Economia di guerra

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“Quando c'è un grande nemico, la gente è disposta a rinunciare ai propri diritti pur di sopravvivere. Così la corsa agli armamenti ha una precisa funzione in questo senso: crea una tensione globale e un'atmosfera di paura”. (Noam Chomsky - Linguista, filosofo, teorico della comunicazione)

 

Introduzione

Nella sua accezione originaria, l'economia di guerra esprimeva un adeguamento delle politiche economiche ordinarie di uno Stato, alle necessità straordinarie della guerra. Tecnicamente, nell'economia di guerra, lo Stato sottopone a una regolamentazione molto estesa l'economia di mercato, senza però sospenderla del tutto, e senza sospendere neppure la proprietà privata dei mezzi di produzione o la libera circolazione della manodopera.

L'approvvigionamento della popolazione, dell'apparato produttivo e dell'esercito viene garantito da un sistema burocratico-amministrativo di allocazione e distribuzione delle risorse. In generale quando si adatta un'economia normale alle condizioni belliche, una parte dei consumi viene quindi trasferita dalla sfera civile a quella militare, con la conseguenze che i costi della guerra riducono le entrate delle economie domestiche e la produzione di materiale bellico al posto di beni di investimento comporta disinvestimenti. In questo caso però si fa riferimento alle guerre tradizionali, principalmente a quelle tra Stati, non alle guerre contemporanee preventive, al terrore, regionali, etniche ecc.

Per questo nella sua accezione attuale invece, quando si parla di economie di guerra, si fa riferimento anche a quei paesi che, pur non essendo in guerra dichiarata con nessun altro paese, destinano gran parte delle proprie risorse economiche e umane all'apparato militare. Nell'ultimo anno le spese militari mondiali sono state di 1.464 miliardi di dollari, circa il 2,4% del Prodotto interno lordo mondiale. Pari ad una spesa di 217 dollari per ogni abitante del pianeta, registrando un aumento del 4% rispetto all'anno precedente e un nuovo record dalla fine della Guerra Fredda.

Dieci anni fa la stessa spesa non arrivava a 1000 miliardi di dollari e l'incremento dal 1999 ad oggi è stato del 45%. Secondo i dati del Sipri - Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma che tutti gli anni pubblica un rapporto su armi, disarmo e sicurezza internazionale - per quel che riguarda le spese militari, troviamo per primi gli Stati Uniti non solo in termini assoluti (il 41,5% della spesa complessiva), ma anche relativamente all'incremento, che tra il 1999 e il 2008 è stato del 58% di tutto l'incremento di spesa mondiale.

Altro dato preoccupante sono i budget per la difesa della Cina, al secondo posto con quasi 85 miliardi di dollari, seguita poi da Francia (65,7 miliardi), da Gran Bretagna (65,3) e dalla Russia (58,6). Cina e Russia, con un incremento assoluto rispettivamente di 42 miliardi e 24 miliardi di dollari, hanno triplicato circa la loro spesa militare nell'ultimo decennio. Anche nel continente africano (20,4 miliardi di dollari nel 2008) si riscontra un preoccupante incremento delle spese militari nell’ultimo decennio del 40%.

L’Italia si posiziona all’ottavo posto a livello mondiale tra i paesi con le maggiori spese per la difesa, mentre le esportazioni di armamenti confermano nel quinquennio 2004-2008 il permanere dell'Italia al settimo posto nel mondo. Anche sul versante del commercio internazionale di armamenti, nonostante una leggera flessione nell'ultimo anno, dal 2005 si registra un trend di incremento nelle consegne dei maggiori sistemi di armamenti convenzionali.

 

Keynesisimo di guerra

Capire le ragioni che sostengono le economie di guerra anche in tempi di presunta pace non è semplice. Secondo molti studiosi di politica tra i quali Noam Chomsky, la corsa agli armamenti - per come è impostato il mercato - ha anche un ruolo decisivo nel tenere in moto l'economia. In particolare si parla di una sorta di keynesismo militare, quasi una necessità per l’economia statunitense in tempi di crisi.

Secondo questa teoria, quando un governo spende una certa quantità di dollari per stimolare l'economia, in realtà non importa come li spenda. Potrebbe costruire aerei potrebbe seppellirli nella sabbia e indurre la gente a scavare per trovarli, potrebbe costruire strade e case, fare qualsiasi cosa: in termini di incentivazione dell'economia, gli effetti economici non sono poi così diversi.

