Un'ora del tuo tempo vale come un'ora del mio?

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Nate all'estero, le banche del tempo sono sbarcate in Italia negli anni '90. In cosa consistono è presto detto: si tratta di banche a tutti gli effetti, dove però la merce di scambio non è il denaro, ma il tempo. Una rivoluzione dal basso in cui lo scambio paritario si propone come un'economia alternativa a quella di mercato e che parte dai e delle cittadine. Così in questo sistema ci sono i correntisti (o tempo-correntisti), che creano un conto su cui possono avere degli accrediti e/o addebiti. In questo contesto, al contrario di quanto avviene nel libero mercato, un'ora vale sempre un'ora. Se sei un cardiochirurgo o un operaio non cambia nulla. Per facilitare i pagamenti e contabilizzarli i correntisti utilizzano degli assegni, che ognuno stacca dal libretto personale consegnatogli dalla banca del tempo a cui ha aderito. 

Così, ad esempio, Maria può offrire la sua disponibilità nel dare ripetizioni di matematica, perché è pensionata ed ha del tempo libero. Michela invece, studentessa di sociologia, si offrirà per attività di baby sitter; e Luca, che purtroppo al momento è in cassa integrazione, per piccole manutenzioni domestiche. Si iscrivono alla banca del tempo con queste proposte, e la banca si occuperà di associare disponbilità e bisogni. Quindi – seguendo l'esempio qui in alto – Maria potrebbe dare ripetizioni di matematica al figlio di Luca; e Luca potrebbe ricambiare, sistemando la lavatrice di Michela. Queste persone sono di fantasia, ma seguono i profili degli aderenti alle banche del tempo: come si vede è una catena di piccoli gesti e aiuti nella quotidianità. Offri un'attività e del tempo, e questi ti vengono ricambiati non necessariamente dalla stessa persona, ma da un altro correntista in grado di soddisfare un tuo bisogno. È un'iniziativa che coinvolge la dimensione del dono senza entrare nella carità: dai e ti sarà dato – anche se non sai quando, né da chi.

Naturalmente trattandosi di attività di carattere volontario, le persone offrono solo quei servizi che sentono nelle loro corde e che non sono dei pesi. É un modo come un altro per auto organizzarsi come società civile – ricreando il tessuto comunitario che negli anni l'Italia come sistema-Paese è andata perdendo a favore di un individualismo esasperato e diffuso. L'idea del “ce la faccio da solo”, che tanto si è fatta strada dagli anni '80 in poi è andata sempre più disgregando il tessuto sociale delle comunità locali. E adesso si cerca di fare marcia indietro – rinunciando ad una spontaneità che probabilmente non ci appartiene più (forse una volta li chiamavano “farsi favori” e/o rapporti di “buon vicinato”?) – a favore di un movimento più organizzato e con una struttura alle spalle.

E questo è ancora più importante se si considera il contesto italiano, dove lo Stato è il grande assente quando si tratta di erogare dei servizi e/o soddisfare dei bisogni (ovvero, ciò che uno Stato normalmente dovrebbe fare). Le banche del tempo offrono una risposta concreta a questi bisogni che afferiscono sia alla sfera pratica che emozionale e, soprattutto, relazionale. Partecipare ad una banca del tempo vuol dire entrare in una rete di persone, ed entrare in una rete di persone vuol dire conoscere gente nuova. Conoscere gente nuova significa non essere più soli, avere qualcuno con cui condividere momenti e stringere nuove amicizie. In un momento di crisi diffusa, non è poco – soprattutto se si considera che, secondo l'Associazione Nazionale Banche del Tempo – con la crisi sono aumentate le iscrizioni da parte (anche) di persone che hanno perso il lavoro.

Dato che il valore delle attività scambiate corrisponde alle ore impiegate per realizzarle, tutti possono aderire ad una banca del tempo, perché tutti abbiamo qualcosa da offrire che può servire a qualcuno, e ognuno di noi ha bisogno di qualcosa. Questo ci pone su un piano di parità, dove nessuno salva nessuno: semmai ci si “salva” tutti insieme. Un'idea che in Italia è piaciuta ed ha preso sempre più piede: dagli anni '90 ad oggi, sul territorio nazionale le banche del tempo sono ormai qualche centinaio, la maggior parte delle quali nel Nord Italia – solo in Lombardia se ne contano 65 (fonte: Associazione Nazionale Banche del Tempo). Le banche funzionano su scala prettamente locale: quindi se la città è molto grande – si pensi a Milano – allora ci saranno più banche che si occupano di diversi settori della città.

Come in parte menzionato, le attività offerte riguardano soprattutto la sfera della cura alla persona: baby sitter, accompagnamenti, piccoli lavori domestici, lezioni; e dato che in Italia la maggior parte del lavoro di cura è sulle spalle delle donne, non stupisce che la stragrande maggioranza (80%) di promotori ed aderenti sia costituita da donne. Lo stesso direttivo dell'Associazione Nazionale Banche del Tempo, nata nel 2007 con funzioni di coordinamento ed aiuto nel mantenere le relazioni tra le varie realtà, è composto da 10 donne ed 1 uomo. Era stato un gruppo di donne, inoltre, a far partire tutto: la prima banca del tempo nasce a Parma nel 1991. A questa esperienza si sono presto unite nuove banche a Santarcangelo di Romana, Padova, e Roma. Quattro anni dopo – vista la rapida diffusione di queste realtà – nasce l'Osservatorio Nazionale Tempomat, con l'obiettivo di sostenere la creazione di nuove banche, tenere le fila a livello nazionale, censire le varie realtà. Nel 2003 la battuta d'arresto: l'Osservatorio viene chiuso e bisognerà attendere il 2007 per la creazione dell'Associazione Nazionale Banche del Tempo – che ad oggi è viva e vegeta, attiva nel tessere relazioni e tenere i fili delle varie realtà nazionali, che continuano a crescere. 

E la legislazione? A livello legale, nella maggior parte dei casi le banche del tempo si organizzano come associazioni di promozione sociale – con regolare Statuto e Atto Costitutivo. Fanno quindi parte dell'ampio e variegato mondo del Terzo settore, che come obiettivo primario non ha il profitto ma il perseguimento del benessere collettivo. Come spesso accade però, il mondo giuridico arranca con lentezza dopo le invenzioni della società civile. Così il riconosciumento legale delle banche del tempo lo troviamo solo all'interno della legge n. 53 dell'8 marzo del 2000, “Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città”. L'articolo 27 è dedicato alle “Banche dei tempi”, e tra gli altri aspetti, si afferma che gli “enti locali possono sostenere e promuovere la costituzione di associazioni denominate "banche dei tempi". Possono, non devono: nella pratica quindi, non sempre le banche del tempo vengono promosse o sostenute dal settore pubblico – dipende dalla sensibilità dell'amministrazione locale. Un peccato, perché la progettualità tra privato sociale e pubblico potrebbe beneficiare non poco del supporto che l'uno può dare all'altro. 

Novella Benedetti

Classe 1980 - in Italia ha vissuto tra Trento e Trieste, all'estero si è divisa tra Americhe (Stati Uniti, Colombia, Argentina, Cile, Costa Rica) ed Europa (Scozia, Irlanda, Paesi Baschi, Kosovo, Germania). La sua passione sono le lingue come strumento per entrare in contatto con l'altro; di mestiere è coach e formatrice, lavora a vario titolo nel terzo settore e dal 2014 è giornalista pubblicista. Ha realizzato anche vari lavori video, tra cui "Non si può vivere senza una giacchetta lilla", proiettato al Trento Film Festival.

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