Studiare serve ancora? No, secondo il 14% dei giovani italiani

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Foto: Corriere.it

Studiare conviene ancora? Dati alla mano sì, tenendo conto che il tasso di occupazione aumenta del doppio per un giovane diplomato e quadruplica per un laureato. L’istruzione non incide solo sull’inserimento nel mondo del lavoro ma anche sulle condizioni di salute e sull’inclusione nella comunità come cittadini attivi. Eppure, come rilevato da un recente report di Openpolis basato sui dati del 2017, la dispersione scolastica in Italia continua a contare un gran numero di studenti “persi” dal sistema di istruzione: in media un 14% di giovani che non completa il ciclo di studi e che dunque non ottiene un titolo di studio valido. Si tratta di una media nazionale perché esistono forti disuguaglianze tra regioni e territori della Penisola. Laddove esiste maggiore esclusione economica e sociale, nonché una presenza più forte della criminalità organizzata, la dispersione scolastica raggiunge il suo apice e sembra ipotecare il futuro del territorio a ragazzi esposti alla disoccupazione, a insalubri stili di vita, all’illegalità. Sono proprio le Regioni insulari e del Meridione ad avere i tassi maggiori di abbandono scolastico, con una classifica al negativo chevede in cima la Sardegna con il 21,2% di giovani dai 18 ai 24 anni che hanno solo la licenza media, a cui segue a poca distanza la Sicilia al 20,9%, e sotto la Campania (19,1%) e la Puglia (18,6%). Una curiosità: a dispetto delle medie regionali, nella città di Oristano la dispersione resta all’8,7%, quindi notevolmente di sotto della media nazionale, mentre Arezzo, in una Toscana con media al 10,9%, ha il dato peggiore d’Italia, pari al 22%.

Una perdita in termini di investimento sul capitale umano, in quanto oggi pressoché la metà di coloro che sono in possesso della sola licenza media resta disoccupata. E un costo sociale per lo Stato non da poco e calcolato all’inizio di quest’anno da Tuttoscuola in circa 27 miliardi di euro. Incalcolabili invece le conseguenze negative per l’intera società con analisi che ne mostrano un aumento della povertà, dell’insicurezza, della criminalità, del peggioramento delle condizioni di salute, tutte conseguenze direttamente correlate all’abbandono scolastico. 

Intendiamoci però: non c’è un boom della dispersione scolastica in Italia. I giovani tra 15 e 24 anni che hanno abbandonato i percorsi scolastici prima di conseguire un titolo di studio valido, entro o dopo i 16 anni dell’età dell’obbligo, i cosiddetti “dispersi”, sono sempre meno. Tuttavia, con una media nazionale pari a circa il 14%, l’Italia è ancora lontana dall’obiettivo europeo che fissa per il 2020 il raggiungimento del limite massimo dei cosiddetti “Early school leavers” al 10%e, tra i 28 Paesi UE, è collocata solo dopo Malta, Spagna e Romania, tutti e tre gli Stati con una percentuale che si aggira sul 18%.

Una cosa è certa. L’abbandono scolastico è un problema che riguarda non solo la scuola ma l’intera società, e la cui soluzione non va cercata in ragioni unicamente inerenti il sistema scolastico. Se infatti sono spesso proprio i giovani studenti più svantaggiati a livello economico e sociale a lasciare anticipatamente gli studi, è altrettanto vero che nei territori in cui la disuguaglianza economica è maggiore, ovvero la mobilità sociale è pressoché inesistente, i giovani abbandonano più facilmente e prima gli studi non intravvedendo alcuna possibilità di salire la scala socialeSi percepisce una vera e propria disillusione che la scuola possa garantire in futuro un ritorno economico e/o una prospettiva sociale. Se dunque non serve a nulla: perché perderci tempo ed energie? Un segnale che i diversi interventi operati nel modo della scuola dai primi anni ’90 per prevenire la dispersione e per riportare i ragazzi dentro al sistema formativo hanno funzionato solo in parte. Di certo una scuola inclusiva e che attiva percorsi di seconda opportunità per chi ha abbandonato, che presta attenzione agli alunni più fragili (BES, studenti migranti, etc.), e nella quale si sia messa in rete una forte comunità educante rappresentano elementi di successo nel contrasto al fallimento formativo e alla povertà educativa.

Siamo però lontani anni luce dal paradigma di pochi decenni fa per cui il titolo di studio più alto garantiva l’accesso a una professione ben retribuita e prestigiosa all’interno della società: la generale instabilità del mondo del lavoro, a cui si collega inevitabilmente una certa autonomia economica, familiare e sociale, resta un elemento che determina profonde ripercussioni sulla percezione del sistema scolastico da parte dei giovani. Tra i fenomeni più allarmanti, non c’è solo la condizione dei cosiddetti Neet (quei giovani in stato di totale “immobilità”, ossia che non studiano e non lavorano) ma anche il preoccupante aumento tra i più giovani dell’uso di droghe in età pre e adolescenziale. Fumo, alcool, sostanze stupefacenti che ottengono effetti di ulteriore emarginazione dei soggetti più fragili e che costituiscono una ulteriore fuga dall’assunzione da parte degli stessi di un ruolo attivo all’interno della comunità.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è presidente della cooperativa EDU-care e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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