I giornalisti italiani ai colleghi turchi in carcere: “Non vi lasceremo soli”

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Una cella di sette metri quadri, con un’ora di permesso individuale per uscire su un cortile grande appena il doppio, circondato da muri alti circa sei-sette metri che si concludono verso il cielo con un filo spinato, accesso limitatissimo a tv, radio, libri, così come ai colloqui con famigliari e legali. Sono le condizioni in cui Deniz Yucel, corrispondente di origini turche del quotidiano tedesco Die Welt, ha vissuto per un anno intero all’interno del famigerato carcere di Silivri, il penitenziario più grande d'Europa, a quasi 100 km da Istanbul. Accusato di “diffusione di propaganda a sostegno di un'organizzazione terroristica” e “incitamento alla violenza”, la sua liberazione il 14 febbraio di quest’anno era stata accolta con gioia dalle numerose organizzazioni, in Europa e anche in Italia, che si battono per la libertà di stampa, anche se la battaglia non è certo finita. Ora dovrà affrontare il processo – per cui rischia dai 4 ai 18 anni di carcere – ma la sua vicenda è solo una piccola parte del giro di vite che il presidente Erdogan ormai da diversi anni sta effettuando nei confronti di giornalisti, accademici, artisti, funzionari la cui opinione non è gradita agli apparati governativi. Per non parlare di una delle notizie dell’ultim’ora, ennesimo colpo di mannaia alla stampa indipendente del paese: l’acquisto, da parte del società turca Demiroren Holding (considerata vicina al presidente Erdogan) del gruppo media della Dogan Holding, società che possiede alcuni tra i principali media di opposizione, tra cui Hurriyet e la Cnn.

“Attualmente i giornalisti turchi in carcere sono 155, di cui 120 arrestati dal fallito colpo di Stato del 16 luglio 2016” spiega la giornalista di Articolo 21, Antonella Napoli, durante l’incontro intitolato “Turchia: la grande prigione dei giornalisti”, organizzato il 16 marzo a Roma presso la FNSI, la Federazione Nazionale della Stampa italiana. L’elenco prosegue impietoso: “Circa 2500 giornalisti sono stati licenziati, mentre 520 sono sotto processo, 180 le testate chiuse, tra quotidiani, magazine, radio, TV, così come moltissimi blog”. Tra i processi simbolo, quello ai giornalisti di Cumhuriyet, storico quotidiano di opposizione: è di pochi giorni fa la richiesta, da parte procuratore del processo, di condanna a 15 anni per 13 dei 19 imputati, anche loro accusati di supportare il terrorismo. L’accusa per tutti, ovvero il pretesto per poter arrestare a piacimento ogni tipo di oppositore politico, è infatti quella di affiliazione a Feto, l’organizzazione che secondo le autorità turche fa capo all’imam Fethullah Gulen, considerato l’ideatore del tentato golpe. “Non li lasceremo soli” ha ribadito il presidente della FNSI, Giuseppe Giulietti, in apertura dell’incontro, ricordando il monitoraggio costante da parte dei giornalisti italiani, anche attraverso la partecipazione di piccole delegazioni italiane ai processi stessi: “La cosa peggiore che possa accadere è che cada una cortina di silenzio su questi colleghi”.

Eppure la situazione è tutt’altro che semplice, e l’incontro alla FNSI è stato anche l’occasione per fare il punto su ciò che sta accadendo nel paese, storico alleato della Nato eppure in contrasto con gli Stati Uniti in campo di politica estera, in trattativa per entrare nell’Unione Europea eppure colpevole di abusi in materia di diritti umani all’interno dei suoi confini. Ad essere colpito dalla repressione di Erdogan non è infatti solo il mondo dell’informazione: “Sempre dal 2016, ben 500 avvocati sono stati arrestati, 8 mila giudici su 22 mila attivi sono finiti in carcere oppure licenziati, 43 i sindaci incarcerati, 11 parlamentari nazionali, diversi procuratori, tantissimi poliziotti” spiega il giornalista turco Murat Cinar, presente all’incontro. Cinar ha scritto una lunga analisi all’interno del libro “Ogni luogo è Taksim. Da Gezi Park al contro-golpe di Erdogan” del collega da poco libero Deniz Yucel, e racconta come la Turchia che conosciamo oggi, così come la sua deriva autoritaria, non siano nate certo dal nulla. Sottolinea infatti come la componente economica abbia giocato un ruolo fondamentale anche a livello politico: dai finanziamenti statali alle imprese edili deficitarie per la costruzione di grandi opere in cemento – devastanti per l’ambiente – alla concentrazione di testate giornalistiche e agenzie di media nelle mani di grosse aziende, anche edili, che manovrano e orientano le loro testate in funzione filo-governativa. “La libertà di stampa e di opinione sono praticamente inesistenti, ma la motivazione è molto più complessa di quanto troppo spesso viene raccontato dai media: siamo davanti a un disegno politico ed economico preciso, con un sistema di potere molto forte” ribadisce Cinar.

Tesi condivisa dal giornalista e analista politico Alberto Negri, secondo cui sarebbe proprio “quella colata di cemento a tenere in piedi la Turchia di oggi” così come il potere dell’AKP di Erdogan. “Dal 2002 l’AKP ha praticamente vinto tutte le elezioni” spiega il giornalista, che ricorda come il referendum dell’aprile dell’anno scorso abbia concentrato nelle mani del presidente grandi poteri, modificando la carta costituzionale. Su questa base, anche le elezioni presidenziali dell’anno prossimo non dovrebbero presentare grandi sorprese. “Attenzione però, perché all’ultimo referendum le due grandi città, Istanbul e Ankara, hanno votato contro, e questo potrebbe essere il punto di partenza per qualcosa di nuovo”. Intanto, però, la repressione continua, e molti giornalisti che non sono finiti in carcere sono fuggiti dal paese, causando un impoverimento intellettuale della Turchia: “È proprio a causa di questo impoverimento che oggi risulta difficile costruire una democrazia”.

Tutto questo, mentre il governo turco festeggia la vittoriosa – e sanguinosa – incursione dell’esercito ad Afrin, enclave curda nella omonima provincia nel nord ovest della Siria, sottratta al controllo dei curdi siriani del Pyd-Ypg. Un’azione che ha provocato la morte e la fuga di centinaia di civili, compresi donne e bambini, tra l’indignazione dell’opinione pubblica e della società civile ma nel silenzio delle istituzioni europee. “Certo Erdogan ha numerose armi di ricatto in mano, a partire dai rapporti economici con l’Europa, per non parlare dell’accordo sull’immigrazione, firmato un anno fa, che ha chiuso di fatto la rotta balcanica” aggiunge Negri. Ma se le istituzioni tacciono e si mostrano caute nel criticare lo Stato turco – in trattative per entrare nell’Ue – la società civile continua ad essere in prima linea al fianco delle vittime della repressione, giornalisti in primis. Il 24 aprile Articolo 21, insieme ai partner della campagna Free Turkey Media, sarà a Istanbul per seguire l’ultima udienza del processo Cumhuriyet e ribadire con fermezza il proprio no al bavaglio turco; mentre il prossimo 2 maggio, ha annunciato Giulietti, “in occasione della giornata dedicata alla libertà di informazione (che si celebra il 3 maggio), ricorderemo insieme ad Amnesty International, tutti i colleghi turchi in carcere”.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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