In realtà è del tutto verosimile che le spese militari siano effettivamente uno stimolo meno efficiente delle spese sociali, il problema è, però, che le spese per scopi civili presentano effetti collaterali negativi. Innanzitutto interferiscono con le prerogative del libero mercato. Se il governo cominciasse a produrre qualcosa che le aziende potrebbero vendere direttamente sul mercato, interferirebbe con la loro possibilità di realizzare profitti. La produzione di spreco - di macchine costose e inutili - non costituisce un'interferenza: nessun altro produrrà bombardieri B-2.

Altro punto secondo Chomsky è che gli investimenti sociali aumentano il pericolo di democrazia: minacciano di accrescere il coinvolgimento popolare nei processi decisionali. Se per esempio il governo si impegnasse a costruire, ospedali, scuole, strade e cose del genere, la gente si interesserebbe alla cosa e tutti vorrebbero dire la loro, perché si tratta di questioni che li toccano direttamente, che hanno a che fare con la loro vita. La gente è interessata a sapere dove sorgerà una scuola o un ospedale, ma non si preoccupa del tipo di aerei che sarà costruito, perché non ne ha la minima idea.

Questa politica non è nuova, per quarant’anni – dalla fine della seconda guerra mondiale – la politica economica Usa si è basata anche sul cosiddetto sistema del Pentagono. In pratica si sovvenzionava in modo continuo il settore ad alta tecnologia, garantendogli anche il mercato. Nei momenti opportuni il governo individuava nelle cosiddette forze del male, nei sistemi antidemocratici, nei pericoli alla libertà, nei paesi canaglia minacce vere o presunte, tali comunque da garantire la produzione della filiera militare.

La guerra di Corea degli anni ’50, l’inferiorità missilistica nei confronti dell’Unione Sovietica negli anni della crisi Kennedy/Krusciov, il pericolo della conquista del mondo da parte dell’Urss, in tempi più recenti la guerra al terrorismo, l'esportazione della democrazia ecc. sono stati i motivi che hanno giustificato cifre altissime nel bilancio della difesa. Secondo i maggiori critici di questo tipo di politica, se la corsa agli armamenti rallentasse davvero, non si potrebbero costringere i contribuenti a continuare a sovvenzionare l'industria ad alta tecnologia come è successo negli ultimi cinquant'anni.

I dirigenti delle imprese sanno molto bene che le spese in campo civile sono forse più efficienti, più redditizie delle spese militari. E sanno anche che esistono molti altri modi per indurre la popolazione a sovvenzionare l'industria ad alta tecnologia, oltre a quello che passa per il sistema del Pentagono.

Secondo Chomsky uno degli scopi principali della politica è tenere la popolazione nella passività: chi ha il potere tenderà a eliminare tutto ciò che può spingere la gente a occuparsi di programmazione, perché il coinvolgimento popolare minaccia il monopolio del potere detenuto dalle aziende e stimola le organizzazioni della società civile, mobilita le persone, potrebbe portare a una ridistribuzione dei profitti e altre cose che non sono gradite alle grandi aziende.

 

Origini del sistema del Pentagono

Il sistema del Pentagono - nato durante la crisi degli anni trenta - è un sistema che assicura anche una particolare forma di dominio e di controllo. Ha funzionato ai fini per i quali era stato progettato: garantire un'economia in salute nel senso comune dell'espressione, cioè per assicurare profitti alle imprese. Per questo gli Stati Uniti puntarono molto nella corsa agli armamenti: serviva al controllo interno, al controllo esterno e a tenere in funzione l'economia.

Quando la guerra finì tutti pensavano che si sarebbe ripiombati nella depressione, perché non c'era stato alcun cambiamento sostanziale; l'unico cambiamento era stato il lungo periodo di stimolo dell'economia da parte del governo durante la guerra. Ci fu effettivamente un'impennata della domanda dei consumatori, però, la domanda iniziò a calare e la paura era quella di ripiombare nella recessione.

Gli economisti in quel momento sostenevano che l'industria avanzata, l'industria ad alta tecnologia, non potesse sopravvivere in un'economia della libera impresa competitiva e non sovvenzionata, inevitabilmente. Essi prevedevano un ritorno alla depressione, ma ormai conoscevano la risposta: gli incentivi statali. E all'epoca avevano perfino una teoria a sostegno di quella tesi, elaborata da Keynes. Perciò c'era allora negli Stati Uniti un consenso generalizzato tra le aziende e i grandi strateghi sul fatto che il governo dovesse incanalare una grande quantità di fondi pubblici nell'economia.

