Sfruttamento minorile

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“Porre fine al lavoro minorile oggi è possibile. Sappiamo oggi che la volontà politica, le risorse e le scelte politiche giuste ci consentono di porre fine ad una calamità che segna la vita di tante famiglie nelmondo”. (Juan Somavia, Direttore Generale ILO)

 

Introduzione

Secondo i dati ILO, oggi nel modo ci sono circa 218 milioni di bambini che lavorano. Alcuni collaborano normalmente al lavoro della famiglia o sono impiegati in contesti di lavoro informale, spesso ambiti indispensabili per premettere loro di far fronte alle spese scolastiche e ai bisogni primari delle loro famiglie. Molti altri invece lavorano in condizioni inaccettabili, sfruttati e privati della possibilità di ricevere un'educazione e una istruzione oltre che dei diritti umani fondamentali, e sopratutto di vivere un'infanzia serena. Di questi 218 milioni, circa 126 milioni sono esposti a forme di lavoro particolarmente rischiose, che mettono in pericolo il loro benessere fisico, mentale e morale.

Ma il dato peggiore è che circa otto milioni di minori sono sottoposti alle peggiori forme di sfruttamento: schiavitù, lavoro forzato, sfruttamento sessuale, traffico di stupefacenti e non ultimo l’arruolamento come bambini soldato in milizie armate. Negli ultimi 15 anni il mondo ha preso consapevolezza che il lavoro minorile è un gravissimo problema sociale e umano che lede i diritti di chi dovrebbe essere maggiormente tutelato. Secondo i dati dell'ultimo rapporto dell'Organizzazione Internazionale per il Lavoro il fenomeno negli ultimi anni, sembra essere in diminuzione in tutto il mondo, anche se con l'ultima crisi economica mondiale si teme che questa tendenza possa subire delle felssioni. In ogni caso secondo l'organizzazione, se i numeri continueranno a diminuire, le peggiori forme di sfruttamento potrebbero essere eliminate entro i prossimi dieci anni.

 

L'ILO e le Convenzioni sul Lavoro Minorile

L’ILO è stato uno dei principali promotori del movimento mondiale contro il lavoro minorile: il suo Programma per l’eliminazione del lavoro minorile (IPEC), lanciato nel 1992, è presente in oltre 80 paesi. Come per altri aspetti riguardanti il lavoro dignitoso, l’eliminazione del lavoro minorile è un problema sia di diritti umani che di progresso e per questo la politica ed i programmi dell’organizzazione internazionale hanno come obiettivo quello di garantire ai minori l’educazione e la formazione di cui necessitano per crescere.

Gli strumenti principali messi in atto per raggiungere questi obiettivi sono la Convenzione n. 182 sulle peggiori forme di lavoro minorile adottata nel 1999, che è stata ratificata dalla quasi totalità degli Stati membri, e la Convenzione n. 138 sull’età minima, adottata nel 1973, già ratificata dall’80% degli Stati membri.

Per promuovere la conoscenza e l’azione per combattere il lavoro minorile è stata istituita la Giornata mondiale contro il lavoro minorile, che viene celebrata ogni 12 giugno. In particolare l'ultima giornata celebrata nel 2009 ha segnato il decimo anniversario dell’adozione della Convenzione n. 182 e sottolinea ancora una volta il bisogno di adottare misure per combattere le forme peggiori di lavoro minorile. Oltre a celebrare i progressi registrati negli ultimi dieci anni, la Giornata Mondiale ha sottolineato le continue sfide che si presentano, riservando grande attenzione alla situazione delle bambine e delle ragazze. Sono infatti circa 100 milioni le ragazze in tutto il mondo coinvolte nel lavoro minorile. Molte di loro svolgono gli stessi lavori dei ragazzi, ma spesso devono sopportare più difficoltà e affrontare maggiori rischi.

 

Il lavoro minorile in un ottica di genere

Gli standard dell’ILO richiedono che i paesi stabiliscano un’età minima per l’impiego come già sottolineato, generalmente 15 anni, ma nei paesi in via di sviluppo può essere fissata a 14. Richiedono anche che i bambini, inclusi gli adolescenti tra i 15 e i 17 anni, non siano coinvolti in attività definite come forme peggiori di lavoro minorile.

