Oltremare - un omaggio

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Foto: Matthias Canapini ®

 C’è chi batte martello e viti su assi di metallo e chi dipinge sassi ovali con pastelli o tempere.  Ripercorro i ciottoli lucidi del celebre Stari Most, il ponte a schiena d’asino abbattuto nel novembre del 1993 dall’esercito croato.

I vicoli circostanti sono ricchi di negozi e bancarelle, mentre il museo del “Ponte Vecchio” ricostruisce la lunga storia di Mostar.

Un ponte come luogo di passaggio ma anche di unione tra culture, religioni, drammi terreni.

Sotto di esso scorre eterno il fiume Neretva, freddo come l’inverno. 

Un anziano rom suona una fisarmonica scalcinata, appoggiato sopra un muretto in pietra. 

Laggiù, una scaletta stretta conduce fino al minareto della moschea Koski Mehmed-Pasha, che offre una veduta panoramica della città.

Sbrunf, Sbronf. In periferia, una Cadillac scassata di colore azzurro rumoreggia violentemente fino ad afflosciarsi a pochi passi dal marciapiede. Esce un denso fumo grigio dal cofano e con esso emerge anche Miran, un ragazzo atletico coi capelli tagliati corti e gli zigomi spigolosi. Impreca guardando le nuvole nere a est.

“Dobrodosli” dice poi, allargando la bocca in un sorriso. 

Piombiamo dentro casa della nonna (una tipica abitazione bosniaca col covone di fieno fuori dall’uscio) con una bottiglia da 2 litri di Sarajevska sotto braccio. 

Piove a secchiate. 

Dentro la stufa borbotta, alimentata da legnetti secchi.  Josip Broz Tito era una grande politico. L’appartamento di mio padre è stato donato proprio dal governo titoista. Nella casa di ogni singolo operaio era inclusa una stufa a legna per scaldarsi e delle provviste. 

Il socialismo reale. Vedi quell’uomo nel quadro appeso alla parete? Era un partigiano. Morto ammazzato a ventiquattro anni, la mia stessa età” racconta Miran euforico. 

Il pranzo della nonna pone al centro del tavolo un vassoio di carne: padrona nella cucina balcanica.

La Pita accompagna succulenti Cevapčići che lasciano spazio a spesse fette di Pljeskávica. Per concludere, il dolce che stregava i sultani turchi: la Bakláva.

Mai andarsene senza il caffè.  Bosniaco, rigorosamente in un boccale di bronzo da versare nella tazza chiamata Fildzan.

Un rituale lento, al di là del mare. 

Sarajevo rivedo il vecchio Miso, l’unico lustrascarpe della città.  Lo sciuscià della capitale bosniaca ha lavorato senza interruzioni, persino durante l'assedio della città, per sessant'anni. Alle sue spalle la vetrata lucente del Mc Donald, duo inestricabile che da sempre attira l’attenzione del passante. Mi perdo nei vicoli della capitale lasciandomi guidare dalle chiacchiere dei bambini.

Bašcaršija, il luogo in cui avveniva il mercato della città.

Il ponte latino su cui lo studente serbo-bosniaco Gavrilo Princip, il 28 giugno 1914 uccise l’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austriaco, e sua moglie. 

In tutte le città, solitamente il mercato è la parte più viva e colorata e non è da meno il mercato Pijaca Markale, cuore del quartiere turco. “Oggi si è accolti dal profumo del Burek, nel ‘94 dall’odore del sangue”, dice un produttore locale alle prese con mele e frutti di bosco.  In serata vado a bere birra in una modesta bettola vicino la stazione. I personaggi incontrati quella sera sembravano usciti da un libro di favole: un signore zoppo, una zingara che sbraitava lanciando maledizioni ai presenti, un uomo con un occhio solo ed una cavalletta.  Ora, al posto della bettola c’è un nuovo bar, pulito e ben tenuto. 

I turisti e i locali si accomodano senza urlare, mantengono la fila e ordinano un piatto di pollo. 

La prima volta che ho viaggiato in Bosnia era inverno.  Un inverno lungo, freddo, instancabile. Metri e metri di soffice neve avevano ricoperto tutti i Balcani, lasciando l’area muta e immobile. 

Provenivo da Zenica, città industriale nel nord del paese. 

Una valanga aveva imprigionato le ruote del pullman per sei ore scarse, ma aiutandoci l’un l’altro ne siamo usciti sorridendo. 

Ricordo che il pullman aveva lo stesso odore della pasta al ragù che mangiavo da bambino all’asilo. 

Incontri, casualità, destini.  La signora che in un giorno di pioggia mi ha regalato una Pita per pranzo.  Kanita, prof.ssa, madre e donna sopravvissuta all’assedio di Sarajevo durato quattro anni. Il più lungo della storia moderna. E poi Stanko! Stanko che lo ascolterei per ore. Quattro anni passati al fronte durante l’assedio, congedato per gravi ferite alla schiena. “La cosa più bella durante il periodo trascorso in trincea era ricevere scatole di spaghetti dopo mesi e mesi passati a mangiare fagioli e riso” dice sempre. A Chiunque. 

Gli amici dell’associazione “Tuzlanksa Amica”: Irfanka, Mohammed, Samed. Giù, a piedi fino ai confini dei Balcani attraversando le pianure di Niksic o circumnavigando il lago di Ohrid. Il Cevapi mangiato alle sei del mattino per festeggiare la riuscita di un piccolo sogno: attraversare una frontiera a piedi. Ed infine il cielo. Il cielo più bello che ho visto in vita mia. Perso nell’erba umida e fredda, sperduto in un altopiano tra Bosnia e MontenegroLa via lattea, le pleiadi, migliaia e migliaia di stelle, galassie, occhi, sguardi, umori, sensazioni. Tutto era racchiuso sotto quel cielo. Per una manciata di minuti. È tutto e non è niente. È un viaggio, è la vita. Come i Balcani insegnano: quando ti aspetti qualcosa, non aspettarti nulla. 

Matthias Canapini

Matthias Canapini è nato nel 1992 a Fano. Viaggia a passo lento per raccontare storie con taccuino e macchina fotografica. Dal 2015 ha pubblicato "Verso Est", "Eurasia Express", "Il volto dell'altro", "Terra e dissenso" (Prospero Editore) e "Il passo dell'acero rosso" (Aras Edizioni).

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