Alla domanda "Il governo deve preferire le spese militari o quelle sociali?" si chiarì immediatamente che le spese del governo dovevano indirizzarsi al settore militare. Le ragioni non riguardavano l'efficienza economica, si trattava di pure e semplici ragioni di potere, le spese militari non ridistribuiscono il benessere, non promuovono la democrazia, non creano un elettorato popolare né incoraggiano la gente a inserirsi nei processi decisionali. L'opinione pubblica non deve venirlo a sapere. Il primo segretario dell'Aeronautica, Stuart Symington, lo spiegò molto chiaramente già nel 1948, quando disse: “Non dobbiamo usare la parola sovvenzioni: la parola da usare è sicurezza”.

 

Il dividendo di pace

Nel 1989 con la caduta del muro di Berlino, la fine del confronto fra Est e Ovest aveva suscitato la speranza in uno sviluppo mondiale più pacifico e più equo. Da 20 anni ormai sarebbe stato possibile investire un dividendo della pace - cioè una quota di denaro che prima era destinata agli armamenti - a favore di azioni politiche e sociali che promuovessero la pace stessa. Il bilancio di questo periodo mostra, invece, risultati deludenti. Laddove le spese militari sono diminuite, il dividendo della pace è stato utilizzato per conseguire gli obiettivi più disparati, ma raramente per dare un impulso mirato alla pace.

Pensare che la pace e la sicurezza dipendono dalla riduzione delle differenze fra Nord e Sud del mondo dovrebbe automaticamente incentivare i governi alla cooperazione allo sviluppo, alla promozione della democrazia partecipativa, all’appoggio alle donne e alle minoranze sfavorite, alla gestione sostenibile delle risorse naturali. Si è consapevoli che per conseguire uno sviluppo più vivibile sono necessari cambiamenti economici a sostegno di un modo di produrre e di vivere più sostenibili, un futuro tecnologico alternativo e l’adozione di misure per garantire un minimo d’integrazione sociale e di giustizia per gli esclusi.

Effettivamente dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda ci fu un declino della spesa militare e la destinazione di più risorse economiche verso il settore privato e il finanziamento di programmi sociali determinando sviluppo e espansione. Dal 2001 però le priorità si sono nuovamente capovolte: la sicurezza è tornata al centro degli obiettivi degli Stati Uniti che hanno destinato sempre maggiori risorse economiche in questa direzione, e per sostenere maggiori investimenti militari gli Usa hanno affrontato un costo economico di questa nuova economia di guerra molto elevato.

Un istituto di ricerca di economia dell'Università del Massachusetts ha pubblicato abbastanza recentemente, una analisi (in.pdf) che affronta il tema della guerra dal punto di vista dell'occupazione. Quanti posti di lavoro offre un miliardo spesi per la Difesa? La risposta è 8.555. Ma la stessa cifra investita nella sanità ne offrirebbe 12.883 e se spesi nella formazione si avrebbero 17.687 occupati in più.

 

Possibili alternative

La militarizzazione è diventata la forma dominante dell’economia, della governance e della cultura. La campagna contro il terrorismo di Al-Quaida è servita per giustificare la guerra contro l’Afghanistan. Poi è stato il turno dell’Iraq e i segnali indicano già che l’Iran, la Siria ed altri seguiranno come possibili bersagli in questa nuova forma di guerra che non ha un nemico dichiarato e che non è limitata nello spazio e nel tempo.

Si tratta di una guerra senza limiti, perché da un lato affonda le sue radici in un’economia che non rispetta vincoli ecologici né etici, che non accetta limitazioni alla sua di avidità né al suo potere economico e dall’altro perché non è legata né ad un luogo né ad un’epoca. Si tratta di una guerra aperta che minaccia di diventare infinita.

Secondo Vandana Shiva questo è il prossimo passo inevitabile della globalizzazione economica e transnazionale dove solo poche multinazionali e poche nazioni mirano a controllare le risorse della terra e a trasformare il pianeta in un supermercato dove tutto si vende – acqua, geni, cellule, organi, conoscenza, culture. Ogni risorsa vitale del pianeta, ogni risorsa vivente che permette alla fragile rete della vita, compresa quella umana, di sopravvivere viene privatizzata, mercificata e appropriata dalle multinazionali attraverso la globalizzazione con il sostegno di governi potenti che in prima istanza hanno usato i trattati del libero commercio e le istituzione come l’OMC come strumenti di coercizione e poi, dopo il dibattito a Seattle, come strumenti a sostegno della guerra.

