Religione

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“Non potrei vivere un solo secondo senza la religione. Molti dei miei amici politici disperano di me perché dicono che anche la mia politica discende dalla religione. E hanno ragione. Non solo la mia politica, ma anche tutte le altre mie attività derivano dalla mia religione. Mi spingo oltre e aggiungo che ogni attività dell’uomo religioso deve derivare dalla sua religione, perché essere religiosi significa essere legati a Dio, che è come dire che Dio governa ogni nostro respiro”. (Mohandas Karamchand Gandhi)

 

Introduzione

“La Religione è un complesso di strutture culturali, socialmente e storicamente determinate secondo varianti che si costituiscono nelle differenti aree storiche e umane, e integrate nell’insieme di tutte le strutture anche non religiose. Tale complesso, attraverso meccanismi propri (riti, comportamenti, azioni) e rappresentazioni specifiche (miti), è destinato a risolvere alcuni tipici conflitti che emergono nel rapporto dell’uomo con la realtà ambientale o nella presa di coscienza esistenziale della condizione umana, offrendo soluzioni che realizzano una destorificazione occasionale e temporanea dell’uomo ai fini di una sua reintegrazione nella realtà storica.”

Questa definizione, tratta dall’Enciclopedia delle Religioni Vallecchi, solo apparentemente complicata, ma alquanto complessa, è il frutto di un secolo e mezzo di studi antropologici, filosofici, sociologici che hanno visto contrapporsi differenti scuole e correnti di pensiero nella ricerca di una classificazione (non solo definizione) e di una comprensione del fenomeno religioso. Storicisti, funzionalisti, comparativisti si sono dati battaglia a colpi di saggi e ricerche per cercare di “com-prendere” un fenomeno che accomuna tutti i popoli e tutte le epoche storiche, anche se non la totalità dell’Umanità pratica una religione o si dichiara “religiosa”. Dunque, trattasi di un fatto culturale e determinato storicamente, il che significa che tutti i popoli sviluppano un proprio sistema di credenze, diverso da quello degli altri in quanto determinato da fattori propri.

Eppure alcune religioni si sono definite “universali”: il loro messaggio non è per un solo popolo ma, potenzialmente, per tutti. Alcune religioni si definiscono “rivelate” in quanto vi è stato nell’arco della storia un intervento divino (diretto o tramite messaggeri o profeti) che ha fatto nascere la religione. Alcune sono “monoteistiche” altre “politeistiche” (o “dualistiche”) a seconda che si creda in un solo Dio o in più divinità. Si possono classificare anche in base al tipo di spiritualità, ovvero in base al modo in cui gli Uomini entrano in relazione con la divinità. Alcune religioni si basano sulla “divinizzazione” del reale, ad esempio le animistiche, mentre altre considerano un Dio trascendente e lontano dalla realtà, come alcune religioni teistiche. In tutti i casi è possibile riconoscere alcuni elementi comuni a tutte le religioni siano esse primitive che moderne, sia etniche che universali.

 

Mito e Rito e l’angoscia del postmortem

Innanzitutto, ogni religione ha un suo Mito (o serie di miti o struttura mitologica complessa) cui riferirsi. Il Mito differisce dalla “fiaba” dalla “favola” e dalla “saga” in quanto assolve ad una funzione religiosa, laddove le altre espressioni sono semplicemente espressioni artistiche con (favola) o senza (fiaba) intento morale ed educativo o semplici narrazioni fantastiche di eventi storici (saga); queste ultime possono avere pertanto funzioni storiche o sociali ma non religiose. Per Mito, invece, intendiamo quell’insieme di racconti, spiegazioni, narrazioni che sono strettamente legati alla pratica religiosa.

