WTO/OMC

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"La smetta di terrorizzare i deboli e quelli che non hanno potere per imporre l'apertura di nuovi mercati a vantaggio dei paesi ricchi e delle corporation".(Vandana Shiva)

Introduzione

L’idea di commercio ha subito nei secoli un’evoluzione tale, dovuta in modo particolare sia alle trasformazioni politiche (basti pensare alla nascita degli Stati nazione) sia all’introduzione di nuove invenzioni (dalla moneta che subentrò al baratto alle conquiste tecnologiche che stravolsero il concetto di lavoro sostituendo la centralità dell’uomo, accelerando i tempi e la specializzazione delle produzioni) che sarebbe impossibile analizzarla in poche righe.

Possiamo però far risalire le basi del commercio moderno fondato sul libero scambio a poco più di due secoli fa, quando l’economista Adam Smith, nella sua opera del 1766 L’indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, evidenziò come l’universo economico fosse retto da una serie di leggi oggettive indipendenti dalla volontà del singolo (“La mano invisibile”), per cui l’insieme degli interessi privati finiva per contribuire al benessere collettivo. Il fattore che consentiva di armonizzare gli interessi privati e i benefici pubblici era rappresentato dalla libera concorrenza, perciò per ottenere il massimo benessere sarebbe stato necessario eliminare qualsiasi ostacolo e restrizione al libero mercato. Da allora la teoria liberista conobbe l’alternarsi di momenti di forte sviluppo ad altri “di difficoltà” dovuti soprattutto alla diffusione delle teorie Keynesiane che mettevano in luce i limiti del liberismo stesso e riconferivano al ruolo dello Stato una sostanziale centralità.

Negli anni ’80, però, si assistette a una vera e propria rinascita del modello liberista, tanto che venne coniato il termine neoliberismo proprio per identificare la politica economica, seguita soprattutto dai governi statunitense e britannico, basata sulla liberalizzazione dei diversi settori, la privatizzazione dei servizi, il completo sdoganamento del mercato dallo Stato e da ogni tipo di barriera. Queste teorie non hanno originato la globalizzazione ma accelerato il processo e aggravato gli aspetti negativi hanno subìto, nel corso degli anni, critiche non solo da grandi economisti, come i Nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen, ma anche da una parte dell’opinione pubblica, che ormai da decenni ha compreso che esiste un modello economico e commerciale alternativo, che non si ponga solo l’obiettivo della massimizzazione del profitto ma sia capace soprattutto di rispettare l’ambiente e le risorse umane (specialmente quelle più sfruttate come i produttori del sud del mondo), e che vede nello sviluppo del commercio equo e della finanza solidale le sue espressioni più significative e riuscite.

Il GATT e il WTO

Quando ancora la seconda guerra mondiale non si era conclusa, il tentativo di evitare il possibile ripetersi di una crisi economica drammatica come quella del ’29, spinse i Paesi alleati a riunirsi a Bretton Woods per gettare le basi di un sistema in grado di regolare le future relazioni commerciali e finanziarie. Nacquero in quella riunione i futuri pilastri dell’economia mondiale come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, mentre tre anni più tardi (1947) veniva firmato il Gatt (General Agreement on Tariffs and Trade), ossia l’accordo che avrebbe dovuto dare vita all’Organizzazione Internazionale del Commercio, organismo che si poneva l’obiettivo di regolare il commercio internazionale ma che in realtà non fu mai costituito. Anche senza una vera organizzazione l’accordo del Gatt divenne comunque operativo e regolò i commerci internazionali fino alla nascita del Wto (World Trade Organization o Organizzazione Mondiale del Commercio).

Come evidenziato nel preambolo dell’accordo stesso, il Gatt nasceva appunto con lo scopo di ridurre sostanzialmente le tariffe doganali e le altre barriere commerciali, nonché eliminare le preferenze per creare una nuova base per il commercio internazionale in grado di offrire vantaggi a tutti gli Stati. Benché fosse solo un accordo e non una vera e propria organizzazione con chiari ed estesi poteri come il successivo Wto, il Gatt si rivelò nel tempo uno strumento utile e funzionale sia per regolare l’espansione del commercio multilaterale che conciliare le eventuali dispute internazionali. Lo testimonia il fatto che in 45 anni si sia riusciti ad abbassare le tariffe doganali da una media del 40-50% fino a solo il 4-5%.

Nel corso degli anni i Paesi membri, sempre più numerosi, hanno continuato a modificare e sviluppare i propri accordi attraverso una serie di negoziati (denominati Round) incentrati spesso sul tema della riduzione delle tariffe, e con un interesse sempre crescente verso i Paesi in via di sviluppo (a partire dal Ginevra Round del 1956), fino ad arrivare all’Uruguay Round che generò gli accordi Wto.

