Il cuore del drago rosso

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Foto di Matthias Canapini ®

Oltrepassato il deserto del Gobi, natura e cemento si alternano in una sfida epica, come a difendere o attaccare ognuno la superficie dell’altro. Pinnacoli rocciosi, autostrade, terrazzamenti agricoli, ponti, campi arati, viadotti altissimi. La carrozza del treno diretto a Zheng Zhou è opprimente, calda e umida. 

Viaggiare in Cina sui treni popolari può essere un calvario, come un’avventura senza fine. Non un solo carattere latino ti soccorre. Ideogrammi e basta. Tra pesanti borsoni, sacchi di tela e qualche valigia colma di non so che, continuano a stringersi tra loro contadini e giovani mamme, muratori e bambini assonnati avvolti come ravioli.Odore di latte, sudore, fumo di erbe: i pacchi emanano miste fragranze.  Fissiamo l’essenziale con parole chiave e col linguaggio delle mani. Fuori dal finestrino scorre un monotono paesaggio fatto di palazzoni, grattacieli, gru, betoniere e calcinacci, vere e proprie città prive di abitanti con affisso però cartelloni recanti la scritta “vendesi”.

Pochissimi alberi. Il pavimento diventa posacenere e discarica dove gettare noccioline, bottiglie vuote, sigarette. Una bambina martella il mio fianco con i gomiti, il fratellino rovescia un succo di pera sui sedili duri, insudiciandoli. Il padre, per redimersi, offre ai presenti una birra caldissima che sa più di punizione che di regalo. 

Il tabacco delle sigarette inganna l’attesa, spesso snervante. Superiamo stazioni identiche alle precedenti, nulla cambia, sempre un blocco grigio a più uscite martellato da luci e bagliori. La terza classe del treno tace all’improvviso. Mi allontano a bordo di un pulmino, direzione Deng Feng, luogo natio del famoso tempio Shaolin, il paradiso del Kung Fu, situato sulle pendici del monte sacro Song Shan. 

“Un perno del Kung Fu è nutrire sia la mente che il corpo, inclusa la pancia” dice ridendo Naomitsu, ordinando un piattone di Miàn, spaghetti cinesi farciti con uova, verdure e wurstel. 

Naomitsu, ragazzotto italo-giapponese, ha un viso rilassato e tranquillo, lo sguardo sicuro, come di chi sa cosa volere e fare nella vita. Prima di rispondere alle domande frenetiche ci pensa molto, riflette in silenzio, poi apre bocca. Quando sorride si illumina e incute un senso di pace vederlo muoversi, come se studiasse e ponderasse ogni singolo passo. “Ho lasciato la scuola e l’Italia all’età di sedici anni, cominciando a viaggiare in Oriente, imparando il giapponese ed il cinese man mano. Avventura dopo avventura, recandomi anche tra la gente magnifica del Tibet, sono approdato qui. Il nostro maestro, Wuneng Fang è un pronipote del maestro ufficiale. La corrente che seguiamo è un’arte dello spirito, i movimenti sono mirati a star bene. È una scuola non ancora propriamente riconosciuta, diversa dagli altri ambienti che puoi trovare in città oggigiorno. Molte strutture sono diventate esercizi commerciali dove regnano soldi e pubblicità, qui ancora siamo in parte autentici e, di conseguenza l’educazione è più severa ma naturale. Le cose sono cambiate molto ovviamente, prima era una vita più monastica, dieta ferrea e isolamento, ora molti monaci lavorano coi turisti e pensano all’immagine. In alta montagna però ci sono ancora degli eremiti che vivono come una volta”. 

Mentre carichiamo i bagagli sul furgoncino Naomitsu afferma che solamentenell’Ovest puoi ancora trovare la Cina di una volta, con le sue minoranze, le leggende, gli sciamani. Altrove l’impero ha prevalentemente omologato tutto,deturpando le aree rurali con varie forme di turismo sfrenato e ancora più agghiacciante, con esperimenti nucleari in lande desolate governate solamente da freddi pascoli e vortici di polvere. La notte cala velocemente sostenuta dall’inesauribile nuvola di smog. 

All’interno della scuola-monastero “Wugulun Kung Fu” bambini e adolescenti studiano l’antica disciplina marziale dello Shaolin, cercando, per mezzo di movimenti precisi, schemi motori e meditazione di ottenere una forza interna uniforme. 

Avere la sensazione che la propria energia diventi una sola cosa con la spinta dell’universo, unificarsi al Tao: la via.Uomo e natura. Il portone del mitico avamposto è decorato con ampi leoni e draghi dorati. Un monaco, a tarda notte, compie larghi cerchi con le braccia, in piedi su un masso. 

Un secondo, più giovane, medita sulla scalinata tenendo un ventaglio in mano, visibilmente infastidito da qualche discepolo fracassone. Una decina di alunni sciama dall’aula scolastica e si dirige nelle camerate coi letti a castello, pronti per dormire e svegliarsi alle cinque, ancor prima che il gallo canti.

