Tibet: 54° anniversario della rivolta, 54° anniversario della repressione

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La tensione è ancora alta nella Regione autonoma del Tibet e in altre aree a popolazione tibetana della Cina, dove non sono mancati gli arresti di monaci e di laici. Il 10 marzo cadeva, infatti, il 54° anniversario della rivolta anticinese del 1959, finita con la fuga in India del Dalai Lama, e il 4° anniversario di quella del 2008, nella quale morirono circa 200 tibetani per mano delle forze di sicurezza cinesi. Anche quest’anno migliaia di tibetani di ogni categoria sociale e di tutte le tre regioni del Tibet (U-Tsang, Kham e Amdo) si sono ritrovati in una Lhasa blindata per protestare e opporsi all’invasione cinese e all’occupazione del Tibet, mentre contemporaneamente oltre 27 associazioni tibetane in rappresentanza delle comunità dei profughi di tutta Europa partecipavano ad un raduno di solidarietà per il Tibet a Bruxelles.

Nonostante entrambe le manifestazioni siano state relativamente pacifiche, l’ininterrotta spirale di repressione cinese e collera tibetana si è tradotta nel devastante numero di persone che nei mesi scorsi si sono dati fuoco per la causa del Tibet. Dal 2009, si sono autoimmolati 107 tibetani, 28 nel solo mese di novembre 2012, poco prima dell’inizio e durante il 18° Congresso del Partito Comunista Cinese. Purtroppo 90 di loro sono morti. “Questo alto prezzo è forse senza precedenti nella recente storia del mondo - ha ricordato Sikyong Dr. Lobsang Sangay - Nonostante il maggior numero delle vittime sia costituito da monaci, tra le fila degli autoimmolati si contano tibetani appartenenti a ogni categoria sociale, nomadi, contadini, insegnanti e studenti, provenienti da tutte le tre regioni tibetane compresa Lhasa, la capitale. Dedichiamo questo giorno a tutti coloro che si sono autoimmolati e a quanti sono morti per il Tibet”.

Per l’Associazione Italia - Tibet e l’Associazione Popoli Minacciati (Apm) se la Cina continua a non prendere in seria considerazione le immolazioni dei Tibetani e reagisce solamente con rinnovata violenza, il Tibet rischia di vivere tempi sempre più difficili. “Invece di mostrare un atteggiamento conciliante, la Cina reagisce alle recenti ondate di immolazioni con la criminalizzazione dei suicidi così come dei loro parenti ed amici. I parenti e gli amici delle persone che hanno scelto questa forma estrema di protesta subiscono gravi intimidazioni dalle forze di sicurezza, vengono costretti a rilasciare false dichiarazioni o condannati direttamente a lunghe pene detentive” ha spiegato l’Apm.

 Il 28 febbraio 2013, per esempio, tre Tibetani sono stati condannati a pene detentive tra dieci e quindici anni dal Tribunale di Luchu, perché avevano raccontato del gesto suicida di Tsering Namphel del 29 novembre 2012. Il processo si è svolto con eccezionali misure di sicurezza. 

Il 1 marzo 2013 Yarphel, 42 anni, è stato condannato a 15 anni di carcere. Yarphel è lo zio del venticinquenne Dorjee Lhundup, che si era dato fuoco il 4 novembre 2012. Lo zio è stato accusato di aver esposto pubblicamente una foto del proprio nipote durante i funerali. Altri cinque Tibetani, che erano stati arrestati nel Tibet orientale a fine febbraio 2013, rischiano lunghe pene detentive. Sono accusati dalle autorità di aver scattato foto di tre casi di suicidio e di averle spedite all’estero. Infine il 31 gennaio 2013 il tibetano Lobsang Kunchok è stato condannato a morte (l’esecuzione della pena è stata sospesa per 2 anni) perché avrebbe istigato otto Tibetani a togliersi la vita.