Nonostante queste regole, sono molti i paesi in cui le ragazze cominciano a lavorare prima dell’età minima stabilita e spesso sono coinvolte proprio in una di quelle forme peggiori. Molte sono impiegate nel lavoro domestico, nell’agricoltura e nel settore manifatturiero e spesso lavorano in condizioni pericolose anche perché molto spesso queste attività sono nascoste e condotte in condizioni particolarmente rischiose. Le forme peggiori di lavoro minorile che coinvolgono molte di loro comprendono la schiavitù, il lavoro forzato, la prostituzione e la pornografia.

Appare superfluo dire che la gran parte del lavoro minorile è causato dalla povertà, che si associa spesso a diseguaglianze socio-economiche basate sulla lingua, la razza, la disabilità o le differenze tra le zone urbane e quelle rurali. Le ragazze sono soggette anche alla discriminazione di genere che le costringe a dedicarsi a particolari lavori. Molte ragazze svolgono lavori non pagati a casa, come assistere i bambini, cucinare, pulire, andare a prendere l’acqua e il carburante. Le ragazze spesso devono anche conciliare lunghe ore di lavoro domestico con alcune forme di attività economiche al di fuori dell’ambito familiare, oppresse in questo modo da un doppio onere. Questo riduce le opportunità di frequentare la scuola e può presentare anche un pericolo fisico.

Nonostante il secondo Obiettivo di Sviluppo del Millennio richieda che tutti i bambini siano in grado di completare entro il 2015 il ciclo di istruzione primaria , dati alla mano sembra ancora un obiettivo lontano, cosi come il terzo obiettivo, finalizzato all’eliminazione delle diseguaglianze di genere sia nella scuola primaria che in quella secondaria. Il tasso di iscrizione alla scuola secondaria nei paesi in via di sviluppo è pari al 61% per i ragazzi e al 57% per le ragazze. Nei paesi dei Sud del Mondo i dati sono 32% per i ragazzi e 26% per le ragazze. Se una famiglia si trova a dover scegliere se mandare a scuola un bambino o una bambina, spesso le bambine sono le ultime ad essere iscritte a scuola e le prime ad essere ritirate.

L’accesso delle bambine all’istruzione può essere limitato anche da altri fattori, per esempio la sicurezza del percorso fino a scuola o la mancanza di acqua o servizi igienici adeguati. Senza l’accesso all’istruzione di qualità, le bambine sono coinvolte nella forza lavoro sin dalla tenera età, ben al di sotto dell’età minima prevista. È pertanto fondamentale promuovere l’istruzione secondaria e la formazione delle ragazze e fare in modo che bambini e bambine provenienti da famiglie povere e dalle zone rurali possano usufruire di questa possibilità.

L’istruzione è uno dei metodi più efficaci per combattere la povertà. I dati dimostrano che le ragazze istruite sono più predisposte a percepire un buono stipendio da adulte, a sposarsi più tardi, ad avere meno figli ma più sani e ad avere la possibilità di esercitare un potere decisionale all’interno della famiglia. Sono inoltre indotte ad assicurare che i propri figli ricevano un’istruzione adeguata, aiutando in questo modo ad evitare il proliferare del lavoro minorile in futuro.

 

I numeri dell'ultimo rapporto ILO

A livello mondiale, secondo l'ultimo Rapporto dell'ILO, il numero dei minori lavoratori nella fascia di età 5-17 anni è sceso da 246 milioni nel 2000 a 218 milioni nel 2004, una riduzione dell’11%. La percentuale dei minori lavoratori in tale fascia di età è scesa dal 16% nel 2000 al 14% nel 2004. La percentuale dei minori di età compresa tra i 5 e i 14 anni coinvolti nel lavoro pericoloso è scesa del 26%, da 171 milioni nel 2000 a 126 milioni nel 2004. Per la fascia di età 5-14 anni, la diminuzione nei lavori pericolosi raggiunge anche il 33%. Circa 5 milioni di minori hanno beneficiato direttamente o indirettamente del lavoro dell’IPEC.

Secondo le stime ILO l'Asia è il continente dove il lavoro minorile non solo è numericamente maggiore, ma rappresenta un vero modello produttivo. Sono più di 122 milioni i minori di età compresa fra i 5 ed i 14 anni economicamente attivi. I bambini si dedicano a ogni tipo di lavoro nero nelle piantagioni, nelle concerie, nelle cave, nelle miniere, nelle fabbriche tessili e di giocattoli I fattori che determinano la presenza di lavoro minorile in Asia sono l'instabilità politica, associata ai conflitti tra i diversi stati quali Afghanistan, Nepal, Indonesia e Sri Lanka, e le calamità naturali come lo “tsunami” che ha colpito la Thailandia, l'Indonesia, lo Sri Lanka e l'India.