L’Organizzazione Mondiale del Commercio viene ufficialmente istituita il 1° gennaio 1995 dopo quasi otto anni di negoziati tra circa 120 Stati. La firma di Marrakech vede sancire una serie di accordi (una cinquantina se si contano anche quelli di minor importanza) che avrebbero regolato negli anni a venire l’intero panorama del commercio internazionale e non solo. Gli accordi principali possono essere considerati tre:

- Gatt - accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio

- Gats (General Agreement on Trade in Service) - accordo generale sul commercio dei servizi

- Trips (Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights) - aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale

Gli ultimi due, che costituiscono la maggiore novità rispetto a tutti gli accordi commerciali del passato, sono, come si vedrà in seguito, caratterizzati da giudizi particolarmente controversi.

La differenza con il Gatt è quindi sostanziale: mentre il primo, infatti, si occupava solo del commercio delle merci (tessili escluse), il Wto ha ampliato immensamente il panorama delle proprie competenze includendo accordi anche per i settori dei servizi (Gats) e della proprietà intellettuale (Trips).

La democraticità delle scelte

A prima vista i processi decisionali messi in campo dal Wto appaiono più democratici di quelli utilizzati ad esempio da Banca Mondiale o Fondo Monetario perché sulla carta ogni singolo Paese rappresenta un voto e le decisioni vengono prese “per consenso”. In realtà, però, soprattutto dalla Conferenza di Seattle (1999) in poi, si assiste sempre più spesso all’utilizzo di strumenti decisionali che vengono definiti “informali” e che conferiscono un enorme potere decisionale ai Paesi più avanzati limitando al contempo non solo il potere contrattuale ma la stessa presenza al tavolo dei negoziati da parte dei Paesi più poveri, che si vedono spesso costretti ad accettare accordi già raggiunti a loro insaputa. Accade così che molte decisioni piuttosto che essere prese in plenaria vengano stabilite all’interno delle “Green Rooms”, una sorta di sale riunioni in cui, in maniera del tutto discriminatoria e arbitraria, sono invitati, e perciò ammessi a partecipare, solamente i rappresentanti di pochi Stati (tra i quali compare sempre il Quadrilatero o Quad: Stati Uniti, Unione Europea, Giappone e Canada).

I Sud si trovano spesso di fronte al risultato finale senza la possibilità o il coraggio di sollevare obiezioni. Non va infatti dimenticato che le realtà più industrializzate, specie USA e Unione Europea, sono in grado di esercitare notevoli pressioni sui governi più deboli, non mancando di agire anche su leve economico-finanziarie al di fuori del Wto, sfruttando magari la loro posizione privilegiata in altre organizzazioni multilaterali come la Banca Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale. Un altro esempio di condotta poco democratica è costituito dalle “mini-ministeriali”: anche in questo caso negoziati che dovrebbero essere condotti dai delegati di tutti gli Stati membri si riducono a incontri informali (così informali che non viene mai prodotto alcun documento o verbale) tra i più alti rappresentanti del Segretariato del Wto, i principali Paesi industrializzati e pochi selezionati Pvs, così da creare una sorta di direttorio, arbitrario e autoproclamato, dell’organizzazione.

I Sud difendono spesso interessi contrastanti con quelli delle multinazionali residenti nei paesi industrializzati e con i capitali nelle paradisi fiscali. Queste holding esercitano un’intensa attività di lobbying sui propri governi per ottenere maggiori vantaggi (come è stato ad esempio nel caso dei Trips). Tra questi fattori quello che crea più problemi è probabilmente la fitta agenda dei negoziati, che mette in difficoltà le delegazioni dei Paesi più poveri, molto meno numerose e praticamente impossibilitate a seguire accuratamente i lavori di tutti i tavoli. Se si considera, poi, che un rappresentante fisicamente non presente viene considerato consenziente e che comunque nel Wto vige la formula del “single undertacking”, ossia il principio che uno Stato per rimanere all’interno dell’organizzazione è costretto a firmare tutti gli accordi negoziati, si comprende meglio quanto un Paese più gode di risorse limitate più è svantaggiato all’interno del sistema.

 

Le mobilitazioni della società civile contro il Wto

La “mancanza di democraticità” ha trasformato, di fatto, un’organizzazione nata con lo scopo di creare un sistema di regole condivise per una competizione più equa. Oggi esiste uno strumento accentrato nelle mani di un direttorio di lobby di pochi Paesi che sta tentando di auto legittimarsi attraverso accordi che, nei fatti, sono sfavorevoli ai più. Chi contesta l’Organizzazione Mondiale del Commercio non mette in dubbio la necessità della sua esistenza e la legittimità degli obiettivi cui tende, ma ne denuncia la trasparenza e soprattutto il rischio ampliamento delle sue competenze: gli accordi sui servizi e sui diritti della proprietà intellettuale vengono considerati estremamente pericolosi e dannosi non solo per i Sud ma anche per i governi dei Nord del mondo. A guadagnarci sono solo le holding.

