Kazakistan, un corteggiamento da est a ovest

Stampa

“Nursultan tu sei un leader molto amato dal tuo popolo. Ho letto un sondaggio, condotto da un istituto indipendente, che ti assegna il 92% di stima e di amore del tuo popolo, un consenso che non può che basarsi sui fatti”. Così si esprimeva Silvio Berlusconi davanti a una platea di 54 presidenti e primi ministri europei, riuniti in Kazakistan per l’assemblea generale dell’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), parlando del presidente kazako Nazarbayev, uno dei pochissimi burocrati ex-sovietici capaci di mantenere il potere ininterrottamente da circa vent’anni.

Un chiaro esempio di democrazia secondo gli standard berlusconiani (anche se, purtroppo, ci sono stati elogi comuni da parte europea e americana). Già primo ministro della Repubblica sovietica del Kazakistan nel 1989 Nazarbayev riesce a superare abilmente tutti gli ostacoli alla sua ascesa: nel 1991 viene eletto presidente del nuovo stato dopo l’indipendenza, senza avere nessun avversario diretto; nel 1995 un referendum gli allunga il mandato per altri 5 anni… e così via, fino al 2007 quando una riforma della Costituzione gli consente di restare illimitatamente presidente, avendo nelle sue mani il potere esecutivo e persino giudiziario.

La decisione di affidare la presidenza dell’Osce per il 2010 a un paese la cui economia è completamente controllata dallo Stato e in cui la libertà di espressione è minacciata in maniera preoccupante, era stata come al solito presa due anni fa per incentivare aperture e riforme in senso democratico, per quanto possa significare questo aggettivo in Asia centrale.

Facile intuire che Nazarbayev non ha fatto proprio nulla dal punto di vista politico, timoroso di veder vacillare il suo granitico sistema di potere. Il rapporto 2010 di Amnesty International descrive un quadro preoccupante del paese soprattutto nei settori della giustizia e della libertà religiosa, anche se il presidente fa di tutto per dimostrare il contrario arrivando a ospitare nella capitale Astana nel 2008 un summit interreligioso per la pace.

Il governo kazako è intento a discutere di energia su vari tavoli e non si perita neppure di rispondere alle critiche degli sparuti giornali semi-liberi rimasti nel paese. Ironia della sorte il giornale più critico dell’amico di Berlusconi si chiama Respublika la cui direttrice subisce quotidiani attacchi e avvertimenti in stile mafioso che denotano la volontà del regime di reprimere il dissenso.

Il Kazakistan è il nono paese al mondo come superficie (2,7 milioni di km2) e si distende tra il Mar Caspio e le ultime regioni della Cina: uno spazio geopolitico fondamentale anche strategicamente vista la sua vicinanza a scacchieri bellici decisivi quali l’Afghanistan o il Pakistan. Di qui la presenza nel paese di basi militari russe e americane.

L’attenzione maggiore però si rivolge alle questioni dell’energia, cioè degli immensi giacimenti di idrocarburi nel sottosuolo kazako. La posizione geografica del paese e il rapporto più che amichevole con la Russia di Putin rende il Kazakistan un territorio di partenza e di transito di molti oleodotti diretti a est e a ovest. Due sono i progetti in concorrenza che dovrebbero portare alle porte dell’Europa il gas e il petrolio delle repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale: il gasdotto Nabucco che parte dall’Azerbaijan e, passando per la Turchia, dovrebbe raggiungere l’Austria (le condutture dovrebbero però lambire due confini “caldi”, quello tra Georgia e Ossezia del sud, teatro della guerra del 2008, e quello del Kurdistan); e il gasdotto South Stream (in cui è coinvolto anche l’Eni) che deve collegare direttamente la Russia con l’Europa, senza dover attraversare l’Ucraina ancora troppo in bilico tra occidente e Russia, anche se la nuova stagione politica avvicina Kiev a Mosca. A est di ambedue queste rotte del gas si trovano i giacimenti kazaki che potrebbero essere determinanti per il successo di una o dell’altra strategia energetica: dopo il vertice di Astana pare che Russia e Kazakistan si siano avvicinati molto, con il sorridente plauso di Berlusconi.

Ma il Kazakistan ha progetti anche più ambiziosi come quello di costruire un canale lungo 700km che colleghi il Mar Caspio al Mar Nero. Questa via navigabile, progettata più volte da Stalin ma per svariati motivi mai cominciata a realizzare, servirebbe per incrementare i rapporti commerciali non solo tra i paesi dell’area e l’Europa ma addirittura servirebbe per avvicinare la Cina. In questo modo si incentiverebbe la messa in campo da parte europea di un progetto, anch’esso ventilato da anni, per la riqualificazione del Danubio. Un progetto faraonico che si accompagna all’altro sogno/incubo sovietico di deviare i fiumi siberiani per portare acqua alle assetate regioni dell’Asia centrale: un’idea già scartata più volte per ragioni ambientali ai tempi di Gorbaciov ma riportata in auge dall’asse Putin - Nazarbayev.

Fin che ci sono acqua, petrolio e gas c’è speranza, si potrebbe dire, ma anche le risorse apparentemente illimitate se gestite male si possono esaurire.

Piergiorgio Cattani

Ultime notizie

Fermata Kirghisistan

04 Dicembre 2022
Mi trovo a condividere 12 ore di viaggio con 3 ragazzi che non vogliono ritrovarsi all’interno di un carro armato. (Atlante delle guerre e dei conflitti del Mondo)

Un blindato Made in Italy per il Brasile

03 Dicembre 2022
Un "Made in Italy" molto particolare. (Atlante delle guerre e dei conflitti del Mondo)

Superati i 9 mesi dall’inizio dell’invasione russa. Il punto

02 Dicembre 2022
Di fatto, la guerra in Ucraina somiglia sempre più ad una “nota di fondo”, a cui il Mondo sembra abituarsi. (Raffaele Crocco)

Anche la Germania indaga sulle stazioni di polizia illegali di Pechino

01 Dicembre 2022
La ong Safeguard le ha individuate in 30 Paesi europei; quattro solo in Italia. Stabilite all’interno di ambasciate e consolati. Inchieste già avviate da Paesi Bassi, Spagna e Irlanda. (AsiaNews...

Energia: l'alternativa c’è? - #Diventaregreen

01 Dicembre 2022
“Guardiamo all'energia del futuro, non a quella del passato”. Un’intervista ad Arturo Lorenzoni. (Alessandro Graziadei)