India: formazione vs sfruttamento

Stampa

Foto: Asianews.it

Nonostante l’enorme sviluppo economico dell’India nel 2020 la povertà è ancora un problema cruciale per il Governo di Nuova Delhi visto che quasi il 22% della popolazione, circa 284 milioni di indiani che abitano per lo più nelle zone rurali, vive in condizioni economiche precarie. Un altro 40% vive situazioni molto critiche e oltre il 20%, più di 258 milioni di persone, non riesce a procurarsi le 2.000 kcal al giorno necessarie per scongiurare il rischio della malnutrizione cronica. In particolare, secondo un recente rapporto della Oxford Poverty and Human Development Initiative, circa il 31% dei bambini poveri a livello mondiale vive in India. Il problema della povertà in India ha effetti drammatici sullo sfruttamento minorile e sull’istruzione principalmente delle giovani donne, una piaga che nello stato indiano del West Bengal sta progressivamente peggiorando visto che negli ultimi anni il numero di ragazze che hanno abbandonato la scuola prima ai sette anni di età invece che diminuire è salito di circa due milioni ogni anno e il traffico di esseri umani, secondo i dati del National Crime Record Bureaucoinvolge più di 10.000 persone all’anno. La maggior parte di queste donne soggette a tratta sono bambine o ragazze che vengono sfruttate nei bordelli indiani o vendute come schiave domestiche o come giovani mogli in paesi stranieri. 

I trafficanti di esseri umani nel West Bengal hanno vita facile visto che le piantagioni di tè del Bengala nascondono spesso gravi violazioni dei diritti umani. Quest’area rurale è soggetta a forte migrazione da altri territori indiani, dove la popolazione giunge in cerca di impieghi più remunerativi. Qui le organizzazioni della società civile che combattono il traffico di esseri umani riportano che almeno 400 ragazze vengono trafficate ogni anno dalle piantagioni. Gli sfruttatori, non a caso, prediligono le aree dove fame e povertà sono più elevate, piuttosto che le località dotate di scuole e strutture sanitarie. Per questo una scuola salesiana il Salesian College di Sonada del Darjeeling, nel West Bengal, ha stipulato un accordo con l’azienda di tè Rimpocha Tea di proprietà di Rajah Banerjee, con sede a Siliguri, con l’obiettivo di prevenire il traffico di donne sfruttate nelle piantagioni grazie a corsi di formazione per ragazze adolescenti a rischio. L’istituto cattolico è situato nel villaggio di Gorabari ed è stato fondato nel 1938. Oltre il 95% dei suoi studenti proviene dalle colline del Darjeeling, note in tutto il mondo per la qualità delle foglie di tè che qui viene prodotto. Nel distretto si trovano almeno 83 piantagioni di tè, disseminate su un’area di 190 km quadrati e capaci di dare lavoro a più di 52mila persone, tra raccoglitori e trasformatori delle foglie. 

Per padre George Thadathil, preside della scuola, “L’educazione e la formazione delle competenze sono l’unica soluzione per evitare che le ragazze diventino preda di trafficanti di esseri umani, che le seducono con false promesse di guadagni veloci e un futuro migliore”. Una tesi sposata in pieno da Banerjee che discende da una lunga dinastia di coltivatori di tè del Darjeeling ed è uno dei pionieri dell’agricoltura biologica e sostenibile nella regione. Per lui “Rimpocha non è solo tè, ma anche una filosofia di vita che si basa su cinque pilastri di sostenibilità: terreno sano, donne economicamente indipendenti, concime biodinamico e combustibile dalle vacche sacre, prezzi giusti e il sostegno ai coltivatori emarginati attraverso l'assistenza tecnologica nella vendita diretta dei loro prodotti”. La scuola salesiana in questo modo potrà contribuire allo sviluppo del Paese, non solo con questo nuovo percorso di formazione e avviamento ad un lavoro che risponde ai criteri del commercio equo e solidale, ma anche con il sostegno a famiglie, giovani e malati che negli anni ha caratterizzato l’impegno di questo tipo di scuola. Una goccia nel mare, ma importante per il futuro di centinaia di ragazze nate nella quarta potenza economica a livello mondiale, ma in una “potenza” caratterizzata, forse proprio per via di questo sviluppo scorsoio, da un ampio divario culturale ed economico che ha reso il 30% della popolazione disoccupato, analfabeta o privo di una qualsiasi istruzione.

A combattere questa situazione si impegna da 50’anni anche la St. Joseph’s High School di Alipurduar, nel distretto di Jalpaiguri, sempre in West Bengal. La scuola cattolica di St. Joseph, riservata a studenti maschi, è nata nel piccolo villaggio di Damanpur, alle pendici dell’Himalaya e sotto la guida di padre Eduardo Tagliabue è diventata la prima scuola di tutta la regione e ha registrato un progressivo aumento delle iscrizioni. Per monsignor Vincent Aind, che qui ha studiato, “Eravamo giovani e poveri, in maggioranza tribali e indù che abitavano nei villaggi vicini e la scuola è stata la nostra unica opportunità per cambiare un destino di sfruttamento già scritto”. La scuola in seguito è stata affidata alla diocesi di Jalpaiguri, secondo le indicazioni del Pime che vuole sviluppare le comunità, per poi consegnarle alla Chiesa locale. Oggi il numero di studenti è di circa 700 e come ricorda Aind rispetta la filosofia delle sue origini: “Qui i missionari hanno voluto una scuola non solo per i cristiani, ma per tutte le religioni. Insegnavano e insegnano a tutti l’etica e la moralità. Lo scopo è cambiare la società e migliorare la vita dei ragazzi, nn evangelizzare”. Un’altra goccia nel mare di quest’India che cerca di sconfiggere lo sfruttamento con l’istruzione.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

Ultime notizie

L’Italia è alle strette: diamo spazio alle competenze

04 Aprile 2020
Mentre il dibattito si accanisce sugli apparenti mancati aiuti dell’Europa e le morti nascoste della Germania, ci dimentichiamo delle nostre responsabilità. (Marco Grisenti

Covid-19: andrà tutto bene solo se non torneremo alla normalità…

03 Aprile 2020
La pandemia richiede una risposta immediata ed emergenziale. Ma lo sviluppo futuro dovrà essere più lungimirante e sostenibile! (Alessandro Graziadei)

Social Network: luci e ombre sulla salute mentale

02 Aprile 2020
I “social” ci possono aiutare nelle interazioni sociali. È bene però fare attenzione al loro utilizzo... (Lia Curcio)

Industria bellica, perché la produzione non si riconverte

02 Aprile 2020
Armi. Anche in tempi di emergenza da coronavirus la produzione militare, dai mitragliatori alle bombe, dai Mangusta ai cacciabombardieri F-35 è considerata strategica e tra le attività indispe...

Fame di biodiversità!

01 Aprile 2020
Oltre al Covid 19 l'umanità deve affrontare un’altra enorme sfida: nutrire oltre 9 miliardi di persone con un’alimentazione sana e sostenibile. Sarà possibile? (Alessandro Graziadei)