I Gats infatti, come denunciato da numerosi attivisti e studiosi, rischiano di precludere qualsiasi possibilità di sviluppare reali servizi del settore pubblico e dei sistemi collettivi di previdenza sociale, sanitaria e scolastica per quei Paesi che ne sono ancora privi. Ciò che si contesta è che beni di primaria necessità come il cibo e l’acqua o diritti sociali di base come la sanità e l’istruzione siano regolati da un organismo che si occupa di commercio e che spinge per il massimo grado di liberalizzazione senza valutare le conseguenze catastrofiche che esso potrebbe generare.

L’accordo sui Trips, che come si è visto riguarda il diritto di proprietà intellettuale, impone una tutela minima di venti anni su tutti i diritti di proprietà intellettuale e almeno nei disegni iniziali proteggeva anche i diritti di proprietà sui farmaci delle imprese farmaceutiche, proibendo di fatto ai governi del Sud di produrre e distribuire al loro interno farmaci-copia di questi prodotti, anche nei periodi di urgenza sanitaria (per esempio nel caso della pandemia di Aids in Africa). La protesta dei Pvs, capeggiata da Sud Africa e Brasile, ha fatto sì che i governi possano in qualche modo attenuare i vincoli imposti dai Trips per fini di tutela della salute pubblica e dell’ambiente. Tuttavia, per esercitare tale diritto, i Paesi in via di sviluppo devono resistere alle pressioni sia delle multinazionali del Nord del mondo, specialmente quelle agro-farmaceutiche statunitensi, che a quelle dei governi del Quad, che possono sempre effettuare delle ritorsioni incrociate in caso di violazione degli accordi.

Ma i Trips non provocano effetti nefasti solo nel settore farmaceutico, perché ancor più grave risulta il fatto che può essere considerata brevettabile la materia vivente: le sementi, i microrganismi, i processi microbiologici sono esplicitamente brevettabili (art. 37.3.b) e ciò costituisce una grave minaccia per l’esistenza stessa della piccola agricoltura e per la sicurezza alimentare di milioni di persone. Prima della conferenza di Seattle il gruppo dei Paesi africani ha cercato, inutilmente, di proporre una serie di modifiche a questo accordo affinché fosse esclusa la brevettabilità di piante, animali e comunque di esseri viventi o parte di essi, e venissero protette le innovazioni delle comunità autoctone e le pratiche agricole tradizionali, compreso il diritto di conservare e scambiare le sementi.

Se da questo lato, dunque, Seattle ha rappresentato una sconfitta, da un altro, ossia quello della battaglia portata avanti dalla società civile contro le regole inique del Wto, ha certamente contrassegnato un punto di svolta. Per la prima volta, infatti, si è assistito a una protesta così numerosa e innovativa nella sua organizzazione (decine di associazioni antiglobalizzazione provenienti da tutto il mondo messe in relazione tramite la rete e una serie di network) tale da contribuire in modo decisivo al totale fallimento del vertice. Non a torto quindi quello di Seattle può essere interpretato come il culmine di un processo ventennale costituito da campagne di sensibilizzazione, controvertici, proteste locali.., ma anche come un vero e proprio nuovo inizio per tutti quei movimenti che intendono continuare a battersi contro l’approccio delle liberalizzazioni ad ogni costo messo in campo dal Wto.

 

I risultati delle Ministeriali

All’indomani dell’Uruguay Round, considerato senza mezzi termini la tappa più importante del processo di liberalizzazione degli scambi che aveva preso l’avvio nel 1947, molti esperti dichiaravano che “Sul piano normativo vi è un largo consenso che:

- gli scambi commerciali saranno agevolati da normative più chiare e vincolanti

- il contenzioso sarà risolto con maggiore rapidità e autorevolezza

- l’eliminazione delle restrizioni quantitative e non tariffarie, associata alle nuove norme giuridiche, specie nel settore dei tessili, ridurrà sensibilmente le distorsioni nel commercio ed agevolerà la crescita di una concorrenza leale e trasparente

- l’inclusione della normativa sui servizi e la proprietà intellettuale aprirà nuovi mercati e faciliterà la crescita economica globale non solo nei paesi avanzati ma anche, più a lungo termine, nei PVS.” – Corazza, G. (1997) Uruguay Round e politica agraria europea

Oggi a distanza di quasi 15 anni possiamo affermare che molte di queste previsioni non si sono avverate e che il Wto necessita di un’urgente riforma ed un profondo rinnovamento della propria metodologia di intervento e ciò è testimoniato non solo dalla mancanza di sviluppo sociale ed economico equilibrato che avrebbe dovuto produrre, ma anche dalla grave paralisi da cui sembra affetto negli ultimi anni.