La funzione del Mito, dunque, consiste nel legittimare e dare fondamento a tre ulteriori elementi della religione che rimarrebbero altrimenti inspiegabili: i dogmi (il sistema di credenze), il rito (il sistema di pratiche di culto) e l’etica (il sistema di valori di riferimento e di norme comportamentali). Il rapporto tra Mito e Rito, ad esempio, consiste proprio nella legittimazione dell’uno da parte dell’altro. Il Rito esiste per ricordare e ri-storicizzare il Mito, viceversa il Mito serve a legittimare la funzione sociale del Rito. Infatti, tutte le religioni, dalle più semplici alle più complesse, sono caratterizzate da un certo livello di ritualità, ovvero un insieme di comportamenti codificati e ripetuti nel tempo che servono per entrare in contatto con la divinità o a rinsaldare i vincoli sociali degli appartenenti alla medesima fede. Questa ritualità può essere vissuta in maniera più o meno consapevole, a seconda che il “simbolo” sia più o meno decodificabile e il “significato” più o meno comprensibile per i fedeli. Può essere vissuta in maniera individuale o sociale, a seconda che il rito si debba svolgere nell’intimità o insieme alla comunità, o addirittura, come evento di massa.

Oltre a questi elementi fondamentali, l’altro elemento caratterizzante una religione è l’Etica, ovvero quel sistema di norme e valori che indirizzano l’agire umano e regolano le relazioni sociali. Le prescrizioni di una religione possono essere legate talvolta ai doveri dell’Uomo nei confronti dei suoi simili, riguardo all’ambiente circostante o anche verso sé stesso, sia nel rispetto e nella cura del proprio corpo che della propria anima. Tutte le religioni, venendo incontro all’esigenza di risposte esistenziali, indicano diverse alternative alla morte, spesso codificate nell’idea di paradisi, ovvero luoghi idilliaci dove la felicità sarà assicurata in eterno, o al contrario, luoghi di penitenza ed espiazione. In alcune religioni questa espiazione prende le sembianze di nuove “vite” umane od animali attraverso la reincarnazione ripetuta in diversi stadi evolutivi. In ogni caso tutte le religioni cercano di alleviare l’angoscia del dopo-morte.

Non solo; ma attraverso la promessa/minaccia di ricompensa/punizione eterna esse assolvono alla funzione di regolatrici della convivenza sociale e del comportamento umano. Sia nelle religioni primitive che in quelle complesse ed evolute l’insieme di dettami e regole comportamentali, che concorrono con Mito e Rito a formare la Religione, sono tese ad organizzare la comunità cui si rivolgono non solo per rispondere ai quesiti esistenziali, dunque combattere e superare l’angoscia scaturita dalla consapevolezza della condizione umana (in primis esorcizzare la paura della morte, ma anche la paura delle malattie e in genere della dipendenza da cibo, acqua e altri beni fondamentali) ma anche per garantire uno sviluppo armonico dentro la comunità e tra la comunità e l’ambiente circostante, quindi anche con le altre culture, razze e religioni.

Dunque, in questo sforzo di considerare, tra le altre cose, che tipo di relazioni si devono impostare con gli altri popoli e le altre religioni si sviluppa una letteratura esegetica (ovvero tesa ad interpretare e spiegare le norme contenute nei testi sacri e nelle tradizioni) che spesso viene strumentalizzata da più parti. È legittimo dunque pensare che tutte le religioni affermano il diritto dei popoli a vivere in pace e in fratellanza con le altre religioni? È legittimo ritenere che le religioni giustificano il sistema della guerra come mezzo di difesa o addirittura di sopraffazione degli altri popoli e delle altre religioni? È legittimo, infine, giustificare o addirittura basare, le proprie scelte nell’agire politico e sociale attraverso qualsivoglia religione? Cercheremo di dare una risposta (o più risposte) a queste fondamentali domande passando attraverso una breve illustrazione dei principali sistemi fideistici diffusi nel mondo.

