Abiti Puliti: in Italia le lavoratrici turche denunciano le violazioni della ditta Prada

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Proteste delle lavoratrici della Desa fornitrice di Prada - Foto: CCC

Sono arrivate in Italia le sindacaliste turche, Emine Arslan e Nuran Gulenc, protagoniste della lotta sostenuta dalla campagna 'Abiti Puliti' - sezione italiana della Clean Clothes Campaign (CCC) - per protestare contro lo sfruttamento che subiscono nelle fabbriche del loro paese che lavorano per il lusso italiano, in particolare nella ditta Desa fornitrice del prestigioso marchio Prada, e per rivendicare il diritto fondamentale sancito dalle convenzioni internazionali alla libera associazione sindacale. Le sindacaliste incontreranno oggi a Firenze la 'Commissione Etica Regionale della Regione Toscana' e domani il coordinamento delle Rsu di Prada ad Arezzo in un incontro organizzato dalle tre organizzazioni dei sindacati tessili italiani, Filtea-CGIL, Femca-CISL, Uilta-UIL che dall’inizio si mobilitati in sostegno alla campagna internazionale.

Sabato 7 marzo la campagna la Clean Clothes Campaign (CCC) insieme al sindacato turco 'Deri Is' organizzeranno una giornata di mobilitazione internazionale nei confronti di Prada per denunciare la situazione di continua repressione del diritto dei lavoratori e delle lavoratrici della Desa, sua azienda fornitrice, ad organizzarsi in un sindacato libero. Le mobilitazioni avverranno contemporaneamente a Milano, Londra, Parigi, Madrid e Instanbul. La campagna 'Abiti Puliti' è la sezione italiana della Clean Clothes Campaign che da 15 anni opera in 12 Paesi coordinando oltre 250 organizzazioni per il miglioramento delle condizioni e il rafforzamento dei lavoratori nell'industria tessile globale.

"Nei mesi scorsi 44 persone della Desa, azienda turca che produce prodotti di lusso per il mercato europeo sono state licenziate dopo essersi iscritte al sindacato 'DERI IS' per cambiare le proprie condizioni di lavoro in fabbrica, dati i bassissimi salari, gli orari di lavoro eccessivi e le precarie condizioni di igiene come l’assenza di servizi igienici e di acqua potabile"- riporta Monica Di Sisto, vicepresidente di Fair che con altre associazioni promuove in Italia la campagna 'Abiti Puliti'. "Avere un sindacato è un diritto non un lusso e i lavoratori hanno diritto ad un salario dignitoso. Prada e tutte le imprese committenti hanno la responsabilità di assicurarsi che i diritti dei lavoratori siano rispettati in tutta la filiera produttiva" - sostiene Di Sisto.

L'azienda Prada aveva dichiarato in una lettera alla Campagna Abiti Puliti che "qualora emergessero prove di violazioni di normative giuslavoristiche, comprovate dalle autorità turche" sarebbe stata pronta a prendere le misure necessarie. Nelle scorse settimane il tribunale turco ha emesso una sentenza (in pdf) che conferma le discriminazioni sindacali e ha ordinato l’immediato reintegro di Emine e di altri 7 lavoratori: sentenza verso la quale la ditta Desa ha presentato ricorso. "E nessuna misura è stata intrapresa da Prada per indurre la Desa a rispettare la legge e le convenzioni internazionali" - sottolinea Di Sisto.

I lavoratori e le lavoratrici - sostenute dalla Clean Clothes Campaign - chiedono alla direzione della Desa di "riassumere immediatamente e incondizionatamente tutti i lavoratori nella stessa posizione precedentemente occupata e assicurare che gli vengano corrisposti i salari per il periodo di forzato licenziamento". Rivendicano inoltre il diritto di ogni lavoratore a ricevere "una dichiarazione scritta in cui si dichiara che essi sono liberi di associarsi ad una sindacato di loro scelta" e di "riconoscere il sindacato 'Deri Is' come legittimo rappresentante dei suoi iscritti e assicurare ai lavoratori la libera iscrizione a sindacati indipendenti".

Va ricordato che lo scorso novembre la Clean Clothes Campaign e LabourStart hanno lanciato una petizione internazionale per sostenere i lavoratori turchi della Desaingiustamente licenziati che producevano per alcuni dei più lussuosi marchi europei. Da allora il tribunale turco ha confermato che i lavoratori della Desa sono stati licenziati per attività sindacali; numerosi incontri hanno avuto luogo tra il sindacato e la Desa. "Nonostante questo apparente progresso, poco è cambiato per i lavoratori e le lavoratrici nelle fabbriche del lusso" - riporta la Campagna 'Abiti Puliti'.

Nonostante le denunce su diversi portali e quotidiani nazionali sono ancora "troppe le parole e pochi i fatti da parre delle aziende" - denuncia la Campagna. "C’è bisogno di maggiore pressione per spingere la Desa e i suoi clienti ad assumere comportamenti responsabili verso i lavoratori e proteggere il loro diritto a formare un sindacato libero e indipendente" - ribadisce. "Il nostro primo appello invitava le imprese committenti a partecipare ad un incontro coordinato dal sindacato internazionale International Textile Garment and Leather Workers Union fissato per il 20 dicembre 2008. A quanto ci risulta nessuno dei committenti ha acconsentito a partecipare" - ricorda la Campagna.

Anche l'ultimo appello all’azione rivolto alle ditte internazionali committenti di Desa non ha prodotto alcun tipo di assunzione di responsabilità per cercare di migliorare le condizioni alla Desa. Tra le aziende internazionali committenti di Desa figurano Prada, Mulberry, Nicole Fahri (di proprietà di French Connection), Luella, Samsonite, e Aspinalls di Londra. "Luella and Samsonite non hanno mai risposto alle lettere e neppure hanno contattato il sindacato internazionale ITGLWF, il Deri Is o la Clean Clothes Campaign" - riporta la Campagna.

"Prada, di gran lunga il principale cliente della Desa, ha risposto alle email della Clean Clothes Campaign italiana e del sindacato ITGLWF ma la risposta è stata deludente" - continua la Campagna. "Prada ha semplicemente sottolineato che un audit era stato fatto e nessun problema era stato riscontrato, che membri del sindacato erano in fabbrica così non ci poteva essere un problema di libertà di associazione sindacale e che avrebbe atteso l'esito dei procedimenti giudiziari".

Aspinals of London a novembre ha risposto per dire che stava "investigando". Non abbiamo più saputo nulla da allora. Nicole Fahri ha detto la stessa cosa e poi ha smesso di rispondere alle email. Altri marchi sono coinvolti nel caso, ma non nella campagna, come il gigante spagnolo El Corte Ingles e le aziende di grande distribuzione inglese Marks & Spencer e Debenhams. Essi hanno continuato a essere più attivi rispetto agli altri e hanno contattato Desa per maifestare le loro preoccupazioni. La Clean Clothes Campaign ha nuovamente contattato nelle scorse settimane tutti i committenti con una lettera congiunta (in .pdf) econ una dichiarazione pubblica il sindacato internazionale ITGLWF (in .pdf) , insieme con i sindacati spagnoli, italiani e inglesi ha chiesto loro di intervenire per risolvere caso. [GB]

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