Olimpiadi: l’importante è partecipare

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Foto: Tvblog.it

Quella delle Olimpiadi è una storia di dialogo internazionale, ma anche di rivalità nazionali. La tensione tra nazionalismo e internazionalismo ha sempre caratterizzato di questo evento: nonostante il motto non ufficiale delle Olimpiadi sia “lo sport e la politica devono restare separati”, sbaglia chi ritiene che la politica rimanga davvero lontana dalle piste d’atletica, dalle piscine, dai campi di calcio e di basket. Le Olimpiadi sono, prima di tutto, un evento che riflette e produce i mutamenti del sistema internazionale. Parafrasando Von Klausewitz, nel suo poco conosciuto essay The Sporting Spirit George Orwell scrisse che “le Olimpiadi sono praticamente una guerra senza sparare”. Un recente libro intitolato Giochi di Potere dimostra che vittorie, sconfitte e record sono inevitabilmente intrecciate con diplomazia, propaganda e boicottaggi.

Tante sono le storie dal significato politico, più che sportivo, delle Olimpiadi moderne: le partite a calcio tra giocatori belgi e cecoslovacchi nel 1920, i contestati successi dei Mussolini’s boys nel 1932, gli insoliti record di Messico 1968, gli scontri a pallacanestro tra Stati Uniti e URRS quattro anni dopo. Molte di queste storie dimostrano che le Olimpiadi, per gli stati, sono un importante collante per rafforzare il senso di appartenenza alla comunità politica nazionale, oltre che uno strumento nelle relazioni internazionali. Tale narrativa, se non egemone, è sicuramente una componente fondamentale della storia delle Olimpiadi moderne. Ancora oggi le Olimpiadi rimangono lo specchio principale delle rivalità tra nazioni diverse e concorrenti.

Tuttavia, una seconda dimensione nella quale oggi le Olimpiadi riflettono la politica della comunità internazionale è quella dei sentimenti nazionalistici delle tante nazioni che vorrebbero partecipare alle Olimpiadi ma non possono farlo, in quanto non sono rappresentative di comunità statali nel senso tradizionale del termine. Il governo scozzese guidato dallo Scottish National Party, ad esempio, ha boicottato il passaggio della torcia olimpica fra Glasgow ed Edimburgo, assoldando attivisti di nero che hanno seguito il percorso distribuendo bandiere scozzesi, offrendo gadget della nazione che aspira all’indipendenza e che vuole un referendum entro il 2014 per staccarsi dal resto del Regno Unito. Le rivendicazioni scozzesi si basano sul fatto che altre piccole nazioni che non godono di sovranità gareggiano regolarmente sotto propria bandiera alle Olimpiadi: Porto Rico, Hong Kong, Isole Virgin, Taiwan, Palestina. Non a caso, al termine delle Olimpiadi di Pechino 2008 il primo ministro scozzese Alex Salmond sostenne che nel 2012 la Scozia avrebbe dovuto partecipare come una nazione separata.

Tali appelli godono ancora di ampio supporto popolare, come dimostrato dal recente sondaggio utilizzato dal gruppo di pressione Campaign for a Scottish Olympic Team; e anche in altre nazioni senza stato tali sentimenti sono piuttosto diffusi: in seguito alle Olimpiadi invernali di Vancouver, una significativa percentuali degli abitanti del Québec rivendicarono la creazione di una propria nazionale olimpica separata da quella del resto del Canada. Se tali movimenti acquisissero un maggiore riconoscimento internazionale, c’è da scommettere che anche altre comunità nazionali come Catalogna, Paesi Baschi e Fiandre vorrebbero presto seguire l’esempio. In tali nazioni lo sport è da sempre un argomento delicato, e uno strumento fondamentale nella costruzione del nazionalismo etnico: non è un caso che lo slogan faticosamente costruito attorno alla nazionale di calcio spagnola sia stato “Juntos Podemos”, “Uniti Possiamo”, in riferimento alla costruzione di una nazionale dove giocatori spagnoli e catalani (ben cinque su undici dei titolari della nazionale pluri-titolata) convivono remando nella stessa direzione. Tale slogan è periodicamente sfidato dal catalanissimo “Esta no es España, es Catalunya”, “Questa non è Spagna, è Catalogna”. Anche se momentaneamente sopite, le rivendicazioni catalane continuano a pesare come una Spada di Damocle sullo sport spagnolo, unica minaccia capace di mettere in difficoltà una nazionale altrimenti imbattibile.

Caso analogo ma diverso, è quello dell’Alto Adige, una regione mossa da sentimenti nazionalistici, ma non certo d’indipendenza. In Italia, l’Alto Adige fu ripetutamente al centro di dure polemiche durante le Olimpiadi invernali di Torino 2006: prima per le provocatorie celebrazioni del Dolomiten di Bolzano all’indomani della vittoria di Armin Zöggeler, con il titolo:”Gold für Südtirol”; poi per la candida ammissione di Gerhard Plankensteiner, che ammise di non conoscere l’Inno di Mameli. Sulla carta, in questa edizione delle Olimpiadi non c’è da aspettarsi nulla del genere: nessun atleta scozzese, alto-atesino o québecois sembra poter ambire a una medaglia. Ma le polemiche nazionaliste sono sempre dietro l’angolo, e qualsiasi pretesto sarà buono. Perché in fondo per tutte queste piccole nazioni l’importante non è vincere, ma partecipare.

Lorenzo Piccoli

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