Nonostante la crescente criminalizzazione di parenti e amici, il numero dei casi di auto immolazioni per motivi politici non tende a diminuire. “Solo nel 2013 sono già 13 i Tibetani che hanno scelto di darsi fuoco per protesta. La perdurante ondata di suicidi è tragica e mostra chiaramente che si deve trovare al più presto una soluzione politica per il conflitto in Tibet” ha concluso l’Apm. Ma anche quando i tibetani rispondono all’occupazione cinese esprimendo in modo del tutto pacifico e nonviolento il loro dissenso rischiano lunghi periodi di detenzione, la tortura, l’umiliazione in pubblico e la scomparsa. “È il divieto di ogni pacifica protesta e le durissime punizioni che spingono i tibetani ad auto immolarsi - ha continuato Lobsang Sangay - Scelgono la morte al posto del silenzio e della sottomissione alle autorità cinesi. I recenti tentativi delle autorità di criminalizzare gli autoimmolati e perseguitare i membri delle loro famiglie e i loro amici istituendo finti processi sembrano destinati a far proseguire la spirale senza fine di immolazione, repressione e nuova immolazione”.

Anche la scrittrice e poetessa tibetana “Tsering Woeser” (Invisibile Tibet), che la settimana scorsa ha ricevuto il prestigioso Premio Internazionale delle Donne di Coraggio ha lanciato un appello agli attivisti che si battono per la libertà del Tibet affinché smettano di compiere gesti di autoimmolazione. La scrittrice, che di fatto vive agli arresti domiciliari, in Cina, a Pechino, si è detta “addolorata dalla recente serie di immolazioni e ha invitato i tibetani più influenti, tra cui monaci e intellettuali, a fare qualcosa per fermarli”. La Woeser ha affermato che i tibetani possono sfidare l’oppressione solo restando vivi, riprendendo le preoccupazioni e l’auspicio anche del Dalai Lama, che nonostante le accuse cinesi di avere incoraggiato i suicidi ha più volte affermato di non aver mai appoggiato tale pratica. “Il Courage Award rappresenta il riconoscimento degli sforzi coraggiosi della Woeser per la giustizia e i diritti umani in Tibet e in Cina”, ha detto Mary Beth Markey, presidente della Campagna Internazionale per il Tibet. “Questo premio non è solo un riconoscimento di realizzazioni personali Woeser, ma anche l’affermazione della preoccupazione del governo degli Stati Uniti per il popolo tibetano nella loro lotta per i diritti, la dignità e il dialogo con la Cina”.

Ad oggi per il Governo della Repubblica Popolare Cinese, la soluzione del problema tibetano non è un problema costituzionale o istituzionale. Con l’articolo 31 della Costituzione, la Cina ha previsto per Hong Kong e Macau una distinta configurazione istituzionale denominata “un paese, due sistemi” che potrebbe essere utilizzata anche per il Tibet. Si tratta di un approccio politico del tutto pragmatico che tiene conto degli interessi sia dei tibetani, sia dei cinesi e che ha abbracciato anche il Kashag, il Parlamento del governo tibetano in esilio a Dharamsala in India. “Dopo ponderate riflessioni il Kashag ha a sua volta adottato l’Approccio della Via di Mezzo che è supportato dai tibetani dentro e fuori il Tibet e che gode del sostegno di importanti governi stranieri, di leader mondiali e di premi Nobel” ha spiegato Lobsang Sangay . “Tuttavia, per il momento quando si tratta di Tibet, la leadership cinese non tiene conto né delle normative già contemplate nella sua costituzione né ha mai mostrato la volontà politica di risolvere pacificamente la questione”.

Anche per questo gli oltre 5.000 tibetani affiancati da centinaia di sostenitori della causa tibetana riunitisi domenica scorsa a Bruxelles hanno voluto non solo ricordare la tragica situazione esistente in Tibet e l’inarrestabile ondata delle autoimmolazioni, ma rivolgendosi direttamente all’Unione Europea e ai suoi stati membri hanno chiesto di mobilitarsi a sostegno della lotta del popolo tibetano. “Una soluzione in tempi brevi del problema tibetano invierà un messaggio positivo e, poiché la lotta dei tibetani è saldamente ancorata ai principi della nonviolenza e della democrazia, servirebbe da modello a quanti si battono per la libertà” ha concluso Lobsang Sangay.

Alessandro Graziadei

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