Come i media nazionalizzano l’informazione sui cambiamenti climatici globali

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Per determinare come i media inquadrano il problema del cambiamento climatico, Hong Tien Vu (Università del Kansas) e Yuchen Liu e Duc Vinh Tran (Università della scienza e tecnologia di Hanoi), autori dello studio “Nationalizing a global phenomenon: A study of how the press in 45 countries and territories portrays climate change”, pubblicato su Global Environmental Change, hanno analizzato migliaia di articoli sui cambiamenti climatici pubblicati in 45 Paesi e Territori in tutto il mondo, arrivando alla conclusione che le differenze dipendono principalmente dalla ricchezza della nazione in cui vengono pubblicati gli articoli.

All’Università del Kansas sottolineano che «I cambiamenti climatici rappresentano un problema per i Paesi di tutto il mondo, ma la copertura mediatica dell’argomento differisce da una nazione all’altra. Il nuovo studio dimostra come i media inquadrano la copertura dei cambiamenti climatici in modo da poter essere previsti secondo diversi fattori nazionali, ma nessuno tende a inquadrarlo come un problema immediato che richiede politiche nazionali per affrontare il problema».

Mentre i media dei Paesi più ricchi tendono scrivere dei cambiamenti climatici come una questione politica, i Paesi più poveri la inquadrano più spesso come una questione internazionale che deve affrontare l’interra comunità mondiale.

Il principale autore dello studio, Vu della William White school of journalism & mass communications dell’Università del Kansas, evidenzia che «I media possono dire alla gente che cosa pensare. Allo stesso tempo, l’inquadramento può avere un effetto su come la gente pensa a determinati problemi. L’inquadramento può avere un impatto non solo sul modo in cui viene percepito un problema, ma anche su se e come viene preso in considerazione dalla politica. Con i big data e le tecniche di machine-learning, siamo stati in grado di analizzare una gran parte della copertura dei cambiamenti climatici dei media di 45 Paesi e territori dal 2011 al 2015.

I ricercatori hanno così analizzato oltre 37.000 articoli e preso in considerazione fattori nazionali come lo sviluppo economico, il tempo meteorologico e il consumo di energia. Hanno esaminato i titoli delle pubblicazioni più diffuse a livello nazionale e di diverse ideologie politiche che contenevano le parole chiave “gas serra”, “cambiamento climatico” e/o “riscaldamento globale” o l’equivalente nella lingua locale., scoprendo che «Il predittore più coerente di come fosse inquadrata la questione era il prodotto interno lordo pro capite di una nazione».

Vu sottolinea: «Abbiamo dimostrato che il problema viene più politicizzato nei Paesi più ricchi. Nei Paesi più poveri viene definito più come un problema internazionale. Il che ha senso, dato che i Paesi più poveri non hanno le risorse che i Paesi più ricchi hanno per combatterlo».

All’Università del Kansas fanno notare che «Anche quando i Paesi più ricchi definivano il problema come uno di quelli che potevano affrontare con le loro risorse più abbondanti, spesso veniva anche inquadrato come un problema politico e ci si concentrava sul dibattito o sulla discussione degli  approcci politici, anziché proporre soluzioni politiche. Anche se i media dei Paesi più ricchi si sono concentrati maggiormente sulla scienza del cambiamento climatico. Quando il cambiamento climatico veniva definito come un problema economico, era nei Paesi che hanno avuto eventi climatici più severi e in quelli che hanno subito le conseguenze più avverse del cambiamento climatico e delle catastrofi naturali, dalla perdita di vite e proprietà agli effetti economici».

In termini di progresso sociale, i Paesi più ricchi, che emettono più gas serra, inquadrano i cambiamenti climatici come una questione di politica energetica e uso, mentre i Paesi più poveri e quelli che avevano sperimentato i climi più severi si sono concentrati maggiormente sull’impatto naturale.

Lo studio ha anche utilizzato variabili indipendenti a livello nazionale provenienti da diversi database, tra cui quelli della Banca mondiale, dell’Epidemiology of Disasters, the Global Carbon Atlas Project e il Centro di ricerca sull’epidemiologia delle catastrofi, il progetto Global Carbon Atlas e Freedom House e di tutte le ONG impegnate in progetti di sviluppo o contro i cambiamenti climatici.

Gli autori  dello studio sostengono che «Il quadro delle relazioni internazionali essendo il più ampiamente utilizzato riflette il fatto che il cambiamento climatico è un problema che ogni nazione deve affrontare. Gli effetti economici, il secondo più popolare, riflettono il fatto che la lotta ai cambiamenti climatici avrà ripercussioni su ogni economia e che quando si discute di disastri naturali e cambiamenti climatici, viene quasi sempre fatto in senso economico».

Inoltre invitano i Paesi ricchi che definiscono la questione come politica a riflettere sul fatto che «i negazionisti climatici in quelle nazioni stanno guadagnando maggiore importanza da parte dei media e sugli gli sforzi di più gruppi che cercano di politicizzare la questione, influenzano le agende dei media e le decisioni politiche».

Vu è convinto che «Lo studio aiuta ad aumentare la comprensione dell’influenza dei media sulla copertura dei cambiamenti climatici. Lavori futuri affronteranno le questioni relative alla definizione dell’argomento: se viene svolto a livello locale, nazionale o globale, se i comunicatori suggeriscono soluzioni, se tali soluzioni sono attribuite a individui, aziende o governi e l’efficacia delle soluzioni proposte. Tre decenni di comunicazioni sull’argomento dimostrano che non c’è un senso di immediatezza nel coprire il problema e nell’influenzare la politica».

Il ricercatore vietnamita-americano conclude: «Come ricercatori della comunicazione vogliamo sapere perché, se i cambiamenti climatici sono entrati nella discussione pubblica più di 30 anni fa e da allora li  stiamo trattando come un problema globale, non possiamo rallentare il riscaldamento. Se vogliamo che l’opinione pubblica abbia una migliore consapevolezza del cambiamento climatico, dobbiamo avere dei media che danno un senso di immediato. Guardando come lo hanno dipinto, possiamo capire meglio come migliorare e speriamo di renderlo una priorità  che si rifletta nella politica».

Da greenreport.it

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