Le Grandi Religioni – Quadro sinottico (tabella in .pdf)

GENERALE MITO RITO ETICA
Secolo Religione Luogo Dio/Dei Rivelazione Libro Aldilà Preghiere Feste
XIV a. C. Ebraismo Vicino Oriente

YHVE

Tetragramma

Elohìm

(Dio)

Havayàh

(Eterno)

Adonài

(Padrone)

Dio rivela la Torah a Mosè

Torah

(Pentateuco)

Neviim

(Libri storici)

(Libri profetici)

Ketuvim

(Libri sapienziali)

Talmud

(Mishnah e Ghemarah)

Paradiso

Inferno

3 preghiere /giorno

Shemà

(Ascolta)

Tefillà

(18 benedizioni)

 

Pesach

(Pasqua)

Shavu’òt

(Pentecoste)

Sukkoth

(Capanne)

Rosh HaShanan

(Capodanno)

Yom Kippur

(Espiazione)

613 mitzvòt

(Precetti)

VI a. C. Induismo[1] India

Brahma

Dio creatore

Vishnu

Dio che conserva

Shiva

Dio che dissolve

-

Veda

Rig Veda

Sama Veda

Yajur Veda

Atharva Veda

Smrti

Sukhavati

Paradiso di felicità

Mantra

Pongal, Mahashivaratri, Holi, Rama Navami, Gurupurnima, Janmastami, Ratayatra, Ganesha Caturti,

Navaratri, Dipanali, Sraddha, Kumba Mela

Raggiungimento del Dharma

(Legge morale, ordine sociale e cosmico)

V a. C. Buddhismo India - -

Canone Pali

(Tripitaka, Tre canestri)

Vinaya

Sutra

Abhidarma

Canone Sanscrito

Nirvana Mantra

Capodanno

Giorno del Buddha

Quaresima

 

Liberazione da:

Odio

Cupidigia

Illusione

0 Cristianesimo Vicino Oriente Dio

Gesù Cristo

 

Bibbia

Antico Testamento

Nuovo Testamento

Paradiso

Purgatorio

Inferno

5 preghiere/giorno

Ufficio delle Letture

Lodi

Ora Media

Vespri

Compieta

Natale

Quaresima

Pasqua

Pentecoste

Dieci Comandamenti Beatitudini

 

VI d. C.

Scintoismo

da Shin - to

“La via degli dei”

Giappone Kami -

SAM-BU-HAN-SHO

KU-JI-KI

KO-JI-KI

NIHON-GI

Regno dei morti Culto dei morti

Matsuri

(Feste di ringraziamento)

Precetti dell’Imperatore

Riti Divini

VII d. C.

Islam

da Sa-la-ma

“sottomissione”

Vicino Oriente Allah

Dio rivela il Corano a Muhammad

tramite l’Arcangelo Gabriele

Corano

Sunna

 

Paradiso

Inferno

5 preghiere/giorno

 

Shahada

(Credo)

Basmalah

 

Ashura

Inizio Ramadan

Aid al Fitr

Hajj

Aid al Adha

Arkàn al-Islam

Shahada

Salàt

Zakat

Ramadan

Hajj

[1] Con il termine "induismo" si indica convenzionalmente l'intera esperienza religiosa degli indiani nel suo svolgimento storico, fin dalle origini, fissate approssimativamente intorno al 1500 a.C.; l'accezione scientifica del termine, tuttavia, denota come "induismo" soltanto la religione che, praticata dal VI secolo a.C., costituisce l'evoluzione di due fasi anteriori dette rispettivamente "vedismo", dal nome dei libri sacri, i Veda, e "brahmanesimo", dal nome degli appartenenti alla casta sacerdotale, i brahmani.

