Bahrein, tra riforme di facciata e diritti umani violati

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In favore dei diritti umani – Foto: hrw.org

“Sono molto lieta che il governo del Bahrein abbia manifestato la volontà di tollerare la nostra conferenza stampa, come riflesso della trasparenza, dell’apertura e dell’interesse nel dialogo che il governo sta manifestando”.

Ad essere stata ‘tollerata’ è Sarah Leah Whitson, direttrice della divisione per il Medio Oriente e il Nord Africa di Human Rights Watch, in missione per cinque giorni alla fine di febbraio per monitorare la situazione dei diritti umani nel paese, dopo due anni di assenza.

Durante la conferenza stampa del 28 febbraio scorso a Manama, ha risposto ad un’ora di domande e non ha mancato di puntare il dito contro le responsabilità del governo bahreinita nella repressione, malgrado lo sbandierato sforzo per il dialogo nazionale.

Il comunicato che ne è poi seguito è stato ancora più chiaro: nessun passo avanti.

Il Bahrein è fermo nello stesso identico punto di due anni fa: oppositori del regime in carcere, eccessivo uso della forza da parte della polizia, ancora morti durante le manifestazioni.

“Tutti i discorsi sul dialogo nazionale e le riforme non significano nulla se i principali attivisti politici e difensori dei diritti umani del paese restano dietro le sbarre ingiustamente mentre gli ufficiali responsabili di torture e omicidi mantengono il loro posto”.

Una posizione che non è piaciuta per nulla al ministero degli Interni, che nel giro di due giorni ha diffuso a mezzo stampa una nota che smentisce, parola per parola, le dichiarazioni rilasciate dall’organizzazione internazionale e pone l’accento una volta di più sulla volontà della corona, impegnata in indagini e provvedimenti all’insegna del rispetto dei diritti umani e della democrazia.

“Si evince dal loro comportamento [durante la visita] che alcuni giudizi erano già stati formulati prima dell’arrivo in Bahrein. Questo ha finito per trasformare la missione da neutrale e basata sui fatti, in un’azione politica”.

“Non è la prima volta che HRW manca nell’adempiere ai suoi professati alti standard di obiettività: in passato, una loro rappresentanza ha ammesso davanti al ministro di aver compilato il report sul Bahrein prima dell’arrivo nel paese e di essere lì per mera formalità”, si legge nel comunicato governativo.

“Il ministero può anche mettere adesivi all’interno delle auto della polizia per spiegare il corretto uso dei gas lacrimogeni, ma solo indagini e misure disciplinari possono far fronte a quello che sembra essere diventato più un abuso da parte degli ufficiali”, sostiene la Whitson nel suo comunicato, mentre il ministero risponde sottolineando l’incapacità di HRW di “cogliere la differenza tra una mancanza del sistema e l’azione di singoli individui su specifici ordini dei superiori”, liberando di ogni responsabilità il regime e chi lo governa.

Uno scambio di carinerie, dopo un’attesa durata un anno per ottenere i visti e l’autorizzazione ad operare nel paese e un altro anno di silenzio da parte delle autorità bahreinite che semplicemente ignoravano le richieste di ingresso dell’organizzazione.

In una cosa concordano entrambi, il ministero degli Interni e HRW, e cioè sulla quantità di report, indagini e raccomandazioni sul rispetto dei diritti umani che negli ultimi due anni sono andati accumulandosi sulle loro scrivanie. Ma senza interessanti sviluppi nella realtà.

Alla vigilia dell’arrivo dei delegati di HRW, Mahmood al-Jazeeri moriva per le ferite riportate a seguito dell’esplosione di un candelotto fumogeno in pieno volto.

A rivendicare la consegna del corpo alla famiglia ad una settimana dall’evento, il 27 febbraio davanti ad uno dei palazzi reali c’era solo Zainab al-Khawaja, figlia dell’attivista per i diritti umani condannato all’ergastolo Abdulhadi.

Fermata ed arrestata, è tuttora in carcere per scontare una condanna a 3 mesi di reclusione per insulto a pubblico ufficiale per un episodio di un anno fa.

Ancora in carcere per aver “diffuso false notizie con l’intenzione di fomentare l’odio verso lo Stato” anche il vice-direttore del Bahrein Center for Human Rights Sayed Yusuf al-Muhafadha.

Unica sua colpa, quella di aver postato sul suo account Twitter una foto che ritraeva un uomo ferito a seguito degli scontri con la polizia.

“Se gli ufficiali bahreiniti pensano che un attivista inciti alla violenza twittando una fotografia di un manifestante ferito, è chiaro che tutti i corsi sui diritti umani a cui hanno preso parte sono stati solo tempo sprecato”, ha commentato la Whitson.

Marta Ghezzi

Fonte: osservatorioiraq.it

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