Cartografia dell’insicurezza alimentare nel Sahel

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Foto: cilss.int

In questi giorni si è svolto a Saly Portudal, 70 km a sud di Dakar, un workshop di importanza strategica per il Senegal, l’”Atelier nazionale per l'identificazione e l'analisi delle aree a rischio alimentare e nutrizionale”. Tale evento è durato dall’8 al 14 novembre e ha visto come protagonisti una sessantina di tecnici tra federali del SECNSA (il consiglio nazionale per la sicurezza alimentare), ONG locali, ONG internazionali e, immancabili, le Nazioni Unite (FAO e  Programma Alimentare Mondiale).

Scopo dei lavori, la produzione finale di una carta geografica che indichi le zone a rischio alimentare in Senegal e i relativi valori in termini di popolazione colpita.  

L’importanza di questi risultati (saranno la base conoscitiva per l’attivazione di eventuali piani di risposta) è tale che prima della loro pubblicazione dovranno essere validati dal CILSS (il comitato permanente interstatale per il controllo della siccità nel Sahel), che li renderà ufficiali solo a fine novembre 2019. 

Altro punto che merita particolare apprezzamento è che, oltre al Senegal, in ben altri 16 paesi del Sahel si stanno producendo contemporaneamente le stesse proiezioni, alla pari di quanto fatto nel mese di marzo 2019 (vedi immagine che riproduce la situazione alimentare nel Sahel, periodo giugno-agosto 2019).

Il Segretario Esecutivo del SECNSA, Jean Pierre Senghor, il giorno dell’avvio dei lavori ha affermato: “La lotta contro la fame deve finire, se fra dieci anni saremo ancora qua a parlare di insicurezza alimentare, vorrà dire che c’è qualcosa che non va. Dobbiamo lavorare assieme per costruire una risposta efficace e duratura. Se continuiamo a gestire le urgenze non arriveremo a nulla di strutturale. Cerchiamo di non fare delle cose che ci fanno ritornare allo stesso punto di partenza.” 

Per capire meglio l’impatto di queste elaborazioni è utile considerare qualche dato. Il Senegal è composto da 14 regioni, ognuna caratterizzata da particolarità che rendono i suoi 42 dipartimenti molto diversi l’uno dall’altro: alcune zone danno sul mare, altre sono prettamente rurali, tropici e deserto nello stesso paese. Ma, soprattutto, il Senegal si caratterizza da tre stagioni, due note a tutti, quella delle piogge e quella secca, e una terza, molto meno conosciuta, ma che in parallelo impatta pesantemente su questo paese: si tratta della cosiddetta “soudure”, la stagione della malnutrizione. Da giugno ad agosto le condizioni di vita si fanno particolarmente critiche, gli stock alimentari terminano e la futura raccolta dei prodotti agricoli è ancora lontana. E’ in questi mesi che aumentano i casi di malnutrizione, le malattie infantili e quelle legate alla contemporanea presenza delle piogge (in primis la malaria). Per questa ragione le carte che verranno prodotte entro novembre 2019 mostreranno delle proiezioni sui mesi della soudure, quindi giugno - agosto 2020.

In attesa di conoscere i risultati finali, di cui daremo conto in un prossimo articolo, qualche commento sul metodo di stima applicato nel corso del workshop è inevitabile. Lo strumento usato per fare tali analisi di fatto consiste in un grande file excel, che permette di classificare le zone geografiche analizzate in 5 livelli di rischio (il peggiore corrisponde alla carestia). I fogli di lavoro sono riempiti lavorando in gruppo, dipartimento dopo dipartimento, ad ogni dato è attribuito un peso e alla fine si traggono delle conclusioni che daranno un’idea sullo stato della popolazione in termini di fame e malnutrizione.

Tra le informazioni raccolte per arrivare al ranking finale sono considerati dati di tipo climatico, come eventi siccitosi, inizio della stagione delle piogge (ad esempio quest’anno la stagione umida, fondamentale per l’agricoltura, è partita con un ritardo di un mese e mezzo), ma anche fluttuazioni dei prezzi, accessibilità ai mercati, potere d’acquisto delle famiglie, disponibilità di acqua potabile, presenza di esodi stagionali ecc.

Il lavoro è altamente partecipato ma, a detta degli stessi tecnici, presenta ancora numerosi limiti. Primo fra tutti l’alta soggettività: nonostante il numero incredibile di dati inseriti, la parte più critica dell’analisi è quella gestita peggio. Infatti, la stima della popolazione da far rientrare nelle diverse fasi di rischio non si basa su un algoritmo, bensì su un’analisi un po’ troppo personale delle informazioni registrate e, alla fine del processo, i partecipanti devono optare in modo arbitrario per una percentuale o un’altra, correndo il rischio di dimenticare che dietro ai numeri ci sono esseri umani. 

Altra osservazione che emerge, è che per nessuna ragione al mondo si può citare la parola “carestia”, la temuta fase rossa. Sembra, infatti, che di fronte al forte desiderio di aiutare la popolazione del Senegal ci sia anche una subdola volontà di proteggere la reputazione del proprio paese evitando che questo termine possa attirare l’attenzione dei media globali. Fortunatamente, da una prima conclusione di massima non sembra che siano previste zone in situazione di urgenza o carestia, ma la sensazione che una tale eventualità possa verificarsi e creare vergogna o scandalo rimane.

Infine, la vera domanda che sorge dopo una settimana di ritiro in un resort con piscina e che, per ora, rimane senza risposta, è: una volta individuate le comunità in difficoltà, come verranno aiutate? Entro novembre i risultati definitivi.

 Lucia Michelini

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