I paradossi bio-energetici

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Per biomassa si intende qualsiasi materiale organico che attraverso un processo termico, chimico o biochimico può essere usato per produrre calore e successivamente elettricità. Un mercato in costante crescita, tanto che dopo l’eolico e l’idroelettrico, adesso anche la biomassa comincia a diventare un business. Non che il business sia un male in sé, anzi, a maggior ragione se fatto attraverso le biomasse, che sono una fonte energetica rinnovabile. Il problema, in caso, sta negli effetti ambientali dell’utilizzo delle biomasse e nel fatto che chi investe in questa fonte rinnovabile spesso insegue il ritorno economico dei certificati verdi e degli incentivi europei, piuttosto che la sostenibilità della produzione.

Il principale vantaggio della produzione energetica con le biomasse è che bruciando legna si produce la stessa quantità di anidride carbonica che la pianta ha accumulato durante la sua vita. Questo sistema è particolarmente sostenibile la dove sono abbondanti gli scarti del legno utilizzati per attività industriali ed artigianali su larga scala.  Qualora gli scarti non siano sufficienti la creazione e lo sviluppo di aree agricole destinate a colture energetiche dedicate, può risultare una risorsa per il controllo dell’erosione e nella riduzione del dissesto idrogeologico, ma è un’opportunità di sviluppo e crescita per i territori rurali solo se nasce al posto di terreni abbandonati e incolti e non al posto di coltivazioni destinate precedentemente all’uso alimentare. In generale però se rispetto ai combustibili fossili il bilancio di CO2 prodotto dalla biomassa è migliore (praticamente nullo),  le emissioni di polveri, NOX e monossido di carbonio possono essere molto elevate e devono quindi essere trattate nei camini prima di venir rilasciate in atmosfera. In questo contesto la biomassa più “verde” è solo quella ottenuta dallo sfruttamento razionale delle foreste, dall’abbattimento di piante già morte senza intaccare alberi vivi e da una trasporto a “Km 0”.

Ma bastano questi requisiti, che tra l’altro restringono notevolmente il campo delle “biomasse sostenibili”, per fare di questa risorsa un buon investimento green? Non sempre, perché come rivela il documentario The Burning issue – When bioenergy goes bad, co-prodotto da Birdlife International e da Transport & Environment, sugli abusi, gli illeciti e i paradossi della bioenergia, questo tipo di produzione si è spesso trasformata in accaparramento di terre, deforestazione selvaggia e in un festival di sussidi nazionali che hanno causato distorsioni profonde nella sostenibilità del settore. Proiettato per la prima volta l’8 febbraio a Bruxelles, questa inchiesta portata avanti in Italia, Russia, Germania e Romania, riscrive la favola di una fonte energetica ritenuta pulita perché ottenuta da materie naturali. Per Birdlife International a Vyborg, in Russia, dove esiste la più grande produzione mondiale di pellet derivata dalla macinatura del legno e destinata ai mercati dell’Unione europea, “Ci si chiede ancora se questo pellet provenga veramente da scarti di legno come le autorità russe affermano". Un problema analogo a quello della produzione di pellet in Sardegna: "da cosa sono realmente costituiti questi materiali?”. A quanto pare secondo il documentario, grazie ai remunerativi sussuidi concessi da governi nazionali in base a politiche dell’Unione europea, alcuni agricoltori in Romania e in Italia hanno trasformato la propria produzione da fini alimentare a fini energetici. Una trasformazione che sta avvenendo anche in Germania dove i campi dedicati alla produzione di piante per il biogas stanno lentamente sostituendo lo spazio un tempo dedicato alla produzione di cibo e alle zone naturali. 

Non a caso il documentario che presenta un’intervista a Patrizia Rossi, responsabile agricoltura della Lipu, denuncia anche la scarsità di spazio per la natura negli ambienti agricoli, soprattutto nelle pianure intensive del Nord Italia. “L’indicatore calcolato in base alla presenza di uccelli selvatici tipici degli ambienti agricoli - ha spiegato la Rossi - è calato in pochi anni del 42%, con popolazioni quindi quasi dimezzate. L’allodola, per esempio, è ormai un ricordo degli agricoltori di una certa età e avvistarla è sempre più raro”. Per Sini Eräjää, responsabile delle politiche sulle bioenergie dell’Unione europea per BirdLife Europa, il documentario The Burning issue “porta concrete evidenze che le politiche dell’Unione europea sulle bioenergie rinnovabili hanno fallito. Abbiamo necessità di limitare l’uso delle bioenergie e l’Unione europea non può continuare a incentivare l’utilizzo di alberi interi o delle coltivazioni per l’alimentazione  a fini di produzione di energia”.

Il quadro non fa ben sperare, ma le bioenergie saranno un tema urgente nelle imminenti negoziazioni sul pacchetto delle energie pulite dell’Unione europea e per Transport & Environmenti politici devono di cogliere questa opportunità per fermare il supporto a bionergie che, dietro ad un processo di greenwashing da noi finanziato si rivelano in realtà insostenibili”. Ce la faranno o meglio vorranno farlo?

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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