In prima fila contro i tagli alla scuola pubblica

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Un’immagine del film di Segre – foto: jolefilm.com

Andrea Segre. Un nome che quando compare accanto al titolo di un film è garanzia di uno sguardo attento, sensibile e delicato su tematiche attuali e fragili, quali l’integrazione, l’educazione, la crescita, l’incontro. Dopo Io sono Lì e Mare chiuso, il regista veneto bussa alle nostre anime ancora una volta con un documentario che emoziona. Che ci tocca sul vivo del quotidiano e scorre fianco a fianco con “il diverso”, un Altro che ci arricchisce e ci fa crescere, abbia esso la pelle scura di un uomo arrivato da un viaggio cominciato lontano o abbia invece gli occhi chiari di un bambino di una valle del Trentino.

La prima neve esce allo scoperto durante la 70° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della laguna veneziana, e non è un caso che appartenga alla sezione Orizzonti, quella delle nuove correnti del cinema mondiale. Perché Segre sa affrontare con dolcezza argomenti di immensità globale, dal dolore per la perdita di una persona cara, alle migrazioni, al diritto all’educazione, con la capacità di rendercene pienamente parte, tratteggiando scene di vita che ci sono vicine e familiari e ci scaraventano dentro il mondo. Come in questo suo ultimo film, in cui la luce del bosco e l’ombra degli alberi, il freddo della neve attesa e il caldo dell’autunno in valle fanno da sfondo a una storia intima e profondamente umana: l’incontro tra Dani e Michele, così diversi e così distanti, e proprio per questo così pronti a incontrarsi e ad ascoltarsi, a lasciare spazio alla vita che li travolge, alle tradizioni e ai mestieri che ancora non sono perduti, al respiro corto davanti a una natura che li accoglie maestosa.

Nelle sale il film uscirà il 17 ottobre 2013, e sarà questa l’occasione per presentare un’importante iniziativa che accompagnerà la distribuzione del film. La prima scuola, progetto scaturito dalla collaborazione di con JoleFilm e Parthénos, nasce per promuovere una raccolta fondi nazionale che possa sostenere progetti artistici e pedagogici in scuole elementari di periferia. Un’idea spiazzante, perché accende i riflettori senza mezzi termini sullo sforzo cui la società civile è chiamata per difendere da pesanti tagli economici (provvedimenti adottati anche in contesti apparentemente ricchi e sviluppati) a scapito della scuola pubblica e del diritto all’istruzione. Un’idea che nasce dalla sensibilità di Segre e dal lavoro con i bambini durante le riprese del film, nonché dall’esperienza personale del regista che, come padre, conosce fin troppo bene le difficoltà di chi frequenta la scuola elementare in realtà alla periferia… delle grandi città e del mondo. L’Italia, dice, “è un po’ schizofrenica”, un Paese dove lamentarsi viene facile, ma un Paese che contemporaneamente propone resistenze inaspettate e forti di una energia travolgente.

La prima neve (trailer qui) è un film che mette in discussione le certezze. E quando parliamo di diritto all’educazione, che non a caso costituisce da solo il Secondo Obiettivo di Sviluppo del Milennio, di certezze ne abbiamo una. Il lavoro da fare è ancora molto e l’obiettivo, che prevede il completamento entro il 2015 di un ciclo completo di istruzione primaria per tutti i bambini e le bambine del mondo, non sarà raggiunto. Mancano due anni e i bambini che nel mondo non hanno accesso alla prima fascia di scolarizzazione sono ancora troppi (60 milioni secondo le ultime stime, ben 1 su 10 è fuori dalla scuola e sono per lo più bambine che vivono in zone rurali). Alcuni passi avanti sono stati fatti, certo, ma sicuramente il termine che 192 Paesi si sono dati allo scoccare del millennio è alle porte e verrà a presentare il conto (in rosso).

Alla sofferenza dell’infanzia, non solo in termini fisici e spirituali, ma anche in termini di accesso a un diritto fondamentale che a cascata ne determina molti altri, Segre dedica un ascolto attento, che è la prima e più dignitosa forma di rispetto per i bambini e i loro bisogni. Saper “leggere, scrivere e far di conto” in molti contesti cambia la vita, garantisce capacità decisionale e autonomia, porta indipendenza di pensiero e di decisione in molte realtà dove, soprattutto per le bambine, tutto ciò non è affatto scontato. Spesso, anche nelle aree di periferia delle grandi città, non sono inusuali fenomeni di abbandono scolastico, difficoltà o impossibilità di espressione, mancanza di spazi adeguati, insegnanti precari… Situazioni che vengono tollerate dalle amministrazioni e dallo Stato, sulle quali anzi si infierisce tagliando fondi alla scuola e determinando un serio regresso rispetto alle conquiste e ai modelli di eccellenza sviluppati in un passato non troppo lontano.

Proprio per questo il progetto La prima scuola mira a finanziare progetti artistici e pedagogici nelle scuole primarie, come strumento per riportare la creatività e la libera espressione dei bambini al centro del progetto scolastico, e come ottica privilegiata per raccontare la realtà della scuola dal suo interno, in particolare quella più marginale e disagiata, soprattutto là dove si sono creati contesti di multiculturalità. Da un lato, quindi, una raccolta fondi; dall’altro, uno spazio per raccontare attraverso piccole inchieste, interviste e storie le nostre scuole, le loro specificità, le problematiche. Un progetto che contiene enormi potenzialità anche in riferimento alla costruzione di un nuovo senso di appartenenza o, meglio ancora, di partecipazione alla formazione dei cittadini di domani, preparandoli ad un futuro che bussa già alla porta delle classi delle scuole primarie, traboccanti di colori, lingue e culture, luoghi dove questa varietà non costituisce intralcio ma occasione di ridefinizione di una comunità nuova. In piena sintonia con il percorso della World Social Agenda, progetto di educazione e sensibilizzazione sugli Obiettivi del Millennio che, attraverso il coinvolgimento delle comunità locali, declina questioni di importanza globale secondo le realtà in cui opera, Segre sottolinea che “il teatro, il cinema e la musica cambiano molto quando entrano nel mondo della pedagogia, perché diventa molto più importante il processo che non il prodotto”. La scuola e l’arte devono continuare a non produrre reddito, ma a regalarci invece cultura.

Anna Molinari

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