforestazione, grazie ai sussidi europei per le rinnovabili che nel caso delle biomasse hanno causato distorsioni profonde alla sostenibilità del settore. Questa inchiesta portata avanti in Italia, Russia, Germania e Romania, ha dimostrato come a causa dei remunerativi sussidi concessi dai governi nazionali in base alle politiche dell’Unione europea, alcuni agricoltori hanno trasformato la propria produzione da fini alimentari a fini energetici

Sempre all’inizio del 2018 lo studio scientifico “Not Neutral Carbon: Valutazione dell'impatto netto delle emissioni di residui bruciati per la bioenergia”, firmato da Mary S. Booth e pubblicato su Environmental Research Letters, ha fatto un’ulteriore passo avanti nella certificazione della scarsa sostenibilità di questa soluzione energetica. Esaminando gli impatti netti delle emissioni di CO2 delle biomasse bruciate nelle centrali elettriche statunitensi e i pellet a base di legno che vengono bruciati per sostituire il carbone nella gigantesca centrale elettrica di Drax del Regno Unito e in altre centrali elettriche europee, ha dimostrato che anche quando vengono bruciati solo gli scarti legnosi (cosa che attualmente non sempre accade) le biomasse contribuiscono ad aumentare l’effetto serra.  Come mai? Di fatto il principale vantaggio della produzione energetica con le biomasse è che bruciando legna si produce la stessa quantità di anidride carbonica che la pianta ha accumulato durante la sua vita. Questo sistema è sostenibile la dove sono abbondanti gli scarti del legno utilizzati per attività industriali ed artigianali su larga scala, perché secondo la Booth, “solo la biomassa ottenuta dallo sfruttamento razionale delle foreste con l’abbattimento di piante già morte senza intaccare alberi vivi, abbinata ad una trasporto a Km 0 può dirsi realmente sostenibile”.

Per questo nelle scorse settimane, la rete Environmental Paper Network composta da oltre 120 associazioni ambientaliste (tra cui GreenpeaceNRDC - Consiglio per la difesa delle risorse naturaliBankTrack e la Federazione delle della comunità forestali del Nepaldi circa 30 paesi diversi, attraverso la dichiarazione intitolata “La delusione delle biomasseha denunciato la truffa delle biomasse forestali, incentivate come energie rinnovabili, ma in realtà clima alteranti. Secondo le associazioni la produzione delle biomasse crea più problemi di quanti ne risolva visto che “la combustione su larga scala delle foreste per produrre energia danneggia il clima, le foreste, le comunità locali oltre ad ostacolare una vera transizione energetica pulita”. Di questo passo l’industria energetica presentata come la soluzione più economica per mitigare i cambiamenti climatici rischia di compromettere ancor più il clima planetario da più punti di vista. Oltre a quello climatico, supportato da prove scientifiche che evidenziano come la combustione di biomassa “emetta più CO2-equivalente del carbone (per unità di energia)” e “riduca le riserve di carbonio che sono le foreste”, esiste un rischio economico. Lo scorso agosto, infatti, il governo britannico ha compiuto un primo passo verso l’abolizione dei sussidi alle biomasse senza i quali “la redditività economica di questo business è discutibile, e gli investitori rischiano di imbarcarsi in imprese fallimentari”.

Intanto il clima sul Pianeta è sempre più torrido e rende le foreste e le piantagioni sempre più vulnerabili agli incendi, che possono mandare in fumo centinaia di migliaia di ettari, come è successo negli ultimi anni e negli ultimi mesi in Indonesia, Cile, Portogallo, Grecia e in California. Un processo che rischia di causare perdite finanziarie, oltre ad avere impatti drammatici sulla vita delle popolazioni, sulla biodiversità e chiaramente sul clima. Per questo secondo Peg Putt, coordinatore del gruppo di lavoro della rete Environmental Paper Network “Con l’uso di biomasse forestali ci perdono tutti. I rischi sono evidenti e hanno portato un gran numero di associazioni ad unirsi per fronteggiarli. Facciamo appello ai governi e alle amministrazioni locali, agli investitori e ai consumatori per togliere ogni sostegno alla produzione di energia su larga scala dalle foreste”. Di fatto possiamo dire che le politiche dell’Unione europea in questo campo hanno fallito e continuare ad incentivare l’utilizzo di alberi interi o coltivati a fini energetici sembra oggi un’eresia. Cambierà qualcosa nel 2019?

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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