 

Conferenze ministeriali del WTO
- Singapore (dicembre 1996)
- Ginevra (maggio 1998)
- Seattle (novembre-dicembre 1999)
- Doha (novembre 2001)
- Cancun (settembre 2003)
- Hong-Kong (dicembre 2005)
- Ginevra (luglio 2008)

Se si eccettua la Conferenza di Doha, i cui risultati dipesero prevalentemente dalla situazione internazionale venutasi a creare dopo l’11 settembre e che vide un rinnovato ricompattamento euro-americano in difesa degli interessi comuni, i vertici precedenti e quelli successivi si sono conclusi in un nulla di fatto. A Doha i paesi più industrializzati vollero far passare i risultati ottenuti come una vittoria dei Pvs, tanto da nominare il nuovo ciclo negoziale aperto in Qatar “Development Round”. In realtà, invece, i Paesi in via di sviluppo non solo erano sostanzialmente contrari a un nuovo round prima che fosse effettuata una valutazione dei risultati del precedente e una conseguente modifica che vedesse la loro posizione nettamente sfavorevole essere mitigata da alcune concessioni da parte dei Paesi più ricchi, ma si videro anche costretti ad accettare i Singapore Issues, che erano riusciti a respingere durante le riunioni di Ginevra e Seattle. Questi costituiscono quattro nuovi temi che soprattutto l’Unione Europea desiderava da tempo inserire nei negoziati del Wto: liberalizzazione del settore degli investimenti, regole sulla concorrenza, trasparenza negli appalti pubblici, facilitazione al commercio ma ha trovato al suo interno una ferma contestazione.

I negoziati di Doha si sarebbero dovuti chiudere nel 2004 ma le posizioni tra i Paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo si sono rivelate talmente inconciliabili che le trattative hanno subito una serie di battute d’arresto tali da mettere più volte in dubbio la loro conclusione e la stessa credibilità del Wto. Dopo gli insuccessi di Cancun e di Ginevra (2006), la Conferenza Ministeriale del luglio 2008, sempre nella città svizzera, ha sancito l’ultimo fallimento del Development Round, salutato con soddisfazione e speranza da tutti coloro che si augurano l’abbandono del percorso avviatosi con la nascita del Wto per intraprendere una nuova via basata su un modello di commercio sostenibile e più democratico.

Le questioni più controverse hanno riguardato ancora una volta i tagli ai sussidi e ai dazi nel settore agricolo e dei beni industriali. Sul primo tema Stati Uniti e Unione Europea si sono dimostrati irremovibili nei confronti di qualunque proposta di riduzione dei sussidi e delle sovvenzioni, mentre a livello industriale, dove sono ormai consolidati nel mercato, hanno chiesto ai Paesi emergenti l’abbandono di ogni forma di protezionismo. Il confronto si è dunque giocato sulla questione dell’accesso al mercato, ma le condizioni poste dai Paesi più industrializzati si sono rivelate inaccettabili per i Paesi in via di sviluppo, dal momento che avrebbero messo seriamente a rischio la loro industria senza ottenere alcun sostanziale vantaggio per ciò che riguarda l’ampliamento delle loro esportazioni nel mercato occidentale.

Nonostante dal 2001 non si siano quindi registrati sostanziali passi in avanti in quello che si sta trasformando nel Round più lungo e difficile che il Wto abbia mai affrontato, il Direttore Generale Lamy ha confermato che i negoziati non si sono arrestati definitivamente ma riprenderanno “una volta calmate le acque”.

 

Bibliografia:

- Corazza, G. Uruguay Round e politica agraria europea Roma, Gangemi, 1997

- Rigacci, C. Prima e dopo Seattle. IL Gatt, il Wto e i paesi in via di sviluppo Milano, Franco Angeli, 2002

- Sciso, E. (a cura di) L’OMC 1995 – 2005. Bilanci e prospettive Roma, Luiss University Press, 2006

- Venturini, G. L’Organizzazione mondiale del commercio Milano, Giuffrè, 2004

- Di Sisto, M. Dalla dittatura del mercato alla democrazia mondiale Bologna, EMI, 2005

- George, S. Fermiamo il WTO Milano, Feltrinelli, 2002

 

Documenti

- Ministero del Commercio con l’estero, L’Uruguay Round: dal GATT all’organizzazione mondiale del commercio Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello stato, 1994

- WTO, The legal texts. The results of the Uruguay round of the multilateral trade negotiations Cambridge University Press, 1999

(Scheda realizzata con il contributo di Emanulea Limiti)

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Video

WTO raises concern over protectionism (luglio 2009)