L'Africa Sub-Sahariana è la regione con la più alta incidenza di minori economicamente attivi. Le stime mostrano che il 26,4% dei minori (circa 50 milioni di bambini lavoratori) di età compresa tra i 5 ed 14 anni svolge un lavoro. Sono circa 50.000 i minori inseriti nel mercato della prostituzione e della pornografia, mentre si stimano intorno a 120.000 i minori al di sotto dei 18 anni d'età destinati a diventare bambini soldato o ausiliari dell'esercito. Le cause principali del fenomeno, sono da ricercare nell'alta crescita demografica, la crescente povertà, i conflitti armati e l'alta incidenza dell'Hiv. Se il bambino riesce a sopravvivere oltre la prima infanzia, ha poche possibilità di ricevere un'istruzione sufficiente e sarà impiegato più facilmente in forme di lavoro minorile.

La maggior parte dei bambini sub-sahariani lavora prevalentemente nell'agricoltura familiare, nell'approvvigionamento di beni essenziali e nel piccolo commercio mentre nell'Africa Occidentale per tradizione culturale i bambini delle famiglie povere vengono inviati dai parenti facoltosi delle città per aiutare nei servizi domestici. Inoltre, circa un milione di bambini vengono impiegati nel settore dell'agricoltura e delle miniere. La regione che presenta un maggior numero di bambini lavoratori nel settore agricolo è il Sud Africa con 4,82 milioni di bambini tra 5 e 17 anni. Il Kenya con 1,9 milioni ha la percentuale più alta di bambini che lavorano nel settore industriale. Infine, il Malawi è il paese con la più alta percentuale di bambini tra i 5 e 14 anni (0,73 milioni) inseriti nel settore della ristorazione.

I paesi dell'America Latina ed i Caraibi sono quelli dove i dati riguardanti il lavoro minorile risultano in rapida riduzione. Il numero dei minori lavoratori nella regione è sceso di 2/3 durante gli ultimi anni, con appena il 5% di minori di età compresa tra i 5-14 anni ancora coinvolti nel lavoro minorile. Nonostante la forte riduzione quantitativa del fenomeno, una piccola percentuale persiste ancora e comprende anche i lavori pericolosi. In Brasile si rileva la più alta percentuale di bambini impiegati nel settore agricolo con 2,2 milioni, tra i 5 ed i 17 anni, seguito dal settore dei servizi; in Nicaragua, Honduras e Colombia il tempo dedicato ai lavori domestici incide significativamente sull'orario giornaliero dei minori (tra i 5 e 14 anni), in particolare per le bambine; in Ecuador sono circa 8.000 i bambini minori di 18 anni che lavorano nelle varie attività agricole; in Perù 972.000 bambini e bambine tra i 6 ed i 13 anni lavorano nel settore agricolo e dell'allevamento, mentre in Paraguay più di 90.000 bambini tra i 5 ed i 17 anni conducono attività agricole, di allevamento e pesca.

Nell'Europa dell'Est e nelle regioni del Mediterraneo, 5 milioni di bambini sono vittime di sfruttamento nei luoghi di lavoro e nel Sud dell'Europa un numero considerevole di minori è impiegato in attività stagionali, lavori di strada, piccole attività commerciali e lavoro domestico.

Il lavoro precoce in Europa Centrale, diversamente dai paesi in via di sviluppo, si configura spesso come una scelta soggettiva del minore ed è strettamente correlato alla dispersione scolastica. In Europa negli ultimi anni si è registrata una ripresa del fenomeno: in Gran Bretagna e Portogallo il 5% dei minori svolge un attività lavorativa; in Italia quantificare i bambini che lavorano è molto difficile, si stimano compresi tra 300.000 e il mezzo milione. Le cause sono riconducibili al permanere di un economia sommersa, alla vulnerabilità di molte famiglie di fronte al processo di transizione verso l'economia di mercato e ai flussi migratori provenienti dai paesi in via di sviluppo, che comportano anche mano d'opera minorile.

 

IPEC

Il Programma internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile dell’ILO - IPEC - è stato creato nel 1992. Da dicembre 2005, è operativo in 86 paesi, con una spesa annuale per i progetti di cooperazione tecnica che supera i 70 milioni di dollari. L’IPEC è il principale programma internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile come pure il più importante programma di questo tipo all’interno dell’ILO. Il lavoro congiunto di diverse agenzie internazionali e governative, organizzazioni sindacali ed imprenditoriali, compagnie private, organizzazioni a livello delle comunità, Ong, media, parlamentari, magistratura, università, gruppi religiosi, ed ovviamente minori e loro famiglie permette di raggiungere i minori nell’economia informale e nelle attività economiche piccole o medie.

