Giappone: a Fukushima continua l’emergenza

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Il cadavere radioattivo della centrale nucleare di Fukushima Daiichi ha registrato il 19 luglio l’ennesima perdita di vapore da una piscina di stoccaggio di dispositivi e apparecchiature rimossi dal reattore prima che fosse danneggiato dal terremoto e dallo tsunami dell’11 marzo 2011. Il nuovo problema è stato scoperto grazie ad una telecamera di sorveglianza e un portavoce della Tokyo Electric Power (Tepco), che gestisce la centrale, ha ammesso la scorsa settimana che “Il vapore è stato visto in tutto il quinto piano dell’edificio del reattore 3 galleggiare in sottili scie nell’aria, ma non come una grande colonna di vapore che sgorga verso l’alto. Non crediamo, quindi, sia in atto una situazione di emergenza, anche se stiamo ancora indagando su cosa l’abbia causato”. Secondo la Tepco il vapore potrebbe essere stato prodotto da una forte pioggia che ha investito l’edificio del reattore 3, ma la compagnia energetica nipponica ha assicurato che gli strumenti di misurazione della radioattività non hanno mostrato cambiamenti nell’edificio disastrato.

Per GreenpeaceLa Tepco ed il Governo stanno cercando di minimizzare l’ennesima situazione tragica di una struttura e di un territorio che probabilmente non potranno essere riportati alla normalità nemmeno entro i 40 anni previsti dal cronoprogramma di smantellamento e bonifica della centrale nucleare, tanto che solo nelle ultime settimane i lavori sono stati funestati da una ulteriore serie di fughe di acqua contaminata ed addirittura da un blackout che ha lasciato le piscine di raffreddamento senza corrente per più di un giorno”. La settimana scorsa la Nuclear Regulation Authority (Nra) giapponese ha detto che probabilmente dai reattori di Fukushima filtrano sostanze altamente radioattive nell’Oceano Pacifico ed ha espresso forte preoccupazione per il fatto che la Tepco, che non sia riuscita ad identificare la fonte e la causa degli alti livelli di radiazioni nelle acque sotterranee.

Dello stesso avviso è Greenpeace che il 10 luglio ha reso noti i risultati di 25 campionamenti di frutti di mare effettuati in 5 porti dell’area, 8 dei quali mostrano come la contaminazione radioattività arrivi anche a 55 chilometri dalla centrale. La pesca è stata interdetta nella Prefettura di Fukushima e consentita solo a scopo scientifico e di campionamento. Il futuro dei pescatori locali è quanto mai incerto e per Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia “Purtroppo la contaminazione delle falde acquifere è solo un altro esempio di come il disastro sia lontano dall’essere stato contenuto. Se l’industria nucleare giapponese non è chiaramente in grado di gestire le conseguenze del disastro di Fukushima - ha concluso Onufrio - l’unica misura preventiva reale per evitare di trovarci in futuro in simili circostanze è quella che prevede l’abbandono del nucleare e il passaggio rapido alle fonti rinnovabili”.

Di fatto dopo la recente morte per cancro all’esofago di Masao Yoshida, l’ex capo della centrale nucleare, che rimase al suo posto e decise di contravvenire agli ordini usando acqua di mare per raffreddare i reattori danneggiati dal sisma, la Tepco (che si è affrettata a smentire ogni collegamento tra il cancro di Yoshida e l’incidente di Fukushima...) ha dovuto ammettere che le concentrazioni nell’area di Cesio 134 sono salite da 9 mila a 11 mila Bq/l e quelle di Cesio 137 da 18 a 22 mila Bq/l e che i campioni di acqua e terreno prelevati presso l’impianto nelle ultime settimane mostrano livelli sempre più elevati di altri isotopi pericolosi come il trizio e lo stronzio-90 confermando i sospetti di Greenpeace secondo la quale “l’aumento della radioattività attorno a Fukushima non si ferma e nuovi campionamenti rendono la fotografia dell’area e del mare ancora più allarmante”.