Come si può notare dal quadro sinottico, alcune similitudini ed influenze reciproche saltano agli occhi tra le grandi religioni monoteistiche. Ad esempio, le cinque preghiere dell’Islam sembrano di chiara derivazione cristiana, all’uopo gioverà ricordare che l’Islamismo si è diffuso nel VII secolo dopo Cristo in un territorio, quello della penisola arabica, puntellato di esperienze monastiche cristiane con cui le carovane dei popoli semiti (il profeta Maometto era un commerciante carovaniere) entravano spesso in contatto. Così come sembra evidente l’intento socio-sanitario di alcune norme e tabù: dal divieto di mangiare carne di maiale (a causa delle possibili malattie in territori molto caldi) al divieto di bere alcoolici (il Profeta Maometto lo vietò dopo continui disordini tra i suoi seguaci ubriachi), al divieto di rompere il vincolo del matrimonio (per proteggere socialmente le donne sposate) e così via. Così come sembrano evidenti alcune derivazioni da riti e convenzioni pagane, entrate ed assimilate dalle religioni rivelate, come ad esempio il calendario religioso cristiano che segue il ritmo delle stagioni delle primitive religioni dei coltivatori (semina, raccolta, festa, riposo).

 

Religioni e conflitti

Così come ogni tradizione religiosa ha costruito il proprio “credo” in funzione delle risposte esistenziali o dell’organizzazione sociale, esse hanno anche sviluppato sistemi ideologici di relazioni con le altre religioni. Una cosa che, in questi sistemi, accomuna molte religioni ma certamente non tutte, è l’idea di Guerra Santa. Ad esempio, le tre grandi religioni monoteiste del Mediterraneo, ovvero l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islamismo, contemplano questa nozione di “Guerra Santa” e la giustificano con il dettame, direttamente ricevuto da Dio, di convertire gli infedeli. Ma questo dettame, e la conseguente giustificazione morale della guerra, non è sempre di facile ed univoca interpretazione. Spesso ci sono, all’interno dei Libri Sacri di queste fedi, passaggi contraddittori che possono essere usati di volta in volta per giustificare questo o quell’atteggiamento e sono sicuramente serviti, storicamente, per giustificare questo o quel conflitto, questa o quella impresa militare.

È da notare che in tutte le grandi religioni prese in esame nel quadro sinottico è presente un “sistema etico” ben articolato ed esplicito che prescrive comportamenti individuali e sociali di un certo tipo, tra cui non è contemplata la guerra. Persino nel tanto vituperato (in Occidente) Islam, la “gihād” non fa parte dei cinque “pilastri dell’Islam” (“Arkān al-Islām”) ma diventa un precetto codificato solo dopo la morte del Profeta, ovvero nel pieno della guerra di espansione, prima, e di successione tra sunniti e sciiti, poi. Per gli sciiti, infatti, esso costituisce il “sesto pilastro” mentre per i sunniti esso è solo un “dovere collettivo”. Anche il grande islamista italiano Alessandro Bausani ci ricorda che la “Guerra Santa” nel nascente Islam acquista sempre maggior spazio man mano che il Profeta affronta le prime guerre di espansione: “È un fatto che nel Corano le prescrizioni sulla ğihād mostrano una evoluzione cronologica da un’ampia tolleranza nonviolenta, a una guerra puramente difensiva, fino a prescrizioni molto più generali […]”; sulla base di questi diversi sviluppi coranici si è sviluppato in seno al mondo islamico un discreto movimento nonviolento, purtroppo non ancora ascoltato dall’opinione pubblica. Impossibile non tacere in questa sede, la legittimazione teologica e morale che è stata fornita alla guerra dalla religione cattolica.

A partire dalle Crociate, che avevano lo scopo ufficiale di liberare il Santo Sepolcro dagli infedeli musulmani e pertanto erano classificate come “Guerra Santa”, fino ai nostri giorni, in cui si parla di “guerra giusta” in quanto lo scopo ufficiale è quello della difesa della democrazia e dei diritti umani, abbiamo assistito a innumerevoli metodi e strumenti di legittimazione, sia teorici che pratici, come ad esempio l’Istituto del Cappellano Militare. La storia è piena di esempi di monaci-soldati, non solo quella del Cristianesimo ma anche quella delle religioni orientali, come nel caso dei sōhei buddhisti (sec. X – sec. XVI), anche se va sottolineato che la ferocia e il fervore bellico-religioso raggiunto dai conquistadores europei nel nuovo mondo nei secoli XV-XVII e la lucida follia del Nazismo, nato e sviluppatosi nella cattolicissima Europa, non hanno forse confronti delle religioni orientali.