Secondo l'attivista indiana la militarizzazione è lo scudo della globalizzazione transnazionale sia a livello nazionale che globale. A livello nazionale, la militarizzazione sta diventando il modo dominante di governare, che sia sotto forma della sicurezza nazionale e delle leggi anti-terrorismo o sotto forma di militarizzazione della società dove aumenta la violenza etnica e religiosa ad opera di ideologie fondamentaliste. A livello globale, assistiamo al riemergere dell’imperialismo quale base dei rapporti internazionali.

La militarizzazione della governance è insieme il prodotto ed il supporto della globalizzazione transnazionale. La democrazia è la prima cosa sacrificata dalla globalizzazione delle multinazionali. Con la globalizzazione delle multinazionali, il governo del popolo, con il popolo e per il popolo diventa il governo delle multinazionali, con le multinazionali e per le multinazi. La globalizzazione delle multinazionali è di per se un’economia di guerra e si basa sul principio del togliere con la forza risorse come la biodiversità e l’acqua alle comunità locali attraverso l’imposizione di regole e norme sul commercio internazonale.

 

Conclusioni

Il dibattito sulle possibili alternative a un mondo militarizzato è sempre aperto. Sono in molti a sostenere che non ha senso spiegare a chi ha il potere che il disarmo e la conversione sarebbe meglio per il mondo. Lo sapevano già molto tempo fa, e proprio per questo hanno imboccato la direzione opposta. Perciò qualunque tipo di conversione dovrà necessariamente far parte di una ristrutturazione completa della società, tesa a scalzare il controllo centralizzato. C'è bisogno di un'alternativa, non basta limitarsi a tagliare il budget del Pentagono, perché così si otterrebbe solo il collasso dell'economia che dal Pentagono dipende.

Per Chomsky molti fautori della conversione si limitano a constatare un fatto ovvio, ma non pongono sufficiente attenzione alla creazione delle basi per un'alternativa. Devono verificarsi mutamenti istituzionali su vasta scala, c'è bisogno di una vera democratizzazione della società. Secondo il linguista, all'interno dell'attuale struttura di potere c'è un sacco di spazio per le pressioni, i cambiamenti e le riforme. Tutte le istituzioni dovranno rispondere alle pressioni dell'opinione pubblica, perché hanno tutto l'interesse a tenere la popolazione più o meno passiva e tranquilla, e se la popolazione non è passiva e tranquilla, allora devono reagire.

Ma per affrontare realmente il cuore del problema, alla fine occorrerà andare alla fonte del potere e dissolverlo; altrimenti si riuscirà a porre rimedio a questioni marginali, senza però cambiare nulla di fondamentale. Perciò l'alternativa è porre semplicemente il controllo di queste decisioni nelle mani del popolo.

 

Bibliografia

Noam Chomsky, Capire il potere, Marco Tropea Editore 2002

Noam Chomsky, Lezioni di potere. Scritti e interviste su guerra preventiva e impero, Datanews 2003

John Kenneth Galbraith, La cultura dell'appagamento, Rizzoli 1993

Benedetto Bellesi, Paolo Moiola, La guerra, le guerre. Viaggio in un mondo di conflitti e di menzogne, EMI 2003

David Harvey, La guerra perpetua. Analisi del nuovo imperialismo, Il Saggiatore 2006

Simone Falanca, Banche Armate alla Guerra - L'intrigo politico - finanziario dietro la guerra infinit, Fratelli Frilli Editori 2003

Autori vari, Guerra/Guerre. I mille bandoli di una sola matassa, Andromeda edizioni 2003

C. Bonaiuti e G. Beretta (a cura di), Finanza e armamenti. Istituti di credito e industria militare tra mercato e responsabilità sociale, Edizioni Plus - Pisa University Press, Pisa 2010, pp. 304.

G. Beretta, C. Bonaiuti e F. Vignarca, L'economia armata. La produzione e il commercio di armi: conoscerne i meccanismi per promuovere un’economia di pace, Edizioni Altreconomia, 2011.

 

(Scheda realizzata con il contributo di Elvira Corona)

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