Il capo di gabinetto giapponese Yoshihide Suga ha annunciato martedì che il Governo chiederà alla Tepco “Di fare un lavoro rapido e sicuro per evitare ulteriori perdite di acque contaminate da radiazioni in mare”. Tuttavia nonostante la situazione ancora critica la Tepco, con l’appoggio del Partito liberaldemocratico del primo ministro Shinzo Abe (appena riconfermato dalle urne), non ha trovato di meglio che annunciare la richiesta del consenso locale per presentare una domanda al Governo centrale e riavviare 2 dei suoi reattori nucleari in una centrale elettrica nella prefettura di Niigata, sul Mar del Giappone. Il presidente della Tepco Naomi Hirose ha già visitato la città di Kashiwazaki ed il villaggio di Kariwa dove si trovano i reattori, per spiegare alle assemblee elettive locali che “le nuove misure di sicurezza supplementari sono in linea con i nuovi standard di sicurezza che il governo ha introdotto”. Secondo la Tepco la diga di 15 metri di altezza diga costruita attorno ai due reattori “è in grado di proteggerli da onde di tsunami alte più di 6 metri” e che le loro indagine sul posto “non ha evidenziato alcuna prova che la faglia sismica sotto le centrali si sia mossa negli ultimi 200 mila anni”.

Ma se il nuovo vento nuclearista che soffia sull’isola del Sol Levante era stato già annunciato, stupisce di più, secondo alcune indiscrezioni raccolte e pubblicate sul quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung, che la Commissione europea intende incentivare la costruzione di nuove centrali nucleari. Il giornale è venuto in possesso di un documento elaborato dal Commissario europeo alla Concorrenza, Joaquin Almunia, che prevede che i governi nazionali possano in futuro contribuire al finanziamento di nuovi impianti nucleari, visto che l’estensione della produzione di energia nucleare è un obiettivo dell’Ue. Nel documento in bozza è riportato esplicitamente che “per la costruzione e l’esercizio di una centrale nucleare possono essere messi a disposizione contributi finanziari statali”. Evidentemente quanto sta avvenendo in questi giorni in Giappone e le incertezze sugli esiti degli stress test voluti dalla stessa Commissione europea dopo il disastro di Fukushima, non hanno scalfito le intenzioni di Almunia.

Ovviamente le reazioni alla notizia sono state molto diverse: favorevoli al documento sono Gran Bretagna, Lituania, Repubblica Ceca e Polonia, mentre, dopo il disastro nucleare di Fukushima, una parte dell’Unione ha mantenuto forti perplessità sull’ipotesi nucleare. Noi italiani abbiamo votato in massa per mantenere il Paese fuori dal nucleare; la Svizzera e la Spagna hanno vietato la costruzione di nuovi reattori; il Belgio sta pensando di eliminare gradualmente le sue centrali nucleari, forse già dal 2015; la Francia, spesso considerata un modello nucleare commerciale per il mondo, oggi è bloccata in un dibattito nazionale su una almeno parziale uscita dalla fase nucleare; mentre la Germania ha definitivamente chiuso otto dei suoi reattori e si è impegnata a chiudere i rimanenti entro il 2022.

“I piani per il nucleare di Bruxelles mettono a rischio la politica tedesca dell’Ambiente - ha dichiarato il portavoce di Greenpeace Europa, Mark Breddy - poiché dopo l’uscita dal nucleare la Germania potrebbe trovarsi circondata da centrali nucleari e rimanere aggrappata alla sola energia rinnovabile”. Così anche se ad oggi la competenza sulla politica nucleare europea è principalmente degli Stati membri, è necessario, “per avere una politica energetica comune sostenibile, occorre quindi togliere ogni opacità dalla roadmap energetica evitando di puntare sul rilancio del nucleare che è in antitesi, a nostro avviso, sotto vari punti di vista (ambientale, economico, sociale), con i punti cardine delle energie rinnovabili e della efficienza energetica” ha concluso Breddy.

Alessandro Graziadei

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