Il ciclismo e il doping della politica

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Ciclismo e politica – Foto: ilcappellodelgiullare.it

In un momento in cui si torna a parlare di ciclismo per via dei 7 Tour de France ritirati a Lance Armstrong, si torna a correre per il Giro della Padania. Dal 3 al 6 settembre, infatti, si svolge la seconda edizione di una competizione che la maggior parte dei lettori ricorderà per via delle polemiche dello scorso anno, quando la corsa fu contestata ferocemente e ogni tappa fu teatro di boicottaggi e manifestazioni. E pensare che se non fosse per l’inopportunità politica la gara, da un punto di vista strettamente ciclistico, sarebbe decisamente accattivante: il tracciato, che si sviluppa lunga tutto l’arco alpino destando non poche perplessità perfino nei sostenitori dell’esistenza di una Padania geografica, è l’ideale per variegate tappe di salita e, non a caso, la corsa, inoltre, è regolarmente inserita nel calendario UCI, presentandosi come una competizione ufficiale a tutti gli effetti. Insomma: mentre la spietata politicizzazione dietro a questo giro ne infici alla base ogni credibilità, le sue classifiche influenza direttamente la classifica UCI; sempre che queste non vengano poi rovesciate dalla squalifica di tutti i primi arrivati per doping, come ormai tradizione consolidata di Tour de France e Giro d’Italia. (Vale qui la pena di ricordare che il vincitore del Giro della Padania 2011 è Ivan Basso, reduce lo stesso anno da una squalifica per doping).

Nonostante la scarsa credibilità del ciclismo contemporaneo, tranne alcune eccezioni, la Lega Nord ha deciso di investire molto del suo capitale politico in questa corsa. D’altra parte la fortissima presenza di questo partito nel ciclismo italiano di oggi non è legata esclusivamente al Giro della Padania. Chi segue le competizioni sa che il Giro d’Italia è infarcito di simboli della Lega Nord, con il Sole delle Alpi presente su ogni curva sui tracciati di alpini e dolomitici. Commentava Aldo Grasso che le bandiere leghiste sulle strade del Mortirolo erano quest’anno molte meno per la coincidenza dello scandalo legato ai finanziamenti al partito; di fatto, tuttavia, la penetrazione leghista nel ciclismo italiano va oltre il tifo ed è talmente strutturata da rendere difficile ogni cambiamento durevole. I più attenti sanno che è grazie ad Auro Bulbarelli, voce del ciclismo italiano degli ultimi dieci anni in quota Lega Nord e recentemente promosso a direttore di RAI Sport, che la televisione pubblica ha acquisito i diritti per moltissime gare ciclistiche professionistiche che prima venivano completamente ignorate dalla programmazione pubblica.

Come mai la Lega Nord è entrata così potentemente nel mondo del ciclismo italiano? Mettere le mani su uno sport, se fatto bene, è una strategia vincente per la politica: pensiamo a Berlusconi e al Milan. Per quanto riguarda la Lega, alla base vi è anche l’esempio di altre nazioni minoritarie che hanno fatto di uno sport il proprio vessillo: ne abbiamo parlato in riferimento alle Olimpiadi e ai mondiali di calcio delle nazioni senza stato.

Che il ciclismo possa a sua volta essere uno strumento di nation-building molto valido lo dimostra il caso del Kazakistan, a lungo una nazione minoritaria sottomessa all’Impero degli zar prima e all’Unione Sovietica poi; e infine indipendente a partire dal 1990. La necessità di ri-consolidare la nazione portò, tra le altre cose, a fondare nel 2007 una squadra sponsorizzata da un consorzio delle cinque maggiori aziende del Kazakistan e chiamata Astana, come la capitale del Paese asiatico. La rosa del team conta moltissimi ciclisti kazaki, tra cui la recente medaglia d’oro alle Olimpiadi di Londra Alexandre Vinokourov. L’Astana resta comunque un caso piuttosto particolare e difficilmente imitabile per i popoli padani, potendo godere di finanziamenti miliardari provenienti dagli enormi proventi dei petrodollari.

Piuttosto, il caso del ciclismo come collante nazionale è storicamente noto per i Paesi Baschi, che hanno a loro volta una squadra ciclistica, la Euskatel Euskadi, nata nel 1994 e formata, a differenza dell’Astana, esclusivamente da ciclisti baschi; alcuni dei quali capaci di imprese importanti al Tour de France o alla Vuelta di Spagna (Roberto Laiseka, Iban Mayo, Haimar Aguirre Zubeldia, Samuel Sanchez). Il legame dei baschi con il ciclismo affonda le sue radici nella storia e ha sfidato il lungo periodo del franchismo, quando assieme alla lingua basca, anche le competizioni ciclistiche tradizionali di queste terre furono proibite in una spinta di centralizzazione ed eliminazione delle differenze regionali. Il ciclismo basco significa orgoglio e identità ed è il collante di un popolo che si rispecchia in questo sport come tradizione e storia vissuta.

Il ciclismo padano, al contrario di quello basco, si presenta come un’invenzione recente e priva di appigli storici, le cui analogie più forti sono con l’ideazione dell’Astana piuttosto che alla genesi dell’Euskatel Euskadi. Gli sforzi della Lega Nord nel corso degli ultimi anni sono un chiaro esempio di “invenzione della tradizione”; non si tratta di un caso, visto che il compito del ciclismo, in questo caso, sarebbe quello di dare forma ad una comunità immaginata e storicamente non esistente: quella del popolo padano.

Lorenzo Piccoli

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