Suicidi e degrado, l’estate nera delle carceri italiane

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Emergenza carceri, subito una soluzione – Foto: roma.corriere.it

È passato un anno esatto da quando il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva definito la questione delle carceri italiane “una realtà che ci umilia in Europa e che ci allarma per la sofferenza quotidiana di migliaia di esseri umani in condizioni che definire disumane è un eufemismo”. Eppure, nonostante le grandi promesse e le parole della politica, quest’anno la situazione è rimasta pressoché identica, se non peggio. E così, un altra estate rovente è arrivata per le decine di migliaia di detenuti stipati come carne da macello in celle sovraffollate, chiusi dai blindati 20 ore su 24, in condizioni igienico-sanitarie precarie, con i muri che si sgretolano e il caldo e la noia ad amplificare i colpi di testa e i cattivi pensieri.

Basti pensare che, con sette suicidi, a cui si aggiungono un detenuto morto nel carcere di Siracusa dopo 25 giorni di sciopero della fame, un sospetto suicidio nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto e cinque decessi per non meglio precisate “cause naturali”, luglio 2012 è stato il mese “più nero delle carceri italiane degli ultimi 12 anni” (non che agosto sia partito bene, con già altri tre detenuti morti suicidi nella sola prima settimana). Lo rende noto il dossier dell’Osservatorio permanente sulle morti in carcere redatto dall’associazione padovana Ristretti Orizzonti, che dal 2000 tiene il conto di questo bollettino di guerra. E che non manca di sottolineare come, anche dall’altra parte della barricata, le cose non siano migliori: sette i suicidi da parte di agenti della polizia penitenziaria dall’inizio dell’anno a oggi, di cui tre proprio in questo tragico luglio. Indice di quanto il disagio in cui versa l’istituzione incida profondamente non solo su chi è rinchiuso, ma anche su chi in carcere ci lavora.

Il fatto che il sottosegretario Antonino Gullo si affanni a dire che la causa dei suicidi e delle morti in carcere non sia il sovraffollamento, per Ristretti Orizzonti non è una giustificazione. Sono 66.897 le persone detenute nelle 206 strutture italiane, per una capienza regolamentare che a fine 2011 si fermava a 45.700 posti. Ciò significa che i detenuti in più sono circa 21mila, con un tasso di sovraffollamento medio del 145,8%. “Il fatto è che sovraffollamento non è solo la cella dove si sta in 8 invece che in 3 – ha detto più volte Ornella Favero, presidentessa di Ristretti Orizzonti –. La vera realtà è che la gente, anche e soprattutto a causa del sovraffollamento, non fa niente dalla mattina alla sera. E questo è un pericolo sia per la sicurezza fuori, perchè i detenuti escono dal carcere incattiviti, peggiori rispetto a quando sono entrati, sia per i detenuti stessi, che non vedono prospettive di fronte a sé e spesso cedono alla disperazione”.

Il lavoro, ad esempio, che dovrebbe essere il primo strumento di recupero del detenuto, la vera e piena realizzazione dell’articolo 27 della Costituzione, è pressoché scomparso dagli istituti: non solo non è stata più finanziata la legge Smuraglia, che concedeva sgravi fiscali alle aziende che assumevano detenuti, ma anche i pochi fortunati che lavorano, appena il 20% del totale, non se la passano molto bene; la maggior parte di loro si occupa delle varie mansioni all’interno del carcere (chi fa lo “spesino”, chi lo “scopino”, chi il “porta vitto” o il “tabelliere”, chi si occupa saltuariamente di lavori di manutenzione, e così via), e molti ricevono buste paga che rasentano il ridicolo, anche di 30 euro mensili.

Per tutti gli altri, c’è solo la cella. E non sempre possono contare sulle altre attività come la scuola, o le iniziative ludiche e culturali che l’esercito silenzioso delle cooperative e dei volontari (circa 11mila) cercano come possono di portare all’interno delle carceri. Sempre il sovraffollamento, infatti, spesso sottrae spazio a queste attività, con detenuti che vengono messi a dormire su materassi per terra perfino nelle biblioteche, nelle palestre, nei laboratori. Senza contare che d’estate queste attività si fermano o rallentano, lasciando i detenuti a girarsi i pollici 24 ore su 24 e ad affrontare da soli i demoni delle proprie colpe, i propri malesseri e le proprie ossessioni. Privati della possibilità di un percorso di crescita, responsabilizzazione e rinnovamento che, in un sistema idealmente basato sul “recupero” della persona, dovrebbe accompagnarli fino al loro rientro nella società esterna.

Anche per questo è d’importanza essenziale il lavoro di medici e psicologi, che però spesso non ci sono, o sono troppo pochi. Il motivo? Sempre lo stesso, mancano i fondi. “Soprattutto in relazione al sovraffollamento, l’assistenza psicologica in carcere è scarsissima – racconta Antonio, detenuto al carcere di Padova, durante la grande giornata di Studi annuale sul carcere organizzata da Ristretti Orizzonti – se facessimo i conti, ad ogni detenuto spetterebbero dieci minuti all’anno di colloquio con lo psicologo”. E infatti senza una guida, senza un aiuto anche professionale, molti non ce la fanno.

Secondo il dossier “Morire di carcere”, dall’inizio dell’anno nelle carceri italiane sono morti 97 detenuti, di cui 36 suicidi. A questi bisogna aggiungere i tentati suicidi e gli atti di autolesionismo, i quali sono talmente frequenti (soprattutto tra la popolazione carceraria straniera e tra le donne italiane) che spesso è difficile stilare una statistica. Sempre secondo il report, poi, sono i detenuti in attesa di giudizio a presentare un tasso di suicidi più elevato rispetto ai condannati, il ché dimostra l’importanza dell’assistenza psicologica soprattutto nella fase di ingresso, in cui l’impatto col carcere può essere più devastante.

Così, tra queste e molte altre lacune, la mattanza carceraria non accenna a fermarsi, in uno Stato che, secondo associazioni come Antigone e la già citata Ristretti Orizzonti, continua a operare nell’illegalità, al di fuori del dettato costituzionale. “La situazione delle carceri italiane è giunta a un punto critico insostenibile e urgono delle soluzioni”, è tornato a dire anche quest’anno il presidente Napolitano. Tra i due accorati appelli, quello del 2011 e questo del 2012, per ora solo il vuoto e una scia di morti che si allunga mese dopo mese.

Anna Toro

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