La cause strutturali dello spreco alimentare

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Foto: Foodweb.it

Secondo la Fao ogni anno si gettano via almeno 1,3 miliardi di tonnellate di cibo per un valore di oltre 15 miliardi di euro. Così mentre nel mondo una persona su otto soffre di obesità, una su nove (quindi più di 800 milioni di individui) non ha cibo a sufficienza. I dati allarmanti dello spreco alimentare e la nuova consapevolezza politica del problema sono stati in Italia alla base della legge Gadda, che dal 2016 ha fornito una prima base nella lotta allo spreco alimentare prevalentemente nelle fasi di consumo e post-consumo, promuovendo la redistribuzione delle eccedenze e dei beni inutilizzati per fini di solidarietà sociale. Nel giro di 4 anni la legge ha portato ad un aumento delle donazioni di cibo del 21% ed ha contribuito ad accelerare la riduzione degli sprechi di cibo, passati nell’ultimo decennio da 95 a 65 kg procapite. Tuttavia in Italia si butta ancora troppo. Ogni giorno ognuno di noi getta nella spazzatura una media di 100 grammi di cibo e solo il 33% degli italiani, uno su tre, quando esce dal ristorante si porta a casa gli avanzi con la cosiddetta “doggy bag”

La battaglia contro lo spreco, quindi, non ha ancora contagiato l'Italia dove secondo la Coldiretti, “permangono molte resistenze" anche nel mondo della ristorazione dove "la richiesta di portare a casa gli avanzi dei pasti consumati è un diritto dei clienti sancito proprio dall'entrata in vigore della legge Gadda sugli sprechi alimentari che promuove l'utilizzo, da parte degli operatori nel settore della ristorazione, di contenitori riutilizzabili idonei a consentire ai clienti l'asporto degli avanzi di cibo”. In questo senso la legge Gadda è sicuramente un passo avanti importante, ma non ancora decisivo visto che in generale si può dire che sprechiamo più di quello che mangiamo e quindi concentrare la nostra attenzione solo sui rifiuti alimentari e non sulla produzione alimentare e le sue strategie di marketing sembra voler eludere un approccio sistemico che dovrebbe analizzare anche le cause strutturali di questo spreco alimentare. 

Del problema lo scorso mese si è accorto anche il Governo del Giappone che ha deciso di spingere la società a ridurre lo spreco di cibo, facendo maturare una nuova consapevolezza nella popolazionevisto che almeno 6 milioni di tonnellate di cibo vengono gettate via ogni anno da negozi di cibo pronto, supermercati, ristoranti e case private giapponesi. I dati in possesso del Governo di Shinzō Abe mostrano che dal 2016 al 2017, “le ditte di produzione di cibo nipponiche hanno gettato via 1,37 milioni di tonnellate di cibo e i ristoranti 1,33 milioni di tonnellate. Il settore della vendita al dettaglio ha sprecato circa 660 mila tonnellate di cibo e le famiglie da sole ne hanno gettato via 2,91 milioni di tonnellate”. Per questo il Ministero dell’Agricoltura ha chiesto alle ditte di cibo di ridurne la produzione mentre il Governo ha chiesto ai negozi e ai supermercati di ridurre le porzioni in vendita e ai ristoranti di servire meno cibo, nella speranza di poter ridurre del 50% tale spreco entro il 2030. Queste iniziative politiche saranno accompagnate da una campagna informativa che cercherà di far capire ai giapponesi come la sovrapproduzione di cibo e la sua distruzione determini un enorme consumo di energia e contribuisca non poco al cambiamento climatico.

La lezione giapponese sembra far tesoro di quanto anche l'Ispra ci aveva ricordato già due anni fa con l'interessante indagine Spreco alimentare: un approccio sistemico per la prevenzione e la riduzione strutturali, secondo la quale la tendenza stesso allo spreco alimentare “è legata al modello agroindustriale fondato sull’impiego di fonti fossili di energia e di input chimici di sintesi, sulla finanziarizzazione, sui commerci internazionali, sulla concentrazione dei mercati e sull’esternalizzazione dei costi ambientali e sociali, che sono tra i principali problemi che bloccano lo sviluppo di sistemi alimentari resilienti”. È quindi il modello di produzione e consumo attualmente prevalente che “per sua natura comporta un’elevata produzione di eccedenze e sprechi”, e affrontare la questione solo attraverso la “riduzione dei rifiuti nel consumo e sulla redistribuzione caritativa, potrebbe produrre un effetto sistemico di copertura dei problemi principali costituiti dalla sovrapproduzione e dalla sovralimentazione media”. Forse anche per questo nonostante gli sforzi profusi sul tema secondo l'Ispra nel mondo “lo spreco sistemico complessivo, compresa anche l’inefficienza degli allevamenti, aumenta circa del 3,2% l’anno”.

In Italia in particolare, prima della legge Gadda, lo spreco alimentare da sovralimentazione e allevamenti era di circa 4160 kcal/persona/giorno. Ciò per l'Ispra significa che in Italia potrebbe essere stata sprecata “almeno il 62,7% dell’energia alimentare contenuta nella produzione primaria edibile destinata direttamente o indirettamente all’uomo”. In altre parole, per combattere davvero lo spreco alimentare in Italia e nel Mondo serve una rivoluzione del cibo a tutto tondo con una ristrutturazione dei sistemi alimentari, che deve partire come in Giappone dalla regolamentazione della produzione e dal riconoscimento di un equo valore sociale, culturale ed economico degli alimenti, anche per riequilibrare le condizioni sociali di accesso e di produzione del cibo. Certo anche per l'Ispra questa “non sarà una transizione semplice né veloce”, ma prendere atto che al momento la politica non ci sta seriamente provando potrebbe essere già un primo passo utile per rilanciare un approccio rivoluzionario per la prevenzione, la riduzione e la redistribuzione delle eccedenze alimentari riconoscendo agli alimenti un valore fondato sulla sostenibilità.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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