Gli ultimi rimasti si dividono a metà: sei giocano a morra cinese o si fronteggiano con le sciabole di plastica, gli altri sei giacciono ipnotizzati dai cellulari. Qualche strano insetto gracchia appostato sulle fronde degli alberi, emettendo un suono fortissimo simile ad una sega elettrica. 

A qualche km d’aria si scorgono le luci fioche di Deng Feng. Il maestro Fang, avvolto nella sua tunica grigia, mi saluta amichevolmente appoggiando la mano aperta sullo sterno, in segno di armonia. I lampioncini si spengono. 

Nella penombra prende vita l’antico rito del the: una pratica lentissima, scrupolosa e affascinante, detta Gong Fu Cha.Il termine Cha indica il the e l’espressione Gong Fu significa attenzione, tempo libero, ma anche duro lavoro. L’atteggiamento di impegno che deve essere posto nella preparazione del the è lo stesso che deve essere impiegato per le arti marziali cinesi. 

Filosofie di vita in ogni singola azione quotidiana. L’infuso viene travasato velocemente dalla teiera ai bicchierini leggerissimi, puntando alla temperatura ideale, per poi raccogliere il fluido giallognolo in una tazza finale dove l’aroma assume il giusto equilibrio tra sapore e armonia. 

Henan. Il cuore pulsante della Cina.

Bum! Buuum! Lo sbattere ritmico e prolungato del Dong sveglia di soprassalto i piccoli aspiranti monaci. Scostano in fretta la zanzariera e nella luce tersa del mattino si radunano nello spiazzale in cemento della scuola.

L’aria è frizzante, gli alunni si distanziano l’un l’altro di un metro circa e cominciano a marciare verso un tempio in pietra poco distante, luogo di ritrovo per i primi movimenti ginnici e riscaldamento posturale. Un anziano giardiniere pulisce un monumento dai caratteri indefinibili con uno scopone di paglia secca, due signore praticano Tai Chi, comunissima arte molto in voga in Cina tra le migliaia di correnti esistenti. Gli atleti si scaldano sotto una pioggerellina battente con l’esercizio della rana, saltellando con forza spingendo sulle cosce. 

Qualche bambino più maldestro o cicciottello scivola sull’asfalto, rimediando alla distanza dai suoi compagni con qualche balzo non convenzionale, stando ben attento a non farsi vedere dal monaco istruttore con l’I-phone acceso nel taschino della giacca. Un venditore di noccioline bivacca oziosamente steso sul suo triciclo, qualche militare cammina veloce nelle prime luci del mattino. La colazione è composta da pane, verdure e zuppa di zucca. Le giornate sono scandite cosi: allenamenti, pasto leggero, riposo, meditazione, svago e nanna. Il tempo nel pomeriggio è magnanimo e ci raduniamo in una radura circondata da alberi. I più piccoli, di sei anni soltanto, sembrano essere gli atleti più agguerriti, con la testa rasata e l’uniforme grigia a bottoni stretta al collo. Hanno il fisico asciutto e l’aria determinata. 

La lama ondulata delle loro spade sferza la brezza estiva. Agili come scimmie, ruotano a terra, spiccano il volo, compiono acrobazie e capriole nella polvere della radura piatta. Naomitsu, poco distante, con gran precisione e lentezza, ad occhi chiusi, inarca la schiena e tende muscoli e tendini verso l’esterno. Mente e corpo. Il clima è secco, appiccicoso. L’ambiente arido, privo di sorgenti o acque sulfuree. 

Leggerezza.Il monaco Shaolin Cheng Feng, ventitré anni, si allena al tramonto sul costone della montagna sacra.“Il corpo deve essere cosi agile e impalpabile da percepire la piuma che vi si posa sopra” sussurra finemente.

Sulla punta di una montagna antica si può scorgere ancora oggi una grossissima statua di Buddha. In quel punto preciso un monaco proveniente dallo Sri Lanka meditò per ben nove lunghi anni. Fu il fondatore dello Zen. La leggenda narra che un giovane discepolo volle studiare con lui ma il monaco non accettò chiarendo una volta per tutte che avrebbe preso il ragazzo sotto la sua ala solo quando avrebbe nevicato rosso. L’anacoreta dunque si tagliò un braccio spargendo speranzoso il suo sangue nell’aria. Per il suo grande atto di fede venne preso come allievo dal rustico monaco di montagna. Da qui deriva il saluto armonioso della mano appoggiata sullo sterno. 

Come Fang, al principio di tutto. Fedeltà.

Matthias Canapini

Matthias Canapini è nato nel 1992 a Fano. Viaggia a passo lento per raccontare storie con taccuino e macchina fotografica. Dal 2015 ha pubblicato "Verso Est", "Eurasia Express", "Il volto dell'altro", "Terra e dissenso" (Prospero Editore) e "Il passo dell'acero rosso" (Aras Edizioni).

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