Il rapporto, intitolato "The end of child labour: Within reach" (Porre fine al lavoro minorile oggi è possibile - in.pdf), sostiene che siamo di fronte ad una considerevole riduzione del lavoro minorile in diverse parti del mondo – specie nelle sue forme peggiori. Inoltre, il rapporto sottolinea che se l’attuale tendenza continuerà, il lavoro minorile nelle sue forme peggiori potrebbe essere eliminato entro i prossimi dieci anni.

La crisi finanziaria però potrebbe portare ad un nuovo aumento dello sfruttamento minorile, dopo anni di positiva inversione di tendenza come si sottolinea nel rapporto (in.pdf) presentato in occasione dell'ultima giornata mondiale dal titolo "Give Girls a Chance: Tackling child labour" (Dare un futuro alle bambine: Combattere il lavoro minorile) dedicando particolare attenzione alle bambine perchè in questa particolare congiuntura di recessione internazionale sono loro ad essere maggiormente a rischio di sfruttamento.

 

La Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia

L'articolo 12 della Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia afferma che i bambini ed i ragazzi hanno il diritto di essere gli attori della propria vita e di partecipare alle decisioni che li riguardano. A proposito di lavoro minorile, UNICEF ricorda che molti passi avanti significativi sono stati compiuti proprio grazie all'ascolto e alla partecipazione dei bambini e dei ragazzi lavoratori come sanciscono alcuni principi chiave della Convenzione in materia di "partecipazione dei ragazzi alle decisioni che li riguardano".

Negli anni gli organismi internazionali che si occupano del problema hanno evoluto il loro approccio, grazie anche all'approfondimento fornito da studi e ricerche realizzati nei diversi paesi del mondo, ma grazie anche all'ascolto dei minori coinvolti nelle diverse forme di impiego in attività economiche. La stessa Raccomandazione 190 prevede che i programmi di azione previsti dalla Convenzione n.182 dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro - ILO/OIL sulle peggiori forme di sfruttamento del lavoro minorile siano formulati "(...) prendendo in considerazione le opinioni dei minori direttamente colpiti dalle forme peggiori di lavoro minorile (...)".

 

Child labour e child work

Nei confronti del lavoro minorile si possono distinguere due posizioni differenti, una più radicale che ritiene che nessuna forma di lavoro minorile possa essere accettata, e una più pragmatica che invece fa delle distinzioni sopratutto tenendo conto di contesti come quelli dei Sud del Mondo, dove spesso il lavoro minorile contribuisce in misura considerevole al reddito familiare.

In quest'ottica, non tutte le forme di lavoro minorile sono considerare sfruttamento, per questo la distinzione fondamentale proposta dall'UNICEF è quella tra child labour e child work. La traduzione in italiano di questi termini ha spesso portato a dei fraintendimenti: il child labour viene tradotto come sfruttamento del lavoro dei minori, in questo caso si fa riferimento al lavoro che non consente di accedere all'istruzione, al lavoro pesante, che ostacola lo sviluppo fisico psichico e sociale e morale dei minori coinvolti. Il child work invece viene considerato lavoro minorile leggero, quello che non ostacola l'istruzione, che consente al minore di partecipare all'economia familiare e non ha effetti negativi sullo sviluppo.

Vari studi e ricerche hanno consentito di approfondire l'argomento e anche di superare alcuni stereotipi che non aiutano a comprendere il fenomeno, come ricordato anche in "We the children", il rapporto (in.pdf) presentato dal Segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan in occasione della Sessione speciale dell'Assemblea generale dedicata all'infanzia a New York nel maggio 2002. Proprio sulla base delle situazioni e dei diversi tipi di lavori nei quali i minori sono coinvolti, la Banca Mondiale, l'Organizzazione Internazionale sul Lavoro e l'UNICEF stanno realizzando un progetto congiunto internazionale dal titolo "Comprendere il lavoro minorile". Questo approccio - secondo di suoi sostenitori - permetterebbe anche di garantire delle forme di tutela e una maggiore regolamentazione del fenomeno.