 

Religioni come strumento di pace

Parallelamente ad una storia costellata di guerre, stragi e sopraffazioni, spesso compiute in nome della religione o almeno tollerate e giustificate, se ne può tracciare un’altra, più nobile e dignitosa, fatta di tolleranza, dialogo e rispetto se non addirittura di gesti eroici e di sacrifici compiuti, al contrario delle “gesta eroiche belliche”, per affermare l’eguaglianza di tutti gli uomini e le donne del genere umano, a prescindere dalla Fede alla quale appartengano. Non solo gesti distensivi e di dialogo interreligioso, perlopiù accaduti in mezzo a conflitti sanguinosi come “segni profetici” e in controtendenza, ma anche vere e proprie strategie per utilizzare la religione come mezzo di costruzione della pace. È questo il vero salto di qualità, oserei dire politico e al contempo teologico oltre che morale ed etico. Ovvero quando si va oltre il gesto individuale ispirato religiosamente, pensiamo ad esempio al sacrificio di Franz Jägerstätter (ma come questo ce ne saranno migliaia che non conosciamo), per vivere la “religiosità” come fenomeno “unificatore” piuttosto che di distinzione.

Tale capovolgimento non può che realizzarsi rafforzando l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, cosa che può avvenire da un lato certamente con l’impulso proveniente dalle gerarchie ecclesiali ma dall’altro anche dalle spinte dal basso delle società civili e dei gruppi di fedeli. Appare evidente, infatti, che molti freni al dialogo interreligioso nascono dalle rispettive diffidenze delle gerarchie ecclesiali quando non proprio dalla volontà di mantenere privilegi e posizioni di potere, laddove la gente, i fedeli, la massa dei credenti, avrebbe maggiore giovamento dalla distensione dei rapporti diplomatici e dall’instaurazione di un clima di fiducia e collaborazione. Le conseguenze nella vita quotidiana, se pensiamo ad esempio alle città miste dove convivono moschee, chiese, templi e sinagoghe, sarebbero enormemente positive. Va detto altresì che lo sforzo ecumenico non può non basarsi, per struttura stessa della religione, sulle sue fonti e sull’interpretazione delle stesse.

Ecco perché possiamo considerare, da un punto di vista politico, le religioni al tempo stesso vittime e responsabili di violenza. Esse sono vittime quando vengono utilizzate a fini politici ed economici dai leader nazionalisti ma al contempo responsabili se e quando forniscono a tali leader fondamenti teologici e legittimazione sociale (pensiamo ad esempio alle guerre etniche nella ex-Jugoslavia). Ebbene, talvolta accade che le gerarchie religiose si rifiutino di accordare alle élite di potere impegnate nella promozione di conflitti etnici, il loro appoggio. In tal senso dobbiamo considerare che i rappresentanti delle fedi hanno spesso una grande influenza sulle masse e una vasta capacità di mobilitazione, essendo molto radicati sul territorio, che li rende efficaci tanto nel fomentare l’odio quanto nel sollecitare tolleranza e “disobbedienza”. La sfida delle religioni oggi consiste proprio nel considerare questo “potenziale di pace” e metterlo a disposizione dello sviluppo e del benessere dell’intera umanità invece che solamente dei propri seguaci o peggio ancora delle sole gerarchie.

 

Bibliografia

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di Nola Alfonso Maria; L’Islam; Newton Compton Editori; Roma 1989.

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Scarcia Amoretti Biancamaria; Tolleranza e guerra santa nell’Islam; Sansoni SpA; Firenze 1974.

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(Scheda realizzata con il contributo di Davide Berruti)

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Video

Le Religioni nel mondo