 

Il movimento NATs

Un esempio di questa visione è l'auto-organizzazione di piccoli lavoratori che difendono il diritto di lavorare ma allo stesso tempo chiedono condizioni degne, sono i Niños y Adolescentes Trabajadores – NATs (Bambini e adolescenti lavoratori). I movimenti NATs sono organizzazioni autogestite dai bambini e dagli adolescenti che le compongono, e sono basate sull’organizzazione e la rappresentazione democratica. Si tratta di organizzazioni a più livelli, nelle quali i bambini, supportati ed accompagnati da educatori adulti che svolgono una funzione di facilitatori, operano direttamente sul territorio in difesa dei loro diritti.

L’esperienza è nata in Perù nel 1976 e successivamente si è estesa a quasi tutti i paesi dell’America Latina, in diversi paesi dell’Africa ed in India ed altri paesi asiatici. I movimenti dei NATs hanno come obiettivo principale la difesa del lavoro minorile dallo sfruttamento, pur essendo contrarie ad un’abolizione del lavoro infantile assoluta ed indifferenziata. L’approccio dei NATs fa riferimento alla cosiddetta valorizzazione critica; secondo tale approccio il lavoro, quando svolto in condizioni di diritto e dignità, con modalità che non ledano lo sviluppo fisico e psicologico e l’integrazione sociale del minore, può essere un mezzo di sviluppo e crescita del soggetto, anche se si tratta di un bambino.

Secondo questa visione l’esperienza del lavoro, per la maggioranza dei bambini e delle bambine dei settori popolari, costituisce un ambito significativo di costruzione di un’identità sociale: il lavoro non è solo guadagno, ma può anche essere esperienza educativa, grazie alla quale rendersi attivi e partecipare, come esseri umani, alla vita della società. Uno degli obiettivi fondamentali dei NATs è diffondere la conoscenza e la promozione dei diritti civili e sociali dei minori, affinché siano in grado di rivendicarli e difenderli, grazie alla pratica collettiva, con esperienze cooperative e di solidarietà.

I movimenti NATs per esempio non riconoscono la Giornata mondiale contro il lavoro minorile istituita dall'ONU perchè secondo loro questa data che non rispetta l'autonomia e la cultura originaria dei paesi latinoamericani del mondo rurale, andino e amazzonico e rifiutano la celebrazione di questa giornata secondo loro “creata da funzionari e tecnici che credono di sapere cosa sia meglio per noi bambini lavoratori".

Durante l'Incontro Mondiale dei Movimenti dei Bambini e Adolescenti Lavoratori di Asia, Africa e America Latina, che ha avuto luogo nell'ottobre del 2006 a Siena, i delegati presenti hanno votato la decisione di festeggiare nella giornata del 9 dicembre di ogni anno, la "Giornata mondiale dei bambini e adolescenti lavoratori". Questa data è particolarmente cara al Movimento perchè il 9 dicembre del 1996, a Kundapur in India, è iniziato il lungo processo che ha portato, le diverse organizzazioni di bambini e adolescenti lavoratori presenti in tutti i continenti, a fondare il Movimento Mondiale del quale fa parta anche l'associazione italiana Italianats.

 

DATI

Dati e statistiche ILO sul lavoro minorile

 

Bibliografia

NATs, Nuovi spazi di Crescita, EMI

NAT's, Bambini al lavoro: scandalo e riscatto. Proposte ed esperienze dei movimenti di bambini e adolescenti lavoratori Terre di Mezzo, Milano 2002

Unicef: curato da Alberto Atzori con contributi di Michele Mazzone, I bambini che lavorano. Collana Temi n. 1. Roma, 2000.

Minori e lavoro in Italia: questioni aperte, Quaderni del Centro Nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza, Firenze, Istituto degli Innocenti, 2003.

Luciano Bertozzi, I bambini soldato: lo sfruttamento globale dell’infanzia, il ruolo della società civile e delle istituzioni internazionali, EMI Bologna, 2003.

M. Cavallo, Lavoratori eccellenti: piccoli schiavi di una economia perversa, Franco Angeli, Milano, 2000.

Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Sulla pelle dei bambini, il loro sfruttamento e le nostre complicità, Edizioni E.M.I., Bologna, 1994.

L. Leone, Infanzia negata -Piccoli schiavi nel pianeta globale - Prospettive Edizioni, 2003

D. Musso, Bananeros: viaggio nelle piantagioni di banane tra sfruttamento e libertà, Terre di Mezzo, 2004.

 

(Scheda realizzata con il contributo